La memificazione dell’11 settembre

A lungo un tabù nella cultura di massa, oggi le battute sulle Torri Gemelle sono diventate un genere ampiamente sdoganato nella comicità online

Uno dei tantissimi meme sulle Torri gemelle che circola online
Uno dei tantissimi meme sulle Torri gemelle che circola online
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La prima battuta sugli attentati dell’11 settembre 2001 di cui abbiamo ancora traccia fu pubblicata circa dieci minuti dopo l’impatto del primo aereo sulla prima delle Torri Gemelle di New York, sul forum SomethingAwful, uno dei principali siti dove si condivideva “black humour” nei primi anni Duemila. Man mano che arrivavano le notizie, ne seguirono altre: «spero che abbiano un buon imbianchino», «scommetto che il pilota stava parlando al cellulare».

Venticinque anni dopo, le battute e i meme sull’11 settembre sono diventati un genere a sé, particolarmente popolare tra le persone più giovani, quelle che nel 2001 erano troppo piccole per avere ricordi o nemmeno erano nate. «A second plane has hit the second tower» (“Un secondo aereo ha colpito la seconda torre”) è il meme più famoso di tutti, che cita la frase che annunciò a George W. Bush che gli Stati Uniti erano sotto attacco. Viene applicato ai contesti più disparati, in modo surrealista, per commentare anche episodi quotidiani della propria vita.

Anche se continuano a infastidire una parte degli americani, specialmente quelli più anziani e conservatori, oggi le battute sull’11 settembre sono in larga parte sdoganate. E in generale oggi siamo abituati, forse anestetizzati, al fatto che dopo ogni notizia drammatica compaiano subito innumerevoli battute ciniche sui social network.

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Nel 2001, però, spazi come SomethingAwful erano decisamente di nicchia; fuori da internet, in particolare per chi di comicità si occupava per lavoro, scherzare sull’11 settembre rimase a lungo un grande tabù. I programmi comici serali, che negli Stati Uniti sono un pezzo centrale del palinsesto e sono in larga parte girati a New York, sospesero le trasmissioni per settimane, e quando tornarono in onda lo fecero con toni solenni. David Letterman e Jon Stewart aprirono le rispettive puntate con monologhi commossi e senza battute.

È rimasto celebre quanto successe al comico Gilbert Gottfried, che si esibì in un club di New York una ventina di giorni dopo gli attentati. A un certo punto disse che il giorno dopo doveva alzarsi presto perché aveva un volo per la California, e che non era riuscito a trovarne uno diretto: gli avevano detto che prima doveva fare scalo all’Empire State Building. Il pubblico lo fischiò e dalla sala si levò un grido: «too soon», «troppo presto». Negli anni successivi Gottfried avrebbe raccontato di non aver mai visto nessuno perdere il rispetto di un pubblico più velocemente di lui in quel momento. La scena è diventata così celebre da dare il titolo a un documentario del 2021 sulla comicità statunitense dopo l’11 settembre, Too Soon.

Il processo che portò gli attentati dell’11 settembre nel repertorio della comicità americana cominciò comunque presto. Già nel 2002 la comica Joan Rivers inserì nel suo spettacolo londinese Broke and Alone in London una battuta sulle vedove dei vigili del fuoco morti negli attentati e sui risarcimenti che avevano ricevuto: il sindacato dei vigili del fuoco statunitensi diffuse un comunicato ufficiale per condannarla, ma Rivers non si scusò mai.

Nel 2006 la serie animata South Park dedicò un intero episodio, “Mystery of the Urinal Deuce”, alle teorie del complotto sugli attentati, prendendo in giro sia chi le sosteneva sia il governo; l’anno dopo un episodio dei Griffin conteneva una scena sull’11 settembre che venne tagliata dalla messa in onda e reinserita solo nell’edizione in DVD. Comici come Norm Macdonald e Larry David nella sua serie Curb Your Enthusiasm hanno scherzato negli anni Dieci su persone morte «l’11 settembre» in circostanze però totalmente diverse rispetto agli attentati. Oggi tra i comici che ci scherzano sopra più spesso c’è Pete Davidson, il cui padre Scott era un vigile del fuoco morto proprio nei soccorsi l’11 settembre.

Se ancora oggi la comicità più mainstream continua a dover trattare l’argomento con una certa cautela, quella online non deve preoccuparsi del politicamente corretto. E infatti i meme sull’11 settembre non sono più una cosa di nicchia, qualcosa di edgy, come vengono definiti quelli particolarmente sofisticati e taglienti. E anzi sono comuni anche in contesti in cui si condividono meme del tipo più dozzinale e comune, derivativo, poco originale: normie, come si dice in gergo.

“Il mio amico che mi dice che è appena entrata la mia ex ragazza” “Io che mi stavo godendo la serata”

Tra i giovani, soprattutto anglofoni, si usa «questo è stato il mio 11 settembre», per descrivere dispiaceri piuttosto ordinari, come quando una catena di fast food rimuove un panino molto amato dal menù. Dentro a videogiochi come Minecraft, Roblox o The Legend of Zelda gli utenti ricostruiscono l’attentato riproducendo l’impatto degli aerei sulle torri, e lasciano la scena come sfondo di un video che sembra parlare d’altro, giocando sull’effetto comico che suscita un evento così drammatico relegato in secondo piano.

Tutto un altro filone di meme scherza poi sulle teorie del complotto: frasi come «Bush did 9/11» o «il carburante degli aerei non può sciogliere le travi d’acciaio» circolano da almeno dieci anni: non per sostenere realmente le teorie cospirazioniste secondo le quali fu lo stesso governo statunitense a organizzare l’attentato, e in realtà nemmeno per ridicolizzarle. La cosa che fa ridere, su internet, è in generale trovare nuovi angoli per fare battute su qualcosa che per anni è stato considerato inavvicinabile dalla comicità.

Le donne con una macchina del tempo: “Sono tua nipote” “Davvero?”
Gli uomini con una macchina del tempo: “Due aerei colpiranno le Torri Gemelle l’11 settembre 2001” “Lo so”

L’umorismo sull’11 settembre è funzionale anche a una critica della società che le Torri Gemelle rappresentavano, quella capitalista occidentale, e all’idea di futuro prospero e luminoso a cui erano associate negli anni Novanta, quelli della “fine della storia”. In alcune nicchie di sinistra online circola da qualche anno un meme costruito a partire dalla fotografia di una bambina che posa davanti alle Torri Gemelle ancora intatte, accompagnata dalla scritta: «il mondo per il quale ti hanno insegnato a vivere non esiste più».

Responsabili della produzione e della circolazione dei meme sull’11 settembre sono molto spesso persone che nel 2001 erano molto giovani, o che non erano nemmeno nate. Ruby Karp, comica statunitense di ventiquattro anni, ha detto a Rolling Stone: «Ovviamente non siamo degli stronzi insensibili. Sappiamo che l’11 settembre è stato una tragedia. Ma credo che ci sentiamo meno coinvolti emotivamente – o meno scossi – perché nessuno di noi era nato o aveva l’età per averne piena consapevolezza». A questo ha aggiunto che la sua generazione «è stata così esposta alle tragedie del mondo – e ce ne sono talmente tante – che si chiede: come altro dovremmo affrontarle, se non ridendoci sopra?».

È anche la spiegazione che ha proposto Avery Holton, professore di comunicazione dell’università dello Utah che si è occupato specificatamente della comicità online relativa alle tragedie. «La Generazione Z è semplicemente più esposta a ogni tipo di evento, positivo e negativo, ma soprattutto a quelli negativi che si verificano quotidianamente», ha detto. «Uno dei modi per far fronte a tutto ciò è l’umorismo, che ci piaccia o no».

A questo si aggiunge, secondo Holton, un tentativo di dare senso con l’umorismo nero a un evento che non hanno vissuto e di cui vedono solo gli effetti. Ma anche la tendenza delle generazioni più giovani a usare i meme come strumento per segnalare i propri riferimenti culturali e la comunità a cui appartengono.

Secondo Daniele Zinni, esperto di meme conosciuto su Instagram come @inchiestagram, l’11 settembre è uno spunto memetico particolarmente prolifico per diverse ragioni. La prima è la riconoscibilità: le Torri Gemelle sono così note che si possono modificare radicalmente contando sul fatto che vengano capite e riconosciute comunque.

Poi c’è il fatto che mostrano un impatto tra due corpi e delle esplosioni, cose che permettono di costruire metafore visive semplici ma comprensibili. L’11 settembre, infine, ha tantissimi livelli di significato diversi, «che possono sempre essere esplorati e ricombinati», dice Zinni, «e vanno dalle teorie sulle responsabilità di George W. Bush o di Israele nell’attacco fino ai ricordi d’infanzia di chi stava guardando la Melevisione su Rai Tre».

C’è poi il modo in cui funzionano le piattaforme. Gli algoritmi di raccomandazione di tutti i principali social network notoriamente favoriscono i contenuti attorno a cui notano una maggiore attività, che spesso sono quelli che fanno più arrabbiare gli utenti. «Questo chiaramente incentiva non solo i meme sull’11 settembre quando cade l’anniversario, ma anche i meme su Charlie Kirk dal minuto successivo al suo omicidio e su Giulia Cecchettin dal momento in cui è stato arrestato Filippo Turetta», spiega Zinni.

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