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  • Mercoledì 9 settembre 2026

Dopo trent’anni ci sono novità sul caso del “mostro di Modena”

La procura sta riesaminando i casi di una serie di donne uccise tra gli anni Ottanta e Novanta nel modenese

Una pagina dell'Unità del 7 maggio 1996 sul caso del “mostro di Modena”
Una pagina dell'Unità del 7 maggio 1996 sul caso del “mostro di Modena”
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Tra il 1985 e il 1995, in provincia di Modena, ci fu una serie di omicidi di donne. I giornali li attribuirono a un unico serial killer soprannominato il “mostro di Modena”, ma quell’ipotesi non venne mai confermata e i casi furono tutti archiviati. Ora però, dopo trent’anni, le indagini potrebbero ricominciare.

L’avvocata Barbara Iannuccelli, per conto del fratello di una delle vittime, Anna Maria Palermo, ha presentato alla procura di Modena un’istanza formale di revisione a cui si sono poi associate le famiglie di altre quattro vittime, rappresentate sempre da Iannuccelli. La richiesta si basa sui reperti ritrovati accanto ai cadaveri. Nei giorni scorsi, su richiesta della procura, gli investigatori sono andati all’Istituto di medicina legale dove sono conservati i reperti di quei delitti. Secondo Iannuccelli è in corso la rilettura di tutti gli atti d’indagine e la scelta del materiale da riesaminare, anche se l’indagine non è stata ufficialmente riaperta.

A collegare tra loro le morti e a ipotizzare l’esistenza di un serial killer fu un cronista della Gazzetta di Modena, Pier Luigi Salinaro, che notò alcune coincidenze tra i diversi omicidi, ma con qualche forzatura: coinvolgevano giovani donne che si prostituivano e che avevano a che fare con il consumo di eroina, e quasi tutti erano avvenuti ogni due anni, con delle eccezioni. La maggioranza delle donne era stata strangolata, ma due di loro erano state accoltellate e una colpita con una pietra alla testa.

L’avvocata Iannuccelli non crede all’ipotesi che dietro agli omicidi ci sia un unico colpevole: «Ritengo che sia stata una semplificazione giornalistica», ha detto. Già nel 1995 Francesco De Fazio, docente di medicina legale all’Università di Modena, aveva analizzato tutti i casi e aveva concluso che non si potesse provare «l’esistenza di un unico autore dei delitti», ma che nemmeno si poteva escludere.

Gli omicidi cominciarono nell’agosto del 1985: il 21 di quel mese, vicino alla fornace di Baggiovara, una frazione del comune di Modena, venne trovato il corpo di Giovanna Marchetti. Aveva 18 anni ed era stata vista l’ultima volta dieci giorni prima dal fidanzato Giuseppe Volpe, che si appostava nei posti dove Marchetti si prostituiva per annotarsi le targhe dei veicoli su cui saliva. Vicino al corpo della ragazza venne trovata una pietra sporca di sangue identificata, anche in seguito all’autopsia, come arma del delitto. Volpe, indagato ma prosciolto dopo poco tempo, fornì la targa dell’ultima macchina su cui era salita la compagna: una Ford appartenente all’agricoltore Ennio Cantergiani, anche lui successivamente prosciolto per mancanza di prove.

Poco più di due anni dopo, il 12 settembre del 1987, vicino alle cave di ghiaia di San Damaso, a sud di Modena, venne trovato il corpo di Donatella Guerra, 22 anni: presentava segni di violenza sessuale e aveva numerose ferite da arma da taglio al collo e al cuore. Come nell’omicidio di Marchetti, la borsetta con gli effetti personali della ragazza non si trovò e si sospettò che il luogo del ritrovamento non corrispondesse a quello del delitto a causa della scarsa quantità di tracce di sangue. Vennero individuate anche l’impronta di una scarpa e delle tracce di pneumatici, appartenenti a una Fiat 131, un modello che veniva usato anche dalla polizia e dai carabinieri.

Il primo novembre del 1987 venne uccisa Marina Balboni, 21 anni, il cui cadavere fu trovato in un canale sulla strada che collegava Carpi a Gargallo. L’autopsia stabilì che anche in questo caso l’assassino aveva abusato sessualmente della vittima, e che poi l’aveva strangolata con il foulard che lei indossava quella sera. Anche in questo caso la borsetta non fu trovata. Marina Balboni, si scoprirà, era amica di Donatella Guerra, ed era con lei in centro a Modena la sera che Guerra venne uccisa.

Gli omicidi proseguirono: il 30 maggio del 1989, all’inizio dell’autostrada del Brennero, venne trovato il corpo di Claudia Santachiara, 24 anni. Aveva i collant abbassati e un cappio attorno al collo. L’autopsia, oltre ad accertare la violenza sessuale sulla vittima, rivelò tracce di DNA sotto le sue unghie. In giugno, in seguito alla segnalazione di una prostituta che aveva raccontato il tentativo di rapina e strangolamento che aveva subito, venne arrestato Tommaso Nunzio Caliò, che aveva precedenti per abusi sessuali ed era seguito dal centro di salute mentale di Modena. Il confronto tra il DNA di Caliò e quello trovato sotto le unghie di Santachiara diede però esito negativo.

L’8 marzo del 1990 in un fosso a San Prospero venne trovato il cadavere di Fabiana Zuccarini, 21 anni: anche lei era stata strangolata. Non venne trovata la sua borsetta, l’autopsia non rilevò un abuso sessuale e venne acquisito come reperto un mozzicone di sigaretta che però non fu mai analizzato. Le indagini portarono a un uomo che era stato visto con la ragazza la sera del 7 marzo in un locale: la sua abitazione fu perquisita, venne trovata una penna appartenente a Zuccarini, l’uomo diventò quindi il principale sospettato, ma l’11 settembre del 1991 morì in un incidente stradale e il caso venne archiviato per morte dell’indagato.

Sempre in un fosso a San Prospero, il 4 febbraio del 1992, fu ritrovata Anna Abruzzese, 32 anni: era stata uccisa con diverse coltellate all’addome e anche in questo caso accanto al corpo non c’era la sua borsetta. Anna Maria Palermo, uccisa con dodici coltellate al petto, venne trovata il 26 gennaio del 1994 in un canale. Il suo fu l’unico caso in cui la borsetta venne trovata sulla scena del delitto. Il principale sospettato fu un ex ciclista professionista: la sera del 25 gennaio numerosi testimoni la videro salire sull’auto dell’uomo, che finì a processo ma fu prosciolto.

L’ottava vittima si chiamava Monica Abate e fu trovata morta a casa sua il 3 gennaio del 1995 con una siringa infilata nel braccio. Si ipotizzò una morte per overdose, ma l’autopsia dimostrò che la donna era stata soffocata e che la siringa nel suo braccio era stata infilata solo dopo la sua morte. La ragazza aveva diversi lividi e ferite sulle mani, e sotto le sue unghie c’erano dei frammenti di pelle. Nel cestino venne trovato un preservativo usato e sulle scale c’erano alcune tracce di sangue. Gli esami stabilirono che il sangue apparteneva alla coinquilina di Abate, che venne indagata e poi prosciolta.

Un testimone disse che quella notte, intorno alle 4, davanti all’abitazione di Abate aveva visto un’auto della polizia, molto prima del ritrovamento del cadavere. Le indagini si concentrarono dunque su due poliziotti che avevano avuto contatti con Abate, uno dei quali aveva avuto precedenti per favoreggiamento alla prostituzione. Il DNA dei due fu confrontato con quello trovato sotto le unghie della donna, ma non c’era corrispondenza.

Nel 2008 Vito Zincani, che da sostituto procuratore aveva indagato sui delitti di queste donne e che era tornato a Modena da procuratore capo, durante un’intervista disse che alcuni poliziotti e carabinieri, al tempo, erano stati arrestati per abuso di potere e interferenze ambientali. E disse anche che le indagini fatte in quegli anni furono sommarie e superficiali. È una denuncia che in realtà era stata fatta già all’epoca delle indagini. I familiari delle vittime, in particolare, dissero che il motivo degli errori era dovuto alla condizione delle donne coinvolte, vulnerabili e ai margini della società, le cui morti erano quindi considerate di importanza secondaria.