Le emoji spiegate ai padri

Che notoriamente abusano dei pollici alzati, per esempio, e ai figli suonano un po' passivo-aggressivi

Una persona sceglie le emoji sullo schermo di un cellulare (Philip Dulian/Ansa)
Una persona sceglie le emoji sullo schermo di un cellulare (Philip Dulian/Ansa)
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Su TikTok è piuttosto comune imbattersi in video di ragazze che pubblicano degli screenshot di conversazioni con i loro padri sulle app di messaggistica: quasi sempre, a qualsiasi comunicazione, anche una molto importante e seria, la risposta è un pollice alzato 👍.

Ma tra generazioni diverse un segno così universale è interpretato in modo assai diverso. Per la maggior parte delle persone più anziane, infatti, il pollice in su è una risposta rapida e neutra: significa «ok ricevuto», oppure «va bene». Per una parte dei più giovani, invece, è una risposta fredda, sbrigativa, addirittura passivo-aggressiva. Che se arriva da certe persone in certi momenti rappresenta evidentemente un gesto ostile.

Così come ogni generazione inventa delle nuove parole, o attribuisce un nuovo significato a quelle già esistenti, lo stesso succede con le emoji, le icone che si trovano sulle tastiere dei telefoni che illustrano oggetti o faccine. Il loro significato può cambiare moltissimo a seconda di chi le usa.

È noto che le persone della generazione X (nate tra il 1965 e il 1980) e i boomer (nati tra il 1946 e il 1964) amino generalmente usare la faccina che piange dal ridere (😂) o quella che si rotola dalle risate (🤣) per dire che qualcosa è molto divertente. Per i più giovani, cioè i membri della generazione Z e della generazione Alpha – rispettivamente quella tra il ’96 e il 2010 e quella che va dal 2010 al 2025 – queste faccine sono solitamente considerate superate e un po’ imbarazzanti. Al loro posto è preferita la faccina che piange disperatamente (😭), che a prima vista sembrerebbe indicare tristezza ma che nel contesto delle conversazioni online invece significa che qualcosa è talmente divertente (o commovente, o imbarazzante) da far piangere.

È stata l’emoji più usata nel 2025 secondo un’analisi di Google pubblicata dal New York Times e condotta su un campione di 665 milioni di emoji usate dalle persone su Gboard, la tastiera sviluppata da Google che è installata nella maggior parte dei telefoni Android. Visto che l’analisi da sola non era sufficiente per fornire un quadro preciso delle emoji più usate e dei loro significati, il New York Times ha analizzato anche i trend delle emoji sui forum di Reddit per capire quali fossero considerate “giuste” dai più giovani e quali invece datate.

Per esempio ci sono emoji che in passato sono state usate intensamente per un periodo e poi sono state dismesse: è stato il caso dell’emoji del teschio (💀), che come ha segnalato il New York Times è stata molto usata tra il 2022 e il 2023 per esprimere il concetto di “morto dal ridere”, per poi venire rimpiazzata da 😭.

Come ha spiegato al New York Times Adam Aleksis, un linguista conosciuto su internet con il nome Etymology Nerd, molte delle emoji si sviluppano online in alcune nicchie di internet dove gli utenti cercano continuamente modi nuovi e originali di comunicare. In questo senso, le emoji possono funzionare come un codice condiviso da un gruppo: servono a comunicare, ma anche a riconoscersi e a segnalare la propria appartenenza a una comunità.

Secondo Aleksis sono soprattutto i gruppi che si sentono marginalizzati a sviluppare un loro linguaggio online. Il ciclo però è breve: quando un’emoji diventa abbastanza popolare da uscire dalle nicchie e diffondersi tra un pubblico più ampio, al suo interno se ne stanno già diffondendo altre.

È un meccanismo simile a quello con cui cambia il linguaggio dei più giovani: quando una parola o un’espressione diventa comune, spesso viene rapidamente seguita da qualcosa di nuovo, rendendo il gergo più difficile da seguire per le generazioni precedenti. Capita che gli adulti provino comunque a rincorrere per provare a sintonizzarsi con il linguaggio dei più giovani, ottenendo spesso dei risultati goffi.

Le faccine che la generazione Z usa in maniera diversa dal significato più letterale sono tante: per esempio c’è il fiore appassito (🥀) che indica tristezza o delusione, che secondo i dati forniti da Google è quella il cui uso è cresciuto più rapidamente nel 2025. Alcune persone hanno cominciato a usarla al posto dell’emoji del cuore spezzato. Un altro esempio è l’emoji del fuoco (🔥), che viene usata per dire che una situazione o una persona è particolarmente eccitante o attraente.

L’emoji delle unghie dipinte di smalto invece esprime un’idea di lusso o di benessere o sottolinea che qualcosa è favoloso. Altre emoji che hanno un significato diverso da quello più facilmente intuibile sono quella della fatina (🧚) o delle scintille (✨), di solito usate per enfatizzare il significato delle parole che accompagnano. Per esempio se si scrive “✨ stressata✨”, si è particolarmente stressati.

Alcune emoji hanno assunto significati più specifici e vengono usate per indicare delle persone o dei gruppi di persone senza nominarle direttamente. Per esempio il simbolo del succo di frutta (🧃) viene utilizzato per riferirsi alle persone di religione ebraica, prevalentemente con un sottotesto antisemita. Il riferimento deriva dalla somiglianza di suono tra la parola inglese “jews” (che vuol dire ebrei) e “juice” (che significa succo di frutta). Oppure c’è l’emoji dell’anguria (🍉) che viene utilizzata quando si vuole parlare della Palestina senza nominarla direttamente per evitare di essere penalizzati dagli algoritmi delle piattaforme.

– Leggi anche: La prima lingua davvero franca del mondo: le emoji

Il successo e la proliferazione delle emoji sono dovuti anche al fatto che nella comunicazione che avviene per iscritto mancano alcuni elementi che aiutano a dare più profondità e sfumature alle conversazioni che avvengono nel parlato come i gesti o il tono di voce. Secondo diversi ricercatori e studiosi le emoji in questi anni hanno assunto quel ruolo e dunque non si sono sostituite al linguaggio ma lo hanno ampliato.

La ricercatrice australiana Lauren Gawne, una linguista conosciuta per i suoi studi sulla gestualità, ha detto che le emoji sono dei sostituti naturali dei gesti. Nel 2019 scrisse in un articolo su The Conversation che il modo in cui utilizziamo le emoji nei messaggi è simile al modo in cui utilizziamo i gesti quando parliamo e che ci sono molte più somiglianze tra emoji e gesti di quante ce ne siano tra emoji e grammatica.