Il business delle “residency” musicali

Da Harry Styles a Shakira a Bad Bunny, le popstar stanno capendo che nei tour conviene spostarsi il meno possibile

Harry Styles in concerto ad Amsterdam, 16 maggio 2026. (Photo by Anthony Pham/Getty Images for HS)
Harry Styles in concerto ad Amsterdam, 16 maggio 2026. (Photo by Anthony Pham/Getty Images for HS)
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Da una decina di giorni e fino a fine ottobre, Harry Styles sarà impegnato ogni mercoledì, venerdì e sabato sera: si esibirà al Madison Square Garden di New York, dove è cominciata una sua “residency” di 30 concerti. Cioè un ciclo di date consecutive nello stesso palazzetto, invece del classico tour che porta un musicista in una città diversa ogni sera. L’intero tour di cui questi concerti fanno parte, intitolato “Together, Together”, è organizzato così: invece di spostarsi in decine di città diverse, Styles ha scelto di suonare soltanto in sette — New York, Amsterdam, Londra, San Paolo, Città del Messico, Melbourne e Sydney — aspettandosi che sia il pubblico a viaggiare per raggiungerlo.

Quello di Styles è soltanto l’ultimo esempio di una tendenza che è emersa negli ultimi anni tra i più famosi artisti di musica pop. Il caso recente più famoso è Bad Bunny, che nell’estate del 2025 ha suonato 31 date consecutive a San Juan, a Porto Rico, il suo paese. Quella residency aveva in larga parte un significato politico, e fu efficace nel portare soldi e visibilità a Porto Rico in un momento di grande difficoltà. Ma poi Bad Bunny mantenne in parte quel modello: nel 2026 proseguì il suo tour organizzando diverse tappe da un solo concerto ma anche altre in cui si è fermato più a lungo: otto concerti a Città del Messico, dieci a Madrid, tre a Buenos Aires.

Anche Beyoncé per il suo recente Cowboy Carter Tour ha suonato in appena nove stadi, con più serate in ciascuno, e Madonna fece qualcosa di simile nel suo tour del 2019. Ariana Grande nel 2026 ha organizzato 41 concerti in dieci città, quasi tutti raggruppati in blocchi da tre o cinque sere. L’anno scorso i Radiohead tornarono a suonare dal vivo dopo anni di assenza spostandosi in cinque città europee e suonando quattro concerti in ciascuna. Gli LCD Soundsystem da alcuni anni fanno ogni inverno una residency a New York, la loro città.

Il motivo principale è economico: concentrare più concerti nello stesso posto riduce molto i costi di trasporto e allestimento, che sono la voce di spesa più pesante di un tour tradizionale. Rimanendo fermo, l’artista continua a pagare lo staff, ma non deve più spendere per il trasporto e il montaggio quotidiano di palco, luci e impianto audio.

Omar Al-joulani, che si occupa di organizzazione dei tour per Live Nation, ha detto al New York Times che gli show più lunghi permettono di fornire allestimenti che non sarebbero praticabili con una produzione in continuo movimento. Lo stesso Styles ha detto che secondo lui questo formato «rende lo spettacolo migliore», perché restando fermo per più sere di fila può costruire una scenografia e una messa in scena pensate su misura per un solo palazzetto, invece di doverle adattare ogni sera a un palco diverso.

Per la sua prima residency al Madison Square Garden, nel 2022, Styles aveva per esempio trasformato l’intera arena in un omaggio al suo disco Harry’s House, con installazioni fotografiche a tema sparse per i corridoi, cartoline personalizzate distribuite a ogni concerto e un menù di cibi e bevande creato apposta per l’occasione. Styles ha aggiunto che il formato gli permette anche di «restare dentro la propria vita» mentre è in tour, prendendosi cura di sé in un modo che lo rende un performer migliore, e che lo stesso vale per i membri della sua band e per le loro famiglie.

C’è anche chi fa le cose più in grande. Nel 2024 la cantante inglese Adele si era fatta costruire una enorme arena a Monaco di Baviera, una struttura temporanea da 74mila spettatori allestita appositamente in un vasto piazzale alla periferia di Monaco. Lo stesso ha fatto Shakira in una enorme distesa di asfalto fuori Madrid, dove il 18 settembre inaugurerà la sua residency di dodici concerti, gli unici che farà in Europa quest’anno.

Robert Levine, giornalista di Billboard che si occupa di economia della musica dal vivo, ha spiegato che in passato le case discografiche spingevano gli artisti a suonare in quante più città possibili, dato che il tour serviva soprattutto a far conoscere un disco anche nei mercati più piccoli. Oggi i concerti non sono più un modo di estendere la notorietà di un artista, ma la principale fonte di incassi nell’industria della musica. Questo rende più conveniente concentrarsi sulle città dove si trova il pubblico con più soldi da spendere, piuttosto che organizzare un tour che attraversi anche i centri più piccoli.

Ma ci sono anche altre ragioni. Gli artisti più richiesti sono spinti a rendere ogni proprio concerto un evento a sé, per giustificare il fatto che i biglietti costano sempre di più. Mitch Rose, che si occupa di tour per l’agenzia CAA e rappresenta tra gli altri lo stesso Styles, ha paragonato la logica delle residency a quella di un festival come il Coachella, uno dei più famosi al mondo, dove le persone vanno per l’atmosfera, per la musica, per vantarsi sui social ma anche per la paura di perdersi qualcosa. Per questo, quando un artista annuncia una residency, spesso promette scalette diverse ogni sera o l’esecuzione di un intero disco, per dare a chi compra un biglietto la sensazione di vedere qualcosa di irripetibile.

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Il costo di questa scelta, però, ricade soprattutto su chi i concerti li va a vedere: chi non vive in una delle città toccate dal tour deve organizzare un viaggio, spesso lungo e costoso, per arrivarci. Secondo un sondaggio di Live Nation, quasi sei fan su dieci viaggiano per vedere almeno un concerto ogni anno, e il 91 per cento ha detto che un evento dal vivo ha influenzato la scelta di visitare una città per la prima volta.

Craig Church, un fan californiano di Styles, ha raccontato al New York Times di aver pagato circa 900 dollari per due biglietti per andare a vederlo suonare a Londra: in tutto, ha calcolato di aver speso circa 10mila dollari per una settimana in città. Rolling Stone ha raccolto invece le storie di vari fan di Styles che non avevano i soldi per andare ai concerti, ma hanno trovato comunque il modo di farlo: una ventiquattrenne della Florida, per esempio, ha cominciato a donare plasma per poter racimolare i soldi necessari a coprire il costo del biglietto e del viaggio; un ventottenne, pur avendo messo da parte oltre mille dollari specificatamente per il concerto, ha contratto invece un debito per coprire la differenza.

Le residency come formato non sono una novità: Bruce Springsteen suonò dieci sere di fila al Bottom Line di New York nel 1975 e Prince fece ventuno date all’O2 di Londra nel 2007. È famosa poi la residency di Billy Joel al Madison Square Garden di New York, andata avanti per dieci anni tra il 2014 e il 2024: una volta al mese, un elicottero lo prelevava dalla sua villa a Long Island e lo portava sul tetto del palazzetto, dove suonava davanti ai suoi fan arrivati da tutti gli Stati Uniti.

Las Vegas, poi, ospita concerti fissi da decenni: Elvis Presley tenne una celebre residency all’International Hotel dal 1969 al 1976, per più di 600 concerti in tutto. In quel periodo, però, la residency a Las Vegas era associata più a una celebrità a fine carriera che alle grandi star del momento: il pubblico che riempiva i casinò era in gran parte di mezza età o anziano, e i musicisti più giovani preferivano gli stadi e le arene. La cantante Cher arrivò a definire Las Vegas «un cimitero di elefanti dove il talento va a morire». Da allora le cose sono un po’ cambiate, ed è diventato più comune che i cantanti facciano delle residency a Las Vegas anche nel pieno del loro successo.