Odori e rumori dagli US Open
Il torneo di tennis si fa notare per un pubblico «rumoroso, piuttosto sbronzo e immune alla vergogna», e poi c'è la cannabis
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Sabato la tennista bielorussa Aryna Sabalenka ha fermato per qualche secondo la sua partita agli US Open, a New York, perché c’era un odore di marijuana troppo forte, che la disturbava e la distraeva dalla partita. E nei giorni precedenti alcuni arbitri avevano interrotto altre partite per colpa di alcuni influencer, impegnati a fare balletti o usare luci che potevano infastidire i giocatori e le giocatrici in campo.
Sono tutte cose ormai all’ordine del giorno agli US Open, un torneo da sempre abituato a un pubblico rumoroso e a odori insoliti per una competizione di tennis. Eppure i tennisti e certi tifosi continuano a lamentarsi, e c’è chi crede che si stia superando un po’ il limite.
Gli US Open sono uno dei quattro tornei del Grande Slam, i più importanti del tennis. Non è l’unico che si gioca sul cemento (ci sono anche gli Australian Open, che si distinguono per una generale allegria e sono soprannominati “Happy Slam”), non è di certo il più elegante né il più prestigioso (quello è Wimbledon), e nemmeno il più duro (quello è il Roland Garros, l’unico che si gioca sulla terra rossa). Gli US Open, però, sono di sicuro lo Slam dei rumori e degli odori, due cose – soprattutto la prima – che nel tennis rappresentano una grande eccezione, e spesso un problema.
Nel tennis il silenzio – del pubblico – è una consuetudine rispettata un po’ a tutti i livelli. Le ragioni sono diverse (le origini aristocratiche di questo sport, la grande solitudine che lo caratterizza), ma il risvolto è anche pratico. L’assenza di rumori forti aiuta i tennisti e le tenniste a concentrarsi, ma ancora di più a sentire il suono della racchetta avversaria che colpisce la pallina. Quel suono racchiude informazioni preziose: dice com’è stato eseguito il colpo e lascia intuire dove e con che traiettoria arriverà la palla: un’informazione fondamentale, dato che certi colpi superano i 200 chilometri orari.
Agli US Open, però, questa consuetudine di fatto è scomparsa. Nel suo libro Cambiocampo (scelto e pubblicato da Altrecose, il marchio editoriale del Post e di Iperborea) il giornalista sportivo statunitense Giri Nathan ha scritto che «il pubblico degli U.S. Open è rumoroso, piuttosto sbronzo e immune alla vergogna» e che lì «l’atmosfera è quella di una confusione perenne e un po’ sbracata».
Per gran parte della loro storia gli US Open, che esistono dal 1881, sono stati un torneo come gli altri, cioè silenzioso. L’unica grande eccezione fu la finale maschile del 1920, tra Bill Johnston e Bill Tilden, durante la quale un aereo militare sorvolò rumorosamente il campo per fare delle foto. Ma non fu il principale problema di quella giornata: quello stesso aereo si schiantò infatti poche decine di metri più avanti.
Il pubblico degli US Open iniziò a diventare rumoroso dagli anni Settanta, quando il torneo cambiò sede e superficie. Fino ad allora si era giocato sull’erba, in club privati ed eleganti. Nel 1978 si trasferì sui campi in cemento del grande impianto di Flushing Meadows, nel Queens, il grande distretto newyorkese a est di Manhattan.
Lì gli US Open divennero un evento enorme e spettacolare, che andava al di là del tennis e che iniziò ad attirare un pubblico sempre più ampio e vario, abituato a vedere altri sport prettamente statunitensi come il basket, il football e il baseball, dove il rumore dei tifosi è parte dello spettacolo. Sono persone che «non capiscono davvero perché debbano comportarsi come se fossero a un funerale», ha scritto The Athletic.
Insomma, è da circa cinquant’anni che i tennisti e le tenniste che partecipano agli US Open devono fare i conti con il rumore del pubblico. Ma non solo: c’è anche quello dovuto al traffico aereo del vicino aeroporto LaGuardia, che di recente è comunque diminuito parecchio.
Oltre ai rumori, ci sono gli odori. Per lungo tempo l’odore più fastidioso (ma questo dipende dai punti di vista, o meglio d’olfatto) è stato quello del cibo, anche quello molto statunitense, venduto a Flushing Meadows. L’ex tennista Pat Cash ha raccontato che la prima volta che andò lì a giocare, nel 1982, rimase impressionato anche dalla «nuvola di fumo che usciva da uno dei chioschi di hot dog vicino al campo».
Di recente, però, questi odori sono stati sostituiti da quello della cannabis, che nello stato di New York è legale dal 2021. Tre anni fa il tedesco Alexander Zverev disse che il campo 17, quello più vicino al parco circostante, «odora come il salotto di Snoop Dogg», il rapper statunitense noto per fumare moltissima marijuana.
Rumori e odori diventano ancora più forti quando il tetto retrattile di certi campi si chiude, per esempio in caso di pioggia. Ne dà un’idea molto chiara la newsletter Mezza Riga, che scrive:
I vapori della stalla umana – esiste un impianto di aerazione e deumidificazione, ma non può funzionare come quello di casa – si mischiano al sudore, ai miasmi delle patatine alla salsa di cheddar e aglio e, sì, pure a chi si accende una sigaretta simpatica, quella con le foglioline verdi che rendono subito allegri e scherzosi.
Negli ultimi anni, racconta Nathan, il caos degli US Open ha raggiunto «un nuovo livello». Dopo la pandemia il pubblico del torneo è aumentato e con esso il numero di persone che durante gli scambi chiacchierano, si alzano o mangiano. A disturbare le partite ci si sono messi anche gli influencer, alcuni dei quali sembrano più interessati agli Honey Deuce – i cocktail simbolo degli US Open, a base di vodka e melone – che alle partite. Per il tennista Adrian Mannarino, gli US Open «stanno diventando uno zoo».
In verità ci sono dei giocatori che apprezzano questo clima. Lo statunitense Ben Shelton lo considera l’effetto positivo di un pubblico nuovo, più ampio e più giovane, che il tennis non dovrebbe snobbare; e il suo connazionale Frances Tiafoe vorrebbe addirittura più teatralità e più trash talking (una strategia in cui si provoca l’avversario offendendolo per deconcentrarlo), come negli altri sport.
Alla maggior parte dei loro colleghi, però, questo baccano non va giù. La giapponese Naomi Osaka, la cui partita è stata disturbata dal flash di un’influencer, ha detto che chi va a vedere il tennis dovrebbe prima informarsi sull’«etichetta» dello sport. È un’opinione condivisa anche da molti tifosi di vecchia data.
Una tennista statunitense, Coco Gauff, ha detto: «se ti invitano sul red carpet, non vai in jeans»
Per evitare altri problemi, intanto, le aziende che portano gli influencer agli US Open hanno già iniziato a istruirli su come comportarsi; due di loro sono state addirittura allontanate. Durante le partite, pare che le cose stiano già migliorando.
Secondo il giornalista del Guardian Aaron Timms, però, gli US Open se la sono un po’ cercata:
Un torneo costruito attorno alle attivazioni dei brand e a partnership promozionali spesso stucchevoli, con tutto il caos che inevitabilmente ne consegue, è in larga misura una creazione degli stessi organizzatori.
Se la USTA [la federazione statunitense di tennis, che organizza il torneo, ndr] fosse davvero intenzionata a ridurre l’impatto degli influencer agli US Open, dovrebbe ridimensionare la propria dipendenza dai brand […]. Ma, naturalmente, questo non accadrà mai.
Secondo Timms, poi, i giocatori e i tifosi di vecchia data che si lamentano dei rumori e degli odori degli US Open mostrano la grande contraddizione del tennis moderno, che vuole essere sempre più popolare e commerciale, pretendendo però che il pubblico resti sempre educato e tranquillo come una volta. «Vogliamo che il tennis dei tornei del Grande Slam sia uno sport per tutti, o l’intrattenimento esclusivo di pochi ricconi ben educati?». Non che occorra essere ricchi per stare in silenzio, ma aiuta a rendere l’idea della contrapposizione, comunque conciliabile, tra il legame con il passato e la necessità di allargare quanto più possibile il proprio pubblico, mantenendo però certe tradizioni.



