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  • Lunedì 31 agosto 2026

Per giocare a pallavolo bisogna stare nel “qui e ora”

Tra cori, musica a tutto volume e punteggi che cambiano di continuo non è facile mantenere la concentrazione, ma ci sono modi per gestirla

di Susanna Baggio da Göteborg, Svezia

Le giocatrici della Nazionale durante la partita degli Europei Svezia-Italia a Göteborg, Svezia, 22 agosto 2026 (Adam Ihse/TT News Agency via AP)
Le giocatrici della Nazionale durante la partita degli Europei Svezia-Italia a Göteborg, Svezia, 22 agosto 2026 (Adam Ihse/TT News Agency via AP)
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Alle partite di pallavolo di alto livello la musica è onnipresente. Nei palazzetti ci sono canzoni prima, dopo e tra un punto e l’altro. C’è uno speaker che incoraggia il pubblico ad applaudire. Ogni battuta vincente è seguita da un jingle che invita a cantare “ace ace” e a ogni punto fatto con un muro ne parte un altro che ripete “monster block”, come la parola inglese che indica un muro mostruoso. Sono trovate ormai diffuse sia nelle partite di campionato che nei tornei internazionali più importanti, e servono a coinvolgere e intrattenere il pubblico.

In qualche caso sono proprio le giocatrici a scegliere le canzoni da mettere durante le partite delle loro squadre, e non è raro vederle ballare durante il riscaldamento o tra un’azione e l’altra, quando sono in panchina. Per chi è in campo però è diverso, perché in una partita di pallavolo, in palazzetti chiusi e spesso non enormi, la musica è molto più invasiva e martellante rispetto ad altri sport. Jingle, cori e canzoni insomma possono diventare ulteriori elementi di stress da gestire oltre al tifo avversario e alle pressioni legate alla partita in sé. A volte durante i timeout le giocatrici faticano addirittura a sentire cosa dicono loro allenatori o allenatrici.

La capitana della Nazionale Anna Danesi ha raccontato al Post che la musica alta le dà molto fastidio nella vita di tutti i giorni, ma «quando è all’interno del palazzetto non la sento più, perché quando gioco riesco a isolarmi». Anche altre sue compagne di Nazionale dicono di riuscirci. Ekaterina Antropova racconta di riuscire a trovare un suo equilibrio nella «bolla personale», una sorta di isolamento mentale. Capita comunque che la musica e il baccano la mettano in difficoltà prima di una battuta, quando c’è un po’ più di tempo per pensare, e adesso ancora di più perché gioca in un ruolo diverso da quello a cui è abituata. Per questo sta lavorando tantissimo, proprio sul momento della battuta, con il suo “mental coach”.

Ekaterina Antropova si concentra prima di una battuta durante Svezia-Italia a Göteborg, Svezia, 23 agosto 2026 (Adam Ihse/TT News Agency via AP)

Antropova non è l’unica a farsi seguire da un mental coach, professionisti che, in maniera simile agli psicologi dello sport, seguono atlete e atleti per aiutarli ad affrontare serenamente le partite e la vita da sportivi. Tra fatiche, infortuni e sforzi per ottenere buoni risultati non è affatto facile, fa notare Giulia Momoli, ex pallavolista professionista e giocatrice di beach volley che ora fa la mental coach.

Momoli spiega che saper gestire le risorse mentali è una capacità che completa le doti tecniche di un atleta professionista, dunque per certi sportivi una figura come la sua è diventata tanto necessaria quanto quella di un preparatore atletico. Le pallavoliste della Nazionale sono «giocatrici di élite, che hanno imparato a integrare lo show» attorno a ogni partita, dice; serve però fare pratica per gestire stress, emozioni e le distrazioni che non si possono controllare.

Nel caso della pallavolo, continua Momoli, la questione non è tanto mantenere la concentrazione per tutta la partita – una cosa pressoché impossibile – bensì saperla riprendere rapidamente, per esempio dopo un errore, senza attribuirgli troppo significato. Si lavora quindi per trovare una sorta di interruttore, che per ciascuna persona è diverso: può essere un breve dialogo interiore, un respiro profondo o un gesto che aiuti a concentrarsi subito sulla palla successiva. C’è chi per ritrovare l’attenzione stringe un pugno, chi guarda verso l’alto e poi riporta di nuovo lo sguardo sul campo o chi si ripete un mantra positivo.

Lo scopo insomma è «rifocalizzare la mente sul momento presente», sintetizza, perché «più si sta lì e più si hanno a disposizione tutte le proprie risorse». È un po’ quello che dice Julio Velasco, l’allenatore dell’Italia, quando parla di “qui e ora”.

Denise Meli durante Italia-Montenegro agli Europei a Göteborg, Svezia, 22 agosto 2026 (FIPAV)

Con “qui e ora” Velasco intende concentrarsi solo su quello che c’è da fare, dimenticare la palla precedente e pensare subito a quella successiva. «Se l’avversario ha fatto punto, non importa se è merito suo, un errore nostro o un’azione normale», dice, perché quella dopo non sarà mai identica. «Stare lì a commentare, analizzare e guardare lo schermo per vedere che cosa è successo» perciò non aiuta, e anzi rischia di far innervosire.

Velasco riconosce che a volte l’emotività prende il sopravvento sulla parte razionale e che alle giocatrici risulta difficile accettare un errore o cambiare subito atteggiamento. Per questo ne parla molto con la squadra, perché è un aspetto da allenare come altri. «È come se uno va a fare un esame e si convince che da quello dipende tutto il resto della sua vita: così è peggio. Se invece si dice “va beh, se l’esame va male lo darò di nuovo” è meglio, no?».

Le giocatrici della nazionale parlano con Velasco in un time-out durante Italia-Montenegro agli Europei, Göteborg, Svezia, 22 agosto 2026 (FIPAV)

“Qui e ora” secondo Velasco significa anche tenere a bada i social media, evitare per quanto possibile articoli e podcast che commentano le partite, e cercare di non farsi influenzare nemmeno dai familiari. Anche un messaggio benintenzionato che dice “allora oggi vinciamo!” rischia di essere una pressione in più, e il tifo in favore può trasformarsi in tifo avversario, continua Velasco, se innescano l’idea che sia obbligatorio vincere. Ma «noi dobbiamo stare dentro di noi: concentrati vuol dire quello».

Danesi racconta che le è capitato di parlare con persone che, dopo aver visto una partita dal vivo per la prima volta, erano rimaste sorprese dall’atmosfera del palazzetto, e non si aspettavano uno spettacolo con musica alta, cartelloni e battimani. Anche se le giocatrici sanno di «regalare emozioni semplicemente giocando a pallavolo», dice, «è bello e giusto che la gente venga anche per essere intrattenuta da tutto il contorno, che effettivamente ha il suo fascino».

Quando l’Italia ha giocato contro la Svezia nel girone di qualificazione degli Europei a Göteborg il palazzetto era pieno (soprattutto per vedere la fenomenale opposta Isabelle Haak) e il pubblico di casa caloroso e corretto. Se arriverà a giocare le semifinali o la finale in Turchia, magari contro la Turchia stessa, il pubblico potrebbe farsi sentire di più, dice Velasco, riferendosi a come i tifosi turchi spesso fischino le giocatrici avversarie o abbiano comportamenti poco sportivi. «Sarebbe una bugia dire che siamo abituate, fa sempre effetto», conclude Antropova, che da questa stagione giocherà proprio in Turchia, all’Eczacıbaşı: «Sono stra-appassionati», ma quando si è dall’altra parte «possono essere ostici».

Lunedì l’Italia ha battuto per 3-0 la Bulgaria negli ottavi di finale degli Europei a Brno, in Cechia, e ai quarti affronterà la vincente di Cechia-Svezia, in programma sempre lunedì alle 19. Nei gironi aveva vinto tutte e cinque le partite, perdendo appena un set: sta provando a vincere il terzo grande torneo in tre anni, dopo le Olimpiadi e i Mondiali.

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