A che punto è la ricostruzione nel centro Italia dieci anni dopo il terremoto

Il commissario del governo dice che è al 40 per cento, ma è un po' un inganno

di Angelo Mastrandrea, foto di Michele Lapini

Una casa terremotata ad Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)
Una casa terremotata ad Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)
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Il terremoto del 24 agosto 2016 colpì una vasta area dell’Appennino centrale tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria. Furono distrutti o gravemente danneggiati 138 comuni e 1.200 frazioni, spesso di montagna. Rimasero senza casa 41mila abitanti su 560mila che abitavano nelle aree colpite: molti vivevano nei paesi più vicini all’epicentro, che furono rasi al suolo o quasi. Alcuni furono sistemati nelle casette prefabbricate in acciaio e legno costruite dalla Protezione Civile, altri accettarono un contributo statale per pagarsi un affitto: dai 400 a 900 euro al mese, a seconda delle dimensioni del nucleo familiare.

Dieci anni dopo, molti degli sfollati non sono ancora rientrati nelle proprie case: 2.267 famiglie vivono nei prefabbricati e circa 6mila prendono i soldi statali per l’affitto. Secondo le stime del commissariato straordinario per la ricostruzione, che dipende dal governo, ci vorranno almeno altri 5 o 6 anni prima che possano rientrare nelle loro case. Ma a guardare lo stato di avanzamento dei lavori sembra una stima molto ottimistica e difficilmente realizzabile.

Il commissariato dice che la ricostruzione è al 40 per cento: ma è un numero che comprende sia le opere consegnate che quelle «in fase di progettazione, affidamento o stato di avanzamento» (come scritto nell’ultimo rapporto ufficiale), cioè lavori che non sono ancora cominciati o non si sono ancora conclusi. Finora sono stati concessi 12 miliardi e mezzo di euro per la ricostruzione privata e quasi 5 miliardi per quella pubblica, ma secondo le stime ce ne vorranno  in tutto almeno 28 per ricostruire tutte le case, gli edifici pubblici e le infrastrutture danneggiate (quindi ne servirebbero almeno altri 11).

L’interno di una casa ad Accumoli, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

«In realtà sono state completate appena il 18 per cento delle case private e il 5 per cento delle strutture pubbliche», spiega Davide Olori, un sociologo dell’università di Bologna che sta coordinando una ricerca del centro studi “Ecologie del Post Terremoto” sugli effetti del terremoto del 2016 sul territorio e sulle popolazioni del centro Italia, a cui partecipano una quarantina di demografi, economisti, geografi, sociologi e urbanisti.

Il motivo di questa divergenza è la distinzione tra avanzamento formale e materiale della ricostruzione. L’ha fatta notare la ong ActionAid in un dossier presentato alla vigilia del decennale del terremoto: circa due terzi degli interventi di ricostruzione sono «tra la fase zero e le fasi cosiddette amministrative», e l’80 per cento dei soldi sono stati spesi «nelle fasi precedenti il cantiere», cioè per i progetti e gli studi tecnici. Gli edifici più indietro sono quelli dei servizi essenziali, come scuole e strutture sanitarie.

Gran parte dei lavori inseriti dal commissariato in quel 40 per cento non è ancora stato avviato, e secondo ActionAid difficilmente succederà a breve, perché in genere il passaggio tra la programmazione e la realizzazione effettiva delle opere è il più complicato.

In sintesi, secondo ActionAid la gran parte dei lavori inseriti dal commissariato nel 40 per cento di ciò che è stato ricostruito non sono ancora stati avviati e difficilmente partiranno a breve, perché «il passaggio dalla programmazione alla realizzazione materiale delle opere rappresenta il principale collo di bottiglia del processo».

Una casa distrutta a Pescara del Tronto, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Macerie nel borgo di Arquata del Tronto, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

In dieci anni sono stati nominati cinque commissari straordinari. L’ultimo è Guido Castelli, un senatore di Fratelli d’Italia scelto nel 2023 dal governo di Giorgia Meloni. Punta molto su quello che definisce «laboratorio Appennino»: un modello che dovrebbe tenere insieme ricostruzione, ripresa economica e sviluppo, e che ha l’obiettivo di contrastare lo spopolamento. Oltre ai fondi per la ricostruzione, utilizza i quasi due miliardi di euro di fondi statali complementari a quelli europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), stanziati dal governo Draghi nel 2021 per risollevare l’economia locale e spingere le persone a tornare a vivere nelle zone terremotate.

Nell’ultimo rapporto sulla ricostruzione il commissariato sostiene che «la cura funziona»: dice che più della metà dei residenti sarebbero «soddisfatti» della ricostruzione, che vivrebbero meglio rispetto a tre anni fa, che il divario migratorio si sarebbe ridotto e il reddito pro-capite sarebbe aumentato del 19 per cento, del 22 per cento nei comuni più colpiti.

Molti abitanti della zona però non condividono questo entusiasmo. Il 18 luglio il comitato “3e36”, che prende il nome dall’ora del terremoto, ha organizzato un incontro pubblico nell’Auditorium di Amatrice, uno dei borghi più colpiti, a cui hanno partecipato molte persone anche dai paesi vicini. Chi è intervenuto ha denunciato la lentezza della ricostruzione, i ritardi amministrativi che impediscono l’apertura di nuovi cantieri e ritardano i lavori in corso, la crisi di liquidità di molte piccole imprese, che rischiano di fallire, e la mancanza di un piano per rallentare lo spopolamento dei paesi terremotati.

L’interno di una casa ad Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

«Il problema principale dei ritardi nel ricostruire le opere pubbliche è la burocrazia: abbiamo il commissariato straordinario, l’Ufficio regionale per la ricostruzione, il Comune, in alcuni casi la Soprintendenza, e in ogni passaggio si perde molto tempo», dice il sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi, di Fratelli d’Italia. Ci sono poi la carenza di personale nei piccoli comuni, l’aumento dei costi dei materiali che ha costretto a rivedere i progetti e i finanziamenti, e la programmazione iniziale che è partita molto in ritardo.

Basta fare un giro nelle zone terremotate per rendersi conto della situazione. La ricostruzione pubblica è di fatto ferma quasi ovunque, o è molto indietro. Invece ci sono molti cantieri privati, in particolare nelle frazioni. In molti casi si vedono operai al lavoro, in altri ci sono ponteggi e recinzioni ma è tutto fermo.

I cantieri fermi dipendono soprattutto dal fatto che molte imprese edili hanno interrotto i lavori per dedicarsi ad altri finanziati con il superbonus, dove potevano guadagnare di più (il “superbonus” era la cospicua agevolazione fiscale introdotta nel 2020 dal governo di Giuseppe Conte per gli interventi di ristrutturazione che miglioravano l’efficienza energetica di case e condomini). Quando gli incentivi del superbonus sono finiti, queste imprese non hanno più riaperto i cantieri del terremoto perché nel frattempo i costi erano cresciuti, e il finanziamento ricevuto all’inizio non era più sufficiente a coprirli.

In altri casi i lavori sono fermi perché alcune ditte hanno preso più lavori di quanti erano in grado di gestire in base alle loro dimensioni. Alcune ditte, soprattutto di fornitori di materiali o che avevano preso dei lavori in subappalto, hanno chiesto il concordato preventivo (una procedura giudiziale per evitare il fallimento), o sono fallite per i ritardi nei pagamenti statali e per i rincari dei materiali.

Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Una casa distrutta a Pescara del Tronto, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Molte delle case ricostruite non sono abitate. In alcuni casi accade perché mancano l’acqua, la luce, il gas, l’allaccio alle fognature e l’illuminazione stradale. A Grisciano, una frazione di Accumoli dove la ricostruzione privata sta procedendo più velocemente che altrove, i residenti rischiano di non poter tornare nelle case ristrutturate perché mancano i servizi. Ad aprile il commissariato straordinario ha stanziato oltre 574mila euro per completare le opere di urbanizzazione e i sottoservizi, cioè le infrastrutture sotterranee che portano i servizi alle case e alle strade.

Cantieri della ricostruzione a Grisciano, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Altre sono disabitate perché i proprietari si sono trasferiti, o perché già prima non ci vivevano e avevano in questa zona una seconda o terza casa da usare per le vacanze e i fine settimana. Anche qui c’è stato un grosso problema organizzativo: i finanziamenti per ricostruire le abitazioni monofamiliari sono stati concessi a chiunque presentasse la richiesta, senza verificare se fossero effettivamente abitanti del posto. Questo ha provocato molti malumori tra le persone sfollate dai centri storici, che non sono stati ancora ricostruiti.

In tutta questa mancata ricostruzione, l’unica eccezione positiva è a Tufo, una frazione di Arquata del Tronto (nelle Marche), dove gli abitanti hanno costituito un consorzio e hanno affidato la ricostruzione a un’unica impresa che ha realizzato tutto.