Dieci anni dopo il terremoto Amatrice non esiste più

Le foto mostrano un borgo ancora in gran parte raso al suolo, dove non abita più nessuno e dove perfino il cimitero è un cantiere

di Angelo Mastrandrea, foto di Michele Lapini

La zona rossa di Amatrice, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)
La zona rossa di Amatrice, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)
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La notte del 24 agosto 2016 un terremoto di magnitudo 6.0 devastò un’ampia zona del Centro Italia tra l’Abruzzo, il Lazio, le Marche e l’Umbria. I borghi di Accumoli, Amatrice, Arquata del Tronto e la sua frazione Pescara del Tronto, i più vicini all’epicentro, furono quasi completamente distrutti. Morirono 299 persone e altre 388 rimasero ferite. Nei mesi seguenti ci fu uno sciame sismico, cioè una serie di terremoti di minore intensità. Il 26 e il 30 ottobre altre due scosse, la seconda ancora più forte di quella di agosto, provocarono ulteriori danni, ma non ci furono altre vittime perché tutti gli abitanti erano già stati evacuati. A gennaio altre quattro forti scosse finirono di abbattere le poche abitazioni rimaste. Dieci anni dopo, i comuni rasi al suolo non sono ancora stati ricostruiti.

La zona rossa di Amatrice, 16 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Nel borgo medievale di Amatrice, il più colpito dal terremoto, è stata ristrutturata solo la duecentesca Torre Civica. È stato rimesso in funzione anche l’orologio sulla facciata, che per molti anni era rimasto fermo alle 3:36, l’ora del primo terremoto. Attorno non c’è più nulla. Dove c’erano case, chiese e negozi ora c’è una spianata ricoperta di cantieri e recintata, dove possono entrare solo gli operai che lavorano nei cantieri, le forze dell’ordine e i mezzi di soccorso.

Perfino il cimitero è ancora un cantiere. Ci sono cappelle di famiglia puntellate, altre ricostruite o con i lavori in corso, lapidi accatastate e cumuli di macerie. Per molti mesi dopo il terremoto loculi, sarcofaghi e cassette di zinco rimasero schiacciati sotto le macerie o sparpagliati all’aperto. Ora le tombe sono state ricomposte, ma molte sono rimaste senza nome. Sui loculi c’è la scritta «salma priva di dati identificativi (lapide divelta dal sisma)».

Il cimitero di Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Uno dei loculi ricostruiti nel cimitero di Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Le persone morte nel terremoto sono sepolte senza nessun riferimento a quello che successe. Si riconoscono dalla data del decesso. Amatrice fu il paese con più morti: 237. Di questi, 91 erano residenti in paese, gli altri erano turisti o proprietari di seconde case. La prima scossa fu di mercoledì, un giorno in cui il borgo era meno frequentato dai non residenti. Questa circostanza evitò probabilmente un bilancio peggiore.

Tutto ciò che rimane del patrimonio artistico e storico è conservato nel museo cittadino, che è stato ricostruito in un edificio in legno nel parco comunale ed è stato intitolato a Floriana Svizzeretto, la direttrice che morì il giorno del terremoto. Ci sono alcune statue di santi recuperate dalle chiese crollate, un pulpito in legno che si trovava nella chiesa di San Francesco, una colonna del 1100 e alcune stele romane spuntate a sorpresa tra le macerie. Brunella Fratoddi, la restauratrice che ne ha curato il recupero, dice che ha dovuto evitare che finissero travolte dalle ruspe e smaltite insieme alle altre rovine.

Brunella Fratoddi nel laboratorio di restauro delle opere salvate dal sisma ad Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Nel museo c’è anche un plastico del centro storico con le mura di cinta, le sei porte di accesso al paese antico, i cinque conventi e le venti chiese. Un anno prima del sisma Amatrice era entrata nell’associazione dei borghi più belli d’Italia. Il presidente dell’associazione ristoratori e albergatori di Amatrice (ARAM), Giovanni Apa, dice che il paese «era un luogo di villeggiatura, molte persone originarie di queste parti venivano a trascorrerci l’estate o portavano i bambini dai nonni, e nei fine settimana si fermavano turisti e camminatori. Ora il turismo dei borghi è finito e ad Amatrice non viene più nessuno».

Una casa nella zona rossa di Amatrice, dove c’era il centro della città, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

L’interno di una casa di Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Secondo i dati forniti dall’ufficio tecnico del Comune, la ricostruzione sarebbe al 40 per cento: il dato però tiene conto anche dei progetti avviati e anche di quelli soltanto approvati, non significa che il 40 per cento del paese è stato effettivamente ricostruito (basta un colpo d’occhio per rendersene conto). Finora sono state consegnate 267 abitazioni singole, tutte nelle 69 frazioni del paese. Il resto sono lavori in corso o ancora in fase di progettazione: in totale riguardano 540 complessi di edifici, 1.510 case private e 20 opere pubbliche. Sono stati spesi 680 milioni di euro, su una richiesta complessiva di 1,1 miliardi.

È stato costruito un nuovo ospedale, che è costato finora quasi 43 milioni di euro – 6 dei quali donati dal governo tedesco – ma non è ancora stato consegnato: per completare alcuni reparti alla fine di maggio la Regione Lazio ha stanziato un altro milione e mezzo di euro.

I cantieri intorno alla Torre Civica di Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

A poche centinaia di metri dal borgo distrutto sono state costruite un’area commerciale e una dove si trovano i ristoranti che preparano i piatti tipici di Amatrice: la pasta all’amatriciana, un sugo con pecorino e guanciale, e la gricia, la versione senza pomodoro. Ci sono anche le scuole, un laboratorio di restauro e un prefabbricato che ospita la parrocchia di Sant’Agostino, che fino al giorno del terremoto era in una chiesa del Quattrocento.

L’architetto Stefano Boeri sta ricostruendo l’ex orfanotrofio don Minozzi, un edificio in stile razionalista costruito negli anni Venti del Novecento su un’area di 18mila metri quadrati e di proprietà della Chiesa. È il più grande cantiere privato della ricostruzione: ospiterà il nuovo Municipio, una biblioteca, la sede della polizia stradale, il Museo diocesano, spazi per l’assistenza agli anziani e laboratori didattici.

Il cantiere di Casa Futuro, coordinato dall’architetto Stefano Boeri, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

La maggior parte della popolazione vive ancora nei prefabbricati. Dei poco più di 2mila residenti, più di un migliaio abita nelle Soluzioni abitative in emergenza (SAE), costruite dalla Protezione civile anche a molti chilometri di distanza dal vecchio borgo. Gli altri se ne sono andati a vivere in altre città e conservano ad Amatrice solo la residenza, o abitano nelle poche case ristrutturate nelle 69 frazioni del paese, spesso a molti chilometri dal borgo, dove invece non vive più nessuno.

Le SAE sono dei villaggi composti da file ordinate di casette prefabbricate in legno e acciaio da 40, 60 o 80 metri quadrati con un piccolo giardino davanti. Avrebbero dovuto essere smantellati entro dieci anni dalla costruzione, ma sono ancora tutti lì perché non si saprebbe dove spostare gli abitanti.

La gestione è passata al Comune, che ha mandato lettere di sgombero a chi non aveva i requisiti per rimanerci: «non possiamo fare assistenzialismo, abbiamo già anticipato 12 milioni di euro per la manutenzione che la Protezione Civile non ci ha ancora rimborsato», dice il sindaco Giorgio Cortellesi, di Fratelli d’Italia.

Tra queste persone ci sono anche alcune giovani coppie che avevano partecipato a un bando della precedente amministrazione per ripopolare Amatrice. C’è una coppia che era rientrata dalla Spagna e ora con lo sfratto non sa dove andare, perché ad Amatrice non ci sono case da affittare, e il comitato di cittadini chiamato “3e36” (come l’ora del terremoto del 24 agosto) denuncia che saranno sfrattate anche famiglie con minori. «Se non si offrono soluzioni alternative finirà che andranno via, e ad Amatrice rimarranno solo persone anziane», dice la presidente Sonia Santarelli.

Il villaggio SAE di Collemagrone, una frazione di Amatrice, 15 luglio 2026 (© Michele Lapini per il Post)

Carmine Monteforte, originario di Sperone in provincia di Avellino, davanti alla SAE a Collemagrone, dove vive con la moglie (© Michele Lapini per il Post)

Il villaggio SAE più grande si trova a Collemagrone, una delle 69 frazioni di Amatrice, a  tre km di distanza dal borgo e a mille metri di altitudine. Non ha piazze e luoghi dove incontrarsi, negozi e neppure un bar. Ci vivono molti anziani e in giro non si vede nessuno. Nel giardino di una delle abitazioni Carmine Monteforte coltiva pomodori. Racconta che si trasferì da giovane da Sperone, in provincia di Avellino, aveva una segheria giù in paese e sulle macerie ora ci hanno costruito una strada. Sua moglie Elvira dice che il trauma del terremoto gli ha causato una crisi d’identità: «è tornato alle origini e si è rimesso a parlare napoletano».