È iniziato un enorme processo contro Meta
L'accusa è di aver usato Instagram e Facebook per creare dipendenza e la richiesta di risarcimento è superiore a quanto l'azienda potrebbe mai pagare
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Da un paio d’anni Meta è coinvolta in migliaia di cause legali negli Stati Uniti che l’accusano di aver creato volontariamente dei prodotti (Instagram e Facebook) che creano dipendenza, specialmente negli utenti più giovani, causando tra le altre cose ansia e depressione. Martedì è iniziato un nuovo processo a Oakland, in California, che è finora il più importante per numero di stati coinvolti e per l’entità del risarcimento richiesto: circa 1.400 miliardi di dollari, una cifra quasi equivalente al valore complessivo delle azioni di Meta quotate in borsa.
Se Meta dovesse perdere la causa, il pagamento di una somma del genere comporterebbe il fallimento dell’azienda e il suo passaggio sotto il controllo statale. James Grimmelmann, professore di diritto alla Cornell Law School, ha detto all’Associated Press che la richiesta è più che altro simbolica, visto che l’azienda «non ha tutti quei soldi e non potrebbe ottenerli».
La causa fu intentata contro Meta da 29 stati degli Stati Uniti nel 2023, ma il processo iniziato martedì ne coinvolge per il momento solo quattro: California, Colorado, Kentucky e New Jersey. Gli stati ricorrenti ritengono che i dirigenti di Meta fossero al corrente dei potenziali danni degli algoritmi dei loro social network e che non abbiano fatto abbastanza per limitarli, anteponendo i risultati economici al benessere degli utenti. L’azienda è accusata inoltre di aver raccolto dati su utenti minorenni, anche di 13 anni, senza il consenso dei genitori, in violazione della legge federale.
Tra le richieste degli stati che hanno fatto causa a Meta c’è anche quella di apportare sostanziali modifiche al funzionamento di Instagram e Facebook, i due principali social network dell’azienda, eliminando il conteggio dei “mi piace” e il meccanismo dello scrolling continuo dei contenuti. Il processo dovrebbe durare 6 settimane.

L’avvocato di Meta Paul Schmidt (David Paul Morris/Bloomberg)
Come accaduto in altri processi di questo tipo, la tattica dell’accusa prende spunto da quella utilizzata negli anni Novanta contro le principali società produttrici di sigarette: anche loro furono accusate di aver ignorato gli effetti negativi dei loro prodotti, pur essendone al corrente. Le società di sigarette dovettero risarcire alcuni clienti per centinaia di miliardi di dollari e accettarono di modificare le pratiche di marketing per aumentare la protezione e la consapevolezza dei consumatori.
La difesa di Meta sostiene che non esistano prove scientifiche della dipendenza creata dai social network, e che quindi le argomentazioni dell’accusa non siano sufficientemente fondate. Fa inoltre riferimento a una norma federale degli Stati Uniti che li solleva dalla responsabilità dei contenuti che pubblicano gli utenti.
Rispetto a quanto avvenuto in altre cause di questo tipo, però, questa volta i ricorrenti possono contare su dei precedenti. A marzo una giuria popolare di Los Angeles aveva condannato Meta e Google a risarcire con 3 milioni di dollari una donna che aveva accusato le due società di aver contribuito alla sua dipendenza dai social, sviluppata durante l’infanzia e sfociata in ansia, depressione e problemi legati all’immagine e alla percezione del proprio corpo.
E a inizio agosto un tribunale del New Mexico aveva imposto a Meta il pagamento di una multa da 567 milioni di dollari (quasi 500 milioni di euro), per non aver avvertito correttamente gli utenti dei pericoli che i minori corrono sulle sue piattaforme, soprattutto riguardo ai predatori sessuali online e all’esposizione a materiale sessualmente esplicito.
– Leggi anche: La multa più grande di sempre a Meta sulla sicurezza dei minori



