I vestiti per proteggersi dal sole
Si stanno diffondendo prodotti con certificazione UPF, che possono sostituire in certi casi le creme
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Nelle ultime settimane sono molto circolate sui social delle fotografie dell’attrice Anne Hathaway mentre era in vacanza in barca in Italia e nel sud della Francia con indosso dei costumi da bagno molto particolari. Non si trattava infatti di normali bikini, tankini (ovvero quelli che al posto del reggiseno hanno una canotta) o costumi interi, ma di tute che coprivano tutto il corpo lasciando esposte solo le dita delle mani, i piedi, il collo e il viso (questi ultimi protetti con un cappello a falda larga).
Le foto non sono tutte recenti: alcune sono di quest’anno, altre invece risalgono alle estati precedenti, ma se ne è così tanto parlato sui social e sui giornali un po’ perché Hathaway ha recitato in blockbuster usciti negli ultimi mesi, come Odissea e Il diavolo veste Prada 2, e un po’ perché questo genere di costumi rientra in una tendenza che sta prendendo sempre più piede: quella degli indumenti con filtro solare.
I costumi di Anne Hathaway, con delle fantasie psichedeliche colorate e realizzate in un tessuto molto leggero, sono della marca Tutublue, che produce mute e costumi da bagno iper coprenti con un filtro UPF 50+. UPF è un acronimo che sta per “Ultraviolet protection factor”, ovvero fattore di protezione per gli ultravioletti. Funziona un po’ come per le creme solari: più il fattore di protezione è alto, più il capo è in grado di schermare la pelle. Quindi se un indumento ha un fattore di protezione 50 vuol dire che solo un cinquantesimo, cioè il 2 per cento, dei raggi ultravioletti (UVA e UVB) riuscirà a superare il tessuto e arrivare alla pelle.
Sia l’UPF che l’SPF, ovvero il fattore protettivo delle creme solari, indicano quanti raggi UV vengono bloccati – il primo sia UVA che UVB, il secondo in genere solo gli UVB – ma vengono testati in modo diverso: l’UPF in base a quanti raggi fa passare attraverso un tessuto, mentre l’SPF in quanto tempo ci mette la pelle protetta ad arrossarsi rispetto a quella non protetta.
I tessuti con UPF non sono poi così diversi dai normali indumenti che si indossano tutti i giorni o che si possono trovare in qualsiasi negozio o che si hanno già in casa: potenzialmente anche un capo senza la scritta UPF sull’etichetta può avere un fattore di protezione molto alto. L’UPF è infatti semplicemente un indice misurato e certificato su richiesta dei produttori. Chiaramente poi le aziende specializzate in indumenti di questo genere studiano delle composizioni che permettono di raggiungere un UPF più alto o che garantiscono delle prestazioni adeguate al tipo di attività per le quali i capi sono pensati.
L’idea che sta dietro ai capi con UPF è che possano essere usati in aggiunta o in alternativa alla crema solare: mentre la crema va riapplicata quando ci si bagna o ogni due o tre ore, i vestiti si possono semplicemente tenere su. Sono adatti per esempio ai bambini che stanno a lungo al sole a giocare e non si fanno mettere la crema volentieri, per chi sta tanto tempo all’aperto in città e non ha voglia (o si dimentica) di mettersi la crema tutti i giorni o anche solo per chi non tollera di doversi spalmare qualcosa di appiccicoso e unto sulla pelle. La crema però è necessaria per tutte quelle aree che restano esposte, come le mani, il collo e il viso.
I primi test per sviluppare un indice di protezione solare per i tessuti furono fatti in Australia nel 1970, all’epoca il paese con il più alto tasso di melanomi, cioè il cancro della pelle. Dopo la pubblicazione del primo standard UPF nel 1996, anche altri paesi iniziarono a fare ricerca e a sviluppare le proprie certificazioni.
Una cosa importante da tenere in considerazione è che non esiste ancora una certificazione universale per stabilire l’UPF dei capi, ma ce ne sono diverse. «Lo standard migliore attualmente», ha detto al Post Livia Biardi, esperta dell’organizzazione per consumatori Altroconsumo, «è l’UV 801, che testa i capi anche da bagnati e sottoposti ai vari stress che ne simulano l’uso. L’indicazione si trova sull’etichetta». Per la Skin Cancer Foundation, una nota organizzazione non profit americana dedicata alla prevenzione del cancro della pelle, i capi devono avere almeno un fattore protettivo 50 per poter essere considerati davvero efficaci.
– Leggi anche: Le creme solari, spalmate bene
I capi con UPF in genere sono tecnici, come quelli che si usano per fare surf, ciclismo, pesca o escursionismo, per proteggere chi deve restare a lungo sotto il sole o dentro l’acqua o che non può contare solo sulla crema solare. Tra le aziende che fanno o vendono indumenti con protezione UPF infatti ce ne sono molte specializzate in capi sportivi come Adidas, Decathlon, The North Face e Patagonia.
Più di recente però anche alcuni marchi che fanno abiti per la vita di tutti i giorni hanno iniziato a produrli, contando sul fatto che sempre più persone fanno attenzione a proteggersi dal sole. Ci sono per esempio Uniqlo, che vende giacche impermeabili leggere e camicie con fattore protettivo alto, il marchio di costumi da bagno Hunza G che fa parei, cappellini e mute con UPF 50+ o quello di abiti Claudent, che invece propone gonne lunghe e top.
Negli ultimi anni poi si sta anche diffondendo l’abitudine, comune in Giappone, Cina e Corea del Sud, di indossare accessori con un UPF alto, come cappellini, guanti e ombrellini. Tra quelli che sempre più aziende hanno iniziato a produrre, per esempio l’italiana Nule, ci sono i manicotti, che coprono parte delle mani e arrivano fino a metà bicipite, quelle zone che tipicamente tendono a scottarsi quando si corre, si va in bici o si guida.
In certi casi però l’UPF è diventato più che altro uno strumento di marketing. Alcune aziende specializzate vendono per esempio anche gonne con ampi spacchi o magliette smanicate. Questo genere di indumenti è certamente più adatto alla vita di tutti i giorni rispetto ai capi tecnici pensati per fare sport, ma lasciando scoperta gran parte della pelle rende di fatto poco utile l’alto fattore di protezione del tessuto.
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Come dicevamo, anche i capi che non sono stati certificati e testati per proteggere dal sole possono schermare la pelle dai raggi UV. I tessuti che proteggono meglio sono quelli con una trama fitta, come il denim, il popeline, il cotone e il lino a trama compatta e poi tanti tessuti sintetici come il nylon, il poliestere e la viscosa. Secondo la Skin Cancer Foundation sono da preferire i capi neri, marroni e blu o con colori molto brillanti, come il blu elettrico e l’arancione. In genere inoltre i tessuti bagnati perdono buona parte della loro capacità di proteggere, quindi se l’obiettivo è indossarli in acqua è meglio scegliere indumenti con un fattore UPF e certificati da un ente che li testi anche da bagnati. Meglio poi che i capi non siano aderentissimi: se il tessuto è in tensione c’è il rischio che la trama si allarghi lasciando passare la luce.
Contrariamente a quanto si pensa, una normale t-shirt bianca di cotone – quella che di solito si indossa in spiaggia quando ci si è scottati o si ha l’eritema solare – ha un UPF molto basso e quando viene bagnata la trama si allarga e diminuisce ulteriormente, arrivando anche sotto a un UPF 10.



