Un bel pezzo della Lega lombarda non ne può più di Salvini
Alcuni importanti dirigenti ne hanno chiesto le dimissioni da segretario e le province con più iscritti sono contro la sua gestione
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Venerdì scorso, nella sede della Lega di via Bellerio a Milano, una parte consistente dei dirigenti lombardi ha chiesto al segretario federale Matteo Salvini di farsi da parte lasciando la guida del partito, ritenendolo responsabile del calo di consensi degli ultimi anni e della disaffezione nei confronti della Lega anche in province storicamente leghiste come Bergamo, Brescia e Varese.
I dirigenti sono intervenuti durante una riunione del direttivo lombardo che era stata convocata dallo stesso Salvini, cosa che non fa quasi mai, per provare a chiarire i motivi del malcontento ormai evidente e per annunciare l’intenzione di rinnovare la dirigenza in vista del raduno annuale della Lega a Pontida che dagli anni Novanta funziona come una sorta di momento di verifica interna.
La leadership di Matteo Salvini è considerata da anni piuttosto debole, e alcune vicende recenti – come quelle che hanno portato all’uscita di Roberto Vannacci – hanno aumentato la percezione di un leader con scarsa visione strategica, poco acume tattico, e una scarsa capacità di controllare il suo stesso movimento. Finora Salvini era riuscito a gestire il dissenso interno grazie alla struttura gerarchica del partito, e in particolare del consiglio federale, il più importante organo direttivo della Lega, composto per la maggior parte da dirigenti a lui vicini.
Al direttivo lombardo invece partecipano i dirigenti provinciali e regionali, più vicini ai militanti e più liberi di esprimersi rispetto ai dirigenti federali o ai parlamentari. Su 31 interventi complessivi soltanto sei sono stati a difesa di Salvini, almeno cinque gli hanno chiesto esplicitamente di dimettersi da segretario federale, mentre tutti gli altri sono stati molto critici.

Roberto Vannacci e Matteo Salvini nel 2024 durante una manifestazione della Lega (ANSA/CLAUDIO PERI)
Gli interventi più duri contro Salvini sono stati fatti dall’ex deputato Daniele Belotti, dall’assessore regionale lombardo Massimo Sertori, molto vicino al presidente della Lombardia Attilio Fontana, da Giovanmaria Flocchini, sindaco di Pertica Alta in provincia di Brescia e presidente della comunità montana della Valle Sabbia, dal segretario provinciale della Lega a Bergamo Fabrizio Sala e da Renato Pasinetti, sindaco di Travagliato in provincia di Brescia.
Bergamo, Brescia e Varese, che da sole valgono circa il 70 per cento degli iscritti lombardi, si sono schierate in modo compatto contro il segretario. Critiche molto dure sono arrivate anche da Cremona e Sondrio. Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato, ex ministro e referente di Pavia, ha tenuto una posizione ambigua. L’unico intervento a favore di Salvini è stato quello di Laura Santin, segretaria della Lega a Como e moglie del deputato leghista Fabrizio Cecchetti. La deputata Simona Bordonali ha messo in guardia il segretario dall’atteggiamento di molti parlamentari che evitano le critiche e nascondono i problemi più che altro per interesse personale, visto che Salvini ha l’ultima parola sulle candidature alle prossime elezioni.
Molti dirigenti hanno parlato del calo dei consensi che ha portato la Lega dal 34 per cento delle elezioni europee del 2019 al rischio di non arrivare al 5 per cento, come dicono diversi sondaggi. Belotti ha detto che il problema non è il programma politico, ma la credibilità di chi lo porta avanti, quindi di Salvini.
Il governatore lombardo Fontana ha chiesto a Salvini di tornare a pensare a obiettivi storici della Lega, in particolare il federalismo, e di farla tornare un partito «di lotta e di governo», non appiattito politicamente sul centrodestra.
Altri dirigenti hanno rinfacciato a Salvini tutte le scelte sbagliate fatte negli ultimi anni, in particolare la decisione di puntare su Roberto Vannacci, eletto eurodeputato con la Lega nel 2024, nominato vicesegretario e poi uscito dal partito lo scorso febbraio per fondare Futuro Nazionale, che sta togliendo molti consensi proprio alla Lega.
Oltre alla segretaria di Como, gli altri dirigenti che hanno difeso Salvini sono stati il segretario della Lega giovani Luca Toccalini, la ministra Alessandra Locatelli, l’europarlamentare Silvia Sardone.
Salvini ha ascoltato tutti senza rispondere, prendendo appunti. Alla fine ha risposto che non ha intenzione di dimettersi e ha definito alcuni interventi «disgustosi». Entro il 20 settembre, giorno del raduno di Pontida, Salvini dovrà pensare alla “nuova squadra”, una specie di direzione collegiale che lo affiancherebbe senza sostituirlo. È un’idea molto simile alla cosiddetta “cabina di regia” proposta a giugno, formata da Salvini, dai ministri Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti, dal governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, da quello lombardo Attilio Fontana, dal presidente della provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti e dall’ex governatore del Veneto Luca Zaia: una sorta di consiglio ristretto che tuttavia non si è quasi mai riunito.



