Anche il mare è caldissimo

Lungo le coste italiane e nel Mediterraneo occidentale le temperature massime hanno superato i 30 °C, stabilendo nuovi record

La spiaggia di Tropea, in Calabria. (Photo by Paul Rovere/Getty Images)
La spiaggia di Tropea, in Calabria. (Photo by Paul Rovere/Getty Images)
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Chi in questi giorni ha fatto il bagno nei mari italiani probabilmente non l’ha trovato particolarmente rinfrescante: la rete mareografica nazionale dell’ISPRA ha misurato 30,5 gradi ad Anzio, 29,4 a Taranto, 29,2 a Carloforte, 29,3 a Trieste. Al largo di San Dragonera, a Maiorca, una boa ha registrato la temperatura di 33,02 gradi, un record assoluto per il mar Mediterraneo.

Con aumenti fino a otto gradi rispetto alla media del periodo di riferimento che va dal 1991 al 2020, sono diverse le aree del mar Mediterraneo che stanno raggiungendo i livelli più alti mai registrati, specialmente in quello occidentale, e lo stesso vale per le coste europee che si affacciano sull’oceano Atlantico. Lunedì il servizio Copernicus dell’Unione Europea ha annunciato che la temperatura media globale della superficie dei mari e degli oceani nel luglio del 2026 ha raggiunto i 20,96 gradi, superando i 20,89 gradi del record precedente, stabilito nel 2023.

La mappa mostra dove la superficie degli oceani è stata più calda o più fredda rispetto al periodo di riferimento, che va dal 1991 al 2020, nel luglio 2026. (C3S/ECMWF)

Il mar Mediterraneo è un “hotspot climatico“, cioè il suo riscaldamento avviene più velocemente e più rapidamente rispetto ad altri mari. Lo scambio d’acqua e di calore con l’Atlantico avviene solo attraverso lo stretto di Gibilterra, largo 14 chilometri, quindi l’acqua calda che entra tende ad accumularsi invece di essere ridistribuita dalle correnti globali.

Il bacino del Mediterraneo è inoltre poco profondo — 1.430 metri in media contro i 3.688 dell’oceano — quindi ha più superficie esposta a parità di acqua. Infine, essendo circondato da terre che d’estate superano i 40 gradi, riceve calore anche dai venti che soffiano dalla terraferma.

Tra gennaio e giugno, le ondate di calore marine — cioè periodi prolungati in cui la temperatura superficiale del mare rimane anomalamente alta rispetto alle medie storiche — hanno interessato quasi l’intero bacino mediterraneo (98%), e circa l’80% è stato colpito da ondate di intensità forte, severa o estrema, con gli eventi più persistenti nel Mediterraneo occidentale.

Il rapporto del progetto Mare Caldo di Greenpeace e dell’Università di Genova ha documentato ondate di calore marine che arrivano fino a 40 metri di profondità, con fenomeni di necrosi e sbiancamento su gorgonie e coralli — organismi che crescono di pochi millimetri l’anno e impiegano quindi decenni a riprendersi — e l’avanzata di specie aliene che stanno progressivamente sostituendo quelle autoctone.

Samantha Burgess, Strategic lead per il clima presso il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio raggio, ha detto che quest’estate è stata un chiaro esempio di come la crisi climatica intensifichi i fenomeni estremi che si rafforzano a vicenda. Un’acqua più calda evapora di più e cede all’atmosfera vapore ed energia, alimentando piogge e temporali. È il motivo per cui a un Mediterraneo anomalamente caldo, per esempio, si associa un rischio maggiore di precipitazioni estreme concentrate in poche ore.

Il grafico mostra le temperature della superficie del mare giornaliere. In grigio ci sono gli anni che vanno dal 1991 al 2020, in rosso scuro c’è il 2026. (C3S/ECMWF)

I sette centesimi di grado di differenza tra il record globale del 2026 e quello del 2023 registrati da Copernicus potrebbero sembrare un valore trascurabile, ma non lo è se si considera che si tratta di una media calcolata su centinaia di milioni di chilometri quadrati.

Aumentare di temperatura tutta quest’acqua richiede una quantità di energia enorme, dell’ordine degli zettajoule, cioè una cifra seguita da 21 zeri. Nel corso del 2025 gli oceani hanno assorbito 23 zettajoule di energia in eccesso, una quantità equivalente all’energia sprigionata da undici bombe atomiche di Hiroshima che esplodono ogni secondo, ogni giorno, per tutto l’anno. E questo numero sta aumentando molto rapidamente, se si considera che nel 2022 erano sette e nel 2020 cinque.

Tutta questa energia è una conseguenza diretta dello squilibrio provocato dal riscaldamento globale, causato principalmente dalle attività umane. Decenni di misurazioni dirette hanno confermato che gli oceani assorbono circa il 90 per cento del calore assorbito dai gas serra. Il resto si distribuisce tra il riscaldamento delle terre emerse, lo scioglimento dei ghiacci e il riscaldamento diretto dell’atmosfera, che assorbe solo circa l’1% di quel calore. Quello che percepiamo sulla nostra pelle, quindi, è solo una frazione molto piccola di quello che viene ceduto a oceani e mari.

Tra le conseguenze ci sono anche quelle sulle attività umane come la pesca. Nelle lagune del Delta del Po, per esempio, dove l’acqua ha toccato i 32 gradi, la Sacca di Scardovari ha perso mille quintali di cozze Dop, mentre nella Sacca di Goro si stima la scomparsa del 70-90% delle vongole veraci. Secondo Confcooperative Agroalimentare e Pesca, i cambiamenti climatici causano alla pesca professionale italiana danni diretti di circa 200 milioni di euro l’anno.