La storia del quindicenne italiano in carcere a Malta da oltre due mesi
Se ne sa ancora poco, ma è più ampia rispetto al motivo per cui è stato arrestato, cioè aver dato un falso allarme bomba nella sua scuola
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Da oltre due mesi un ragazzo italiano di 15 anni è detenuto in un carcere sull’isola di Malta, dove abita da cinque anni con la famiglia. È stato arrestato a fine maggio per avere procurato un falso allarme bomba nella sua scuola. Martedì i suoi genitori hanno denunciato le condizioni degradanti della sua detenzione, e nel frattempo il ministro dell’Interno maltese ha reso note altre accuse contro il ragazzo che lasciano intuire come la storia del suo arresto sia più ampia del falso allarme. È una storia di cui però si sa ancora poco.
Secondo la ricostruzione dei giornali maltesi, la mattina del 25 maggio la polizia di Mosta, una città a meno di 20 chilometri a nordovest della capitale La Valletta, ha ricevuto una telefonata da una persona che avvertiva della presenza di una bomba in una scuola superiore. La scuola è stata subito evacuata, ma gli artificieri maltesi non hanno trovato nessuna bomba. Dopodiché la polizia ha rintracciato l’autore della telefonata, il quindicenne italiano, e lo ha arrestato.
Il padre del ragazzo ha raccontato all’ANSA che per i primi quattro giorni suo figlio è stato detenuto nel carcere per adulti di Corradino, a Paola, una città nel sud di Malta. Ha detto che è stato messo in isolamento e che «per il forte stress» si è procurato delle lesioni da solo. Ha detto che poi il ragazzo è stato trasferito in un carcere minorile dove «ha trascorso 35 giorni chiuso per 22 ore su 24» e dove è stato «costretto a mangiare in piedi e per tre giorni a nutrirsi con le mani perché nessuno si è preoccupato di fornirgli delle posate».
L’uomo ha detto che nella cella del figlio ci sono un letto, un water, un lavandino che non funziona e delle telecamere. Da circa un mese suo figlio può uscire dalla cella per vedere la TV in un’altra stanza e passare due ore al giorno in una sala con dei giochi, ma ancora non può stare a contatto con gli altri minorenni detenuti. Ha raccontato che può fare una doccia al giorno, sempre sorvegliato. Sua madre ha definito la detenzione «illegale», aggiungendo che «viola i principi umanitari».
Mercoledì il ministro dell’Interno maltese Glenn Bedingfield ha detto all’ANSA che la chiamata per l’allarme bomba non è stata uno scherzo telefonico né un episodio isolato. Ha aggiunto che il ragazzo è accusato di molti reati gravi, tra cui associazione a delinquere, partecipazione e coinvolgimento attivo in un’organizzazione criminale, reati relativi alla produzione, distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, diffusione di false informazioni, minacce aggravate e intimidazione.
Bedingfield non ha dato altri dettagli sulle indagini. Si è limitato a dire che oltre alle autorità giudiziarie di Malta sta indagando anche l’Europol, l’agenzia di polizia dell’Unione Europea. Ha poi parlato delle condizioni detentive del quindicenne, che a suo dire sarebbero migliori di quelle denunciate dai genitori. Ha detto anche che il proseguimento del suo percorso scolastico è stato garantito e che ha iniziato a partecipare a riunioni settimanali con altri detenuti.
Neanche il ministero degli Esteri italiano per ora dà informazioni in più sulle indagini. L’unità di crisi della Farnesina (il ministero degli Esteri) ha comunicato mercoledì che l’ambasciatrice italiana a Malta Valentina Setta ha visitato il quindicenne in carcere e lo ha trovato «in buone condizioni di salute». Ha confermato che è separato dagli altri detenuti ma ha detto che non è in regime di isolamento. È la seconda volta che il quindicenne riceve una visita dall’ambasciata italiana: la prima era stata il 26 giugno, da parte di un altro funzionario.
La Farnesina ha reso noto che il 17 luglio c’era stata un’udienza nel tribunale locale per discutere della possibilità di scarcerare il quindicenne su cauzione. Il tribunale però aveva respinto questa opzione e confermato la detenzione in carcere. La prossima udienza sarà il 19 agosto.
Nelle ultime ore hanno iniziato a circolare alcune ipotesi su cosa possa essere successo prima dell’episodio della bomba a scuola. Sia La7 che Rai News hanno raccontato che i genitori ipotizzano che il ragazzo possa essere stato adescato da gruppi criminali su internet, e che questi lo abbiano ricattato e poi costretto a fare qualcosa di illegale.
Secondo il Corriere della Sera il quindicenne sarebbe stato adescato su Roblox, una piattaforma di gioco online molto utilizzata da utenti minorenni e accusata di non aver fatto abbastanza per evitare casi di adescamento. Il Corriere scrive che un gruppo di persone non meglio specificato avrebbe iniziato a interagire con il ragazzo e gli avrebbe poi inviato moltissime immagini con contenuti pedopornografici, nazisti e satanisti. A quel punto lo avrebbero minacciato di dire ai suoi genitori e alla polizia che lui era in possesso di immagini illegali se non avesse fatto partire l’allarme bomba nella sua scuola.
Non ci sono per ora conferme ulteriori su questa ipotesi. La Farnesina non l’ha confermata né smentita.



