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  • Giovedì 25 giugno 2026

Almeno 188 persone sono morte a causa di due forti terremoti in Venezuela

Ma si stima che siano migliaia, mentre le operazioni di ricerca e soccorso vanno avanti

Un edificio crollato e uno danneggiato dal terremoto, La Guaira, Venezuela, 25 giugno(AP/Juan Pablo Arraez)
Un edificio crollato e uno danneggiato dal terremoto, La Guaira, Venezuela, 25 giugno
(AP/Juan Pablo Arraez)
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Attorno alle 18 di mercoledì, quando in Italia era passata da poco la mezzanotte, ci sono stati due terremoti ravvicinati di magnitudo 7.2 e 7.5 in Venezuela: le scosse sono state molto potenti e hanno fatto crollare numerosi edifici, provocando ampi danni, ancora difficili da quantificare. Sono state seguite anche da numerose repliche. La presidente Delcy Rodríguez ha detto che 188 persone sono morte e che ci sono più di 1.500 feriti, ma i numeri probabilmente cresceranno man mano che proseguono le operazioni di ricerca e soccorso.

Secondo la US Geological Survey (USGS), l’agenzia statunitense che registra i terremoti e che spesso viene utilizzata come riferimento anche all’estero, lo scenario più probabile è che le persone morte siano tra le 10mila e le 100mila. La stima tiene conto di variabili come la densità abitativa, il numero degli edifici e come sono costruiti.

L’epicentro del primo terremoto, quello di magnitudo 7.2, è stato vicino a Morón, una città costiera circa 170 chilometri a ovest di Caracas, e il suo ipocentro a una profondità di 20 chilometri. Un minuto dopo c’è stato un terremoto ancora più forte, di magnitudo 7.5, pochi chilometri a sudovest, con ipocentro a 10 chilometri di profondità.

I terremoti si sono sentiti anche in altre zone del Sudamerica, tanto che sono stati evacuati edifici in cittadine che si trovano nel nord del Brasile, più di 1.500 chilometri a sud di Caracas. La zona del Venezuela con più danni è quella attorno alla città di La Guaira, sulla costa a nord della capitale, dove Rodríguez ha detto che sono collassati «decine di edifici».

Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Ha detto di aver sospeso l’erogazione del gas per evitare perdite che possano causare esplosioni e che le scuole rimarranno chiuse fino alla fine della settimana. In diverse zone sono state interrotte anche le forniture di acqua per i danni causati dal terremoto, e nella capitale Caracas ci sono blackout localizzati. Sono state sospese le attività non essenziali e a Caracas anche treni e metropolitane. È stato chiuso anche l’aeroporto internazionale Simón Bolívar, che ha subito grossi danni.

Il sito di monitoraggio NetBlocks ha segnalato un calo della connessione internet dovuto alle interruzioni di corrente e ai danni alle infrastrutture. Internet è saltato specialmente nelle zone rurali già meno servite, per questo la maggior parte delle immagini che arrivano sono immagini di Caracas. A causa della censura in Venezuela comunque alcune app erano già bloccate, come per esempio X, inaccessibile dal 2024.

Nel pomeriggio BBC Mundo, la divisione dell’America Latina di BBC, ha detto che diversi utenti hanno segnalato di essere riusciti ad accedere a X. Nel pomeriggio le Nazioni Unite avevano sollecitato il governo affinché rendesse disponibili le app per facilitare comunicazioni, soccorsi e riconoscimento. Il governo non ha commentato e non si sa se le due cose siano collegate.

L’US Geological Survey (USGS) ha detto che a causare il terremoto è stato uno scivolamento delle placche su cui si trova il Venezuela, quella caraibica e quella sudamericana. Secondo l’agenzia le due scosse ravvicinate indicano «un complesso processo di interazione tra faglie» che potrebbe generare varie altre scosse.

Subito dopo il terremoto il presidente statunitense Donald Trump ha detto su Truth di aver ordinato a «tutte le agenzie governative di prepararsi e muoversi in fretta» per aiutare «il nostro nuovo e grande amico». Nel pomeriggio di giovedì (ora italiana) il segretario di Stato Marco Rubio ha confermato che gli Stati Uniti stanno inviando squadre di soccorso. L’attuale governo in Venezuela si è insediato dopo che gli Stati Uniti hanno catturato il presidente e dittatore Nicolás Maduro, a gennaio, con lo scopo di sostituirlo con una persona più malleabile agli interessi statunitensi. Rodríguez ha collaborato da subito con l’amministrazione Trump.

Da allora le esportazioni di petrolio e altri prodotti sono aumentate e l’economia è lievemente migliorata, ma il Venezuela resta un paese con un’inflazione fuori controllo e livelli di povertà molto alti. Le infrastrutture sono fatiscenti e il sistema sanitario ha poche risorse e personale ridotto dalle emigrazioni di massa degli ultimi anni. Anche per questo gli aiuti dall’estero sono particolarmente necessari per fronteggiare l’emergenza.

I governi di Ecuador, Uruguay, Brasile, Repubblica Dominicana, El Salvador, Cile, Argentina, Bolivia e Panama hanno inviato le proprie squadre specializzate in soccorsi o hanno detto di essere disposti a collaborare. Tra i primi governi europei a offrire aiuti c’è stata la Spagna, molto legata al Venezuela per ragioni legate al colonialismo.

L’Unione Europea ha detto di avere attivato il sistema europeo che coordina l’intervento in caso di calamità naturale, anche al di fuori dell’Unione, e che i governi di Italia, Spagna e Repubblica Ceca si sono già offerti di collaborare. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani in un’intervista a Rai News 24 ha detto anche che il ministero sta verificando che non ci siano italiani morti o feriti: per il momento non ne risulta nessuno.

Nel suo discorso Rodríguez ha ringraziato in modo esplicito Trump per l’appoggio. È intervenuta per ringraziare anche María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana premio Nobel per la Pace. Machado rappresentava l’opposizione che di fatto aveva vinto le elezioni del 2024 in Venezuela, in cui però fu rieletto Maduro con brogli conclamati.

Da allora Machado si trova in esilio e, nonostante un’iniziale vicinanza tra lei e Trump, dopo la rimozione di Maduro Trump aveva deciso di instaurare Rodríguez al posto suo. Machado ha espresso l’intenzione di tornare in Venezuela e negli ultimi mesi ha provato in vari modi a tornare nelle grazie del presidente degli Stati Uniti.

Tramite i suoi account social ha parlato anche Maduro, che ha mandato un messaggio di solidarietà alle famiglie delle vittime e invitato all’unione. Maduro si trova in carcere a New York, dove è in corso il processo a suo carico con accuse di narcotraffico.