• Mondo
  • Mercoledì 24 giugno 2026

Non basta essere un Kennedy per vincere un’elezione

Lo ha dimostrato Jack Schlossberg, il nipote di JFK, che ha perso le primarie Democratiche nella circoscrizione più ricca di New York

Jack Schlossberg a New York, 23 giugno 2026 (AP Photo/Heather Khalifa)
Jack Schlossberg a New York, 23 giugno 2026 (AP Photo/Heather Khalifa)
Caricamento player

Un erede della famiglia Kennedy ha perso un’elezione. Jack Schlossberg, il nipote dell’ex presidente John Fitzgerald Kennedy, non è stato eletto alle primarie del Partito Democratico per un seggio alla Camera nel 12esimo distretto di New York. Ha vinto invece Micah Lasher, deputato statale con una lunga carriera nell’ambiente Democratico della città che nelle ultime settimane era dato per favorito. Il prossimo 3 novembre sfiderà la Repubblicana Caroline Shinkle, ma sarà di fatto una formalità, dato che nel distretto i Democratici hanno un’ampia maggioranza.

Schlossberg fa parte della terza generazione dei Kennedy, una delle famiglie più ricche, influenti e potenti della storia statunitense.

È il figlio di Caroline Kennedy, a sua volta figlia di John Fitzgerald Kennedy (JFK), il presidente Democratico ucciso il 22 novembre del 1963 a Dallas, in Texas, in uno degli episodi più sconvolgenti della storia degli Stati Uniti. È anche pronipote di Robert Kennedy, fratello di JFK ucciso nel 1968 quando era candidato alla presidenza; e cugino di Robert F. Kennedy Jr., attuale segretario alla Salute dell’amministrazione Trump, noto per il suo sostegno a teorie antiscientifiche e no-vax (Schlossberg l’ha sempre criticato e ha detto di averci parlato per l’ultima volta oltre 15 anni fa). Il padre è Edwin Schlossberg, progettista, designer e autore.

Anche il 12esimo distretto di New York, dove Schlossberg era candidato, è una storia. Copre la parte centrale di Manhattan, quella con Central Park, musei come il MoMA e il Guggenheim, l’Upper East Side e l’Upper West Side: è la circoscrizione più ricca di New York e una delle più ricche di tutti gli Stati Uniti, e i Democratici vincono da decenni con enorme distacco sui Repubblicani. Dal 1992 è rappresentato alla Camera federale da Jerry Nadler, 79 anni, tra gli esponenti più longevi del Partito Democratico e con una storia di scontri con Trump che va avanti da ben prima che lui diventasse presidente, quando era imprenditore immobiliare a New York insieme al padre Fred.

Uno stand di campagna elettorale per Jack Schlossberg, New York, 23 giugno 2026 (AP Photo/Ryan Murphy)

All’apparenza Schlossberg aveva tutte le carte per vincere: giovane (ha 33 anni), brillante, proveniente da una delle famiglie più influenti degli Stati Uniti e quindi molto ricco, con molti contatti e anche grande seguito sui social. Ha cercato di presentarsi come un candidato informale e alla mano, arrivando a definirsi «un outsider», cosa un po’ difficile da sostenere viste le sue origini. Non è bastato.

Alla fine della campagna elettorale l’immagine che ne è emersa è stata quella di un comunicatore carismatico ed efficace, ma anche di un politico inesperto e difficile da gestire. Ancora prima della diffusione dei risultati, CNN aveva scritto un articolo intitolato: «Cosa ci sarà mai da insegnare a un Kennedy sulla politica? Come ha scoperto Jack Schlossberg, molto».

Schlossberg aveva ricevuto l’appoggio di Nancy Pelosi, ex speaker della Camera e tra i membri più influenti dell’establishment Democratico, ma non di Nadler né del sindaco di New York, Zohran Mamdani, che nel 12esimo distretto non ha appoggiato nessun candidato. A lungo Schlossberg è stato tra i primi nei sondaggi e addirittura favorito, mentre è calato nelle ultime settimane senza più riprendersi.

– Leggi anche: E quindi come se la sta cavando Mamdani?

Schlossberg in campagna elettorale, New York, 12 gennaio 2026 (Edna Leshowitz/Getty Images)

La principale critica contro di lui ha riguardato la sua inesperienza, dato che Schlossberg non ha mai ricoperto alcun incarico elettivo e gran parte delle sue conoscenze ed esperienze è legata alla famiglia.

È laureato in legge a Yale e ad Harvard, due degli atenei più prestigiosi degli Stati Uniti, e in passato ha lavorato in Giappone, dove la madre è stata ambasciatrice durante il secondo mandato di Barack Obama. Ha lavorato per qualche mese al dipartimento di Stato come assistente di John Kerry, Democratico e amico della famiglia Kennedy, e poi come volontario per alcune campagne politiche, tra cui quella dell’ex presidente Joe Biden: lo chiamarono per aiutare a gestire la comunicazione sui social, ma non ci fu mai intesa e Schlossberg se ne andò presto.

In campagna elettorale ha puntato molto sulla sua capacità di generare entusiasmo tramite i social, dato che ha oltre 880mila follower su Instagram e 850mila su TikTok. Prima di candidarsi aveva fatto vari video assai discussi: in uno per esempio indossa una parrucca bionda per impersonare Melania Trump, la moglie del presidente Donald, mentre parla con il presidente russo Vladimir Putin. In un altro si rivolge a Usha Vance, la moglie del vicepresidente J.D. Vance, definendola «la donna più bella del mondo» e dicendo: «Quando vuoi, sono qui per te».

Anche la sua campagna elettorale ha dato grande importanza alla presenza e alla comunicazione online, non senza qualche scivolone. Per esempio è stato criticato dopo aver diffuso un video contrario all’operazione militare voluta da Trump per rimuovere il dittatore venezuelano Nicolàs Maduro, a gennaio; presto era venuto fuori che l’aveva sostanzialmente copiato da quello di un deputato del Massachusetts.

Ai suoi critici, Schlossberg presenta il successo online come indice della sua capacità di fare presa sull’elettorato e di creare una comunità di persone reattive e motivate a seguirlo, potenzialmente anche in politica. Sono doti che farebbero comodo al Partito Democratico, di cui molti dei membri più influenti sono arroccati in una fase politica che non esiste più.

Oltre alle critiche per inesperienza, il problema principale per Schlossberg è stata l’organizzazione disastrosa della sua campagna elettorale.

In un articolo approfondito pubblicato a metà maggio, il New York Times ha raccontato che per annunciare la sua candidatura i suoi collaboratori avevano preparato un piano ricco e ben definito, ma all’ultimo momento Schlossberg si è assentato per riposarsi, rimanendo irraggiungibile per tutto il giorno. L’inchiesta sostiene che anche nei mesi successivi abbia saltato regolarmente le riunioni, creando confusione, e molte persone dello staff sono state licenziate e sostituite nel giro di poco tempo. CNN ha scritto che per intervistarlo bisognava contattare la sua assistente personale, perché nelle prime settimane di campagna aveva licenziato l’addetto stampa.

Dopo la pubblicazione dell’articolo del New York Times, a metà maggio, Schlossberg è calato nei sondaggi. Nadler l’ha definito «una persona senza credenziali e senza nulla per entrare nella competizione». «Sento che le persone non riescano ad accettare il fatto che io possa essere una persona intelligente e diligente che ci sta provando, questo è inaccettabile per qualche motivo», ha detto Schlossberg a CNN.

Ha fatto discutere anche la sua posizione su Israele, che è stata altalenante. Dice di essere contrario alla fornitura di armi offensive a Israele, ma sostiene l’invio di strumenti difensivi, come quelli che alimentano il sistema di difesa aerea israeliano Iron Dome. Nelle ultime settimane ha enfatizzato la sua posizione critica verso Israele e ha cercato di usarla per affossare i suoi principali avversari, descritti come troppo accondiscendenti verso il governo israeliano. Il padre di Schlossberg è ebreo.

Si è parlato molto meno, invece, delle sue proposte. Tra le altre c’era quella di rendere i soldi dell’affitto detraibili dalle tasse e di vietare i finanziamenti elettorali delle grandi organizzazioni note come PAC, onnipresenti nella politica statunitense. In un’intervista con il New Yorker ha detto di voler fare in modo che Trump venga perseguito per corruzione, dato che con il suo incarico sta contribuendo a far arricchire lui e la sua famiglia, e di non identificarsi in «etichette» come “socialista” o “capitalista”: «Sono un Democratico, non un socialista. Credo nel capitalismo», ha detto.