I giostrai hanno una vita interessante
Racconti di una comunità poco studiata nonostante sia animata da migliaia di famiglie, che girano le città italiane su case mobili e richiudibili
di Alice Facchini

Nelle città dove c’è un luna park, più volte all’anno, si ripete sempre lo stesso rituale. Una mattina, molto presto, gli uomini nel piazzale smontano pezzo per pezzo le giostre, avvolgono decine di metri di cavi elettrici e caricano i camion, mentre in casa le donne ricoprono con la carta di giornale gli oggetti delicati e bloccano gli sportelli dei mobili con lo scotch, per evitare che si aprano durante il tragitto. È il giorno del “viaggio”, il giorno in cui cambiano città. Ci vuole tempo perché insieme alle case bisogna muovere le auto, i furgoncini e soprattutto le giostre, che loro chiamano “i mestieri”. I “mestieri” da soli arrivano a occupare fino a tre camion.
Ci sono famiglie di giostrai che fanno anche venti spostamenti all’anno, altre che si fermano più a lungo in un posto. Quasi tutte seguono un itinerario fisso che si ripete sempre, e che nel loro peculiare modo di esprimersi viene chiamato “giro”. Pur cambiando spesso città, i giostrai abitano sempre negli stessi quartieri, conoscono i vicini, frequentano gli stessi bar e negozi. «Siamo nomadi, ma dove passiamo mettiamo le radici», spiega Andrea Zago, che cambia 13 “piazze” all’anno (ossia 13 luna park) in Emilia-Romagna, Umbria, Toscana e Veneto, e ogni tanto si allunga fino alla Sicilia o alla Sardegna.
Non si sa con precisione quante siano le persone che in Italia lavorano nei luna park. Esiste un’associazione di categoria, l’ANESV (Associazione nazionale esercenti spettacoli viaggianti), ma molti non ne fanno parte. Gli iscritti sono circa 6mila. Inoltre studi o ricerche accademiche su di loro non esistono, o quasi. Il risultato è che il mondo dei luna park e delle persone che ci lavorano è ancora poco conosciuto.

L’ingresso del luna park di Bologna (Alice Facchini)
In Italia le prime giostre con meccanismi a vapore comparvero dopo la Prima guerra mondiale, ma lo sviluppo tecnologico decisivo per la loro più ampia diffusione fu l’energia elettrica, a partire dal secondo dopoguerra. Grazie all’elettricità le giostre potevano muoversi ma soprattutto essere illuminate, permettendo di prolungare l’orario di apertura anche dopo il tramonto. Negli anni le tecnologie si sono evolute, ma le attrazioni più frequentate rimangono quelle classiche: gli autoscontri, il tagadà, le montagne russe e i cosiddetti “calcinculo”.
La maggior parte delle famiglie che lavora con le giostre appartiene a due gruppi: i sinti e i “dritti”. I primi arrivarono in Italia centinaia di anni fa dall’Europa orientale e oggi lavorano soprattutto nelle regioni del Centro-Nord. Parlano sia l’italiano sia il sinto, una varietà della lingua romanì ricca di termini germanici. Il loro accento è molto particolare, a metà tra il veneto e l’emiliano.
I dritti invece sono di origine italiana e da generazioni svolgono professioni itineranti, come quelle legate al circo e alle fiere. Oggi i matrimoni tra sinti e dritti sono sempre più frequenti, e la divisione tra i due gruppi non è poi così netta.
Questa mescolanza si riflette anche nel gergo parlato dalle famiglie, il “dritto”. «Più che di una lingua vera e propria, si tratta di un codice composto da un centinaio di parole, che non somigliano all’italiano né ai dialetti che siamo abituati ad ascoltare», spiega l’antropologa Chiara Tribulato, che ha svolto la sua tesi di dottorato sulla comunità viaggiante del luna park. «Le origini del dritto risalgono all’antico “furbesco”, la lingua parlata nel Medioevo dalle persone che svolgevano mestieri di strada o itineranti: nei secoli il gergo si è evoluto e ha subìto una forte influenza della lingua romanì parlata dai sinti».
Il dritto è insomma come un linguaggio in codice, che nasce per mantenere una conversazione intima anche in un contesto pubblico: operaio si dice “galuppo”, i soldi si chiamano “pila”, gli occhiali “baricole”. Si è conservato così a lungo proprio perché viene utilizzato in modo esclusivo all’interno di una comunità piuttosto chiusa. È per questo che, quando un termine diventa molto diffuso anche fuori dal luna park, viene sostituito: è il caso di parole come “togo”, “pivello” o “loffio”, che oggi sono entrate nell’italiano parlato.
Chi lavora nel luna park non solo parla in modo diverso, ma ha anche uno stile di vita impensabile per chiunque faccia un altro lavoro. I giostrai abitano in case mobili che chiamano “carovane”: sono simili ai rimorchi dei camion, sono grandi circa 60-70 metri quadrati e si aprono orizzontalmente grazie a sistemi scorrevoli, che permettono di estendere lo spazio calpestabile. Prima di trasportarle vanno richiuse spostando i mobili al centro, così che le pareti possano scorrere e rientrare nella sagoma del rimorchio, riprendendo le dimensioni adatte al trasporto.

Le “carovane” a Bologna (Alice Facchini)
«La gente pensa che viviamo in piccole roulotte, invece le nostre sono vere e proprie case con tutte le comodità», dice Niki Piazzi. Nel suo appartamento Piazzi ha un televisore da 85 pollici e un impianto Hi-Fi degno di una piccola sala cinematografica. Le carovane di solito sono composte da una sala con cucina, due camere e il bagno. C’è chi sceglie un arredamento sobrio e chi invece preferisce stili più vistosi e kitsch. Quasi tutti hanno l’aria condizionata e l’asciugatrice, e alcuni installano anche il doppio rubinetto per l’acqua naturale e gasata. «Quando i miei figli invitano i loro compagni di classe a casa nostra non si aspettano di entrare in un appartamento normale, restano a bocca aperta», racconta Piazzi.

Niki Piazzi a casa sua (Alice Facchini)
I bambini cambiano scuola ogni volta che la famiglia cambia città. Alcuni frequentano anche una ventina di scuole l’anno, ritrovando ogni volta gli stessi compagni e le stesse insegnanti. In Italia, fino alle medie, la scuola si può frequentare in maniera non continuativa: ogni istituto ha un protocollo per l’inclusione degli alunni itineranti, che definisce le procedure per l’iscrizione, il monitoraggio della frequenza e il coordinamento con le altre scuole.
Diventa però un problema alle superiori, dove la legge non permette di frequentare la scuola in maniera discontinua. Per far studiare i figli alcune famiglie scelgono di fermarsi con la giostra in una sola città o fare un itinerario ridotto, mentre altre li affidano a parenti o persone di fiducia che vivono senza “girare”. C’è poi chi sceglie di farli studiare in autonomia facendo poi un esame alla fine di ogni anno, una pratica detta homeschooling o istruzione parentale. È anche per questo che molti ragazzi smettono di studiare presto.
«Molti di noi hanno solo il diploma di terza media, eppure sappiamo fare tante cose: siamo idraulici, elettricisti, meccanici, stuntman, DJ, cantanti, ballerini», racconta Levis Grisetti, che proviene da una famiglia storica di giostrai, i Pevarello. «Mio zio lavorava per il cinema con Bud Spencer, non sai quanti pugni in faccia si è preso nella sua carriera».
Il basso livello di scolarizzazione è solo uno dei problemi dei giostrai. Da anni il loro settore si trova in una crisi strutturale. Da un lato, molti comuni hanno spostato le giostre dai centri storici alle periferie, spesso in aree vicine alle tangenziali e alle ferrovie. A questo isolamento si aggiunge l’aumento dei costi di gestione, tra cui quelli per l’energia elettrica, il carburante, l’occupazione di suolo pubblico e la vigilanza. Sono difficoltà che sono aumentate durante la pandemia, quando i luna park rimasero chiusi per quasi due anni: in quel periodo le famiglie non solo non avevano entrate, ma non potevano neanche accedere alle aree di sosta per le carovane e quindi non sapevano dove andare a vivere.
Più in generale, i luna park risentono di una trasformazione dei consumi. Le persone oggi vanno sempre meno alle giostre, e nel frattempo sopravvivono e anzi si intensificano gli stereotipi e i pregiudizi nei confronti dei giostrai, per via della loro vita nomade. Anche per questo la parola “giostraio” ha assunto nel tempo una connotazione in parte dispregiativa, tanto che chi lavora in questo settore non vuole essere definito così. «La cosa più triste è fare i conti con i pregiudizi della gente», dice Andrea Zago. «Ci accusano di rubare, ci chiamano “zingari”. In pochi ci vedono per quello che siamo: lavoratori con una vita un po’ diversa dagli altri».



