Per mettere i medici nelle case di comunità ci siamo ridotti all’ultimo

Due settimane prima della scadenza del PNRR il ministero sta ancora trattando con i sindacati per aprire i centri di medicina territoriale

L'ingresso di una casa di comunità di Milano
L'ingresso di una casa di comunità di Milano (Stefano Porta/LaPresse)
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Mancano due settimane al 30 giugno, l’ultimo giorno a disposizione per far aprire le case di comunità. Le case di comunità sono gli ambulatori pubblici pensati per rafforzare la cosiddetta medicina territoriale, con un ruolo intermedio tra gli ospedali e i medici di medicina generale. Il tempo per capire come farle funzionare e per individuare chi ci dovrà lavorare – quattro anni – è passato, e ora il ministero della Salute sta cercando di risolvere il problema in qualsiasi modo pur di aprirle e rispettare la scadenza del PNRR, il piano di riforme e investimenti che le ha finanziate con 2 miliardi di euro.

La soluzione su cui puntava il governo era una grande riforma che avrebbe permesso di assumere direttamente i medici e le mediche di famiglia e farli lavorare nelle nuove strutture, ma è svanita ancor prima dell’inizio delle trattative. È così rimasto poco tempo per trovare un’alternativa, arrivata soltanto mercoledì 17 giugno, quando è stato approvato un accordo preliminare per far lavorare i medici nelle case di comunità fino a sei ore alla settimana. L’accordo è stato presentato come una soluzione, in realtà per ora è solo un modo per evitare ritardi, rimandando le discussioni ai prossimi mesi.

– Ascolta anche Wilson: Perché una riforma importante è fallita

Le case di comunità sono uno dei progetti sanitari più importanti del PNRR. Negli obiettivi del piano, queste strutture dovrebbero offrire una migliore assistenza e ridurre la pressione sui pronto soccorso degli ospedali grazie alla presenza in un solo posto di medici, infermieri, specialisti, macchinari per gli esami diagnostici di base, psicologi, assistenti sociali. In totale ne sono state previste 1.038.

Il 30 giugno è una data importante perché le regole del PNRR dicono che tutte le spese sostenute da luglio in poi non sono rimborsabili: quello che non si riesce a rendicontare in tempo, lo Stato se lo deve accollare con risorse proprie oppure rinunciarci.

In una prima fase c’è stato un grande impegno nell’adeguare gli spazi, nella maggior parte dei casi ricavati nei vecchi ambulatori delle aziende sanitarie. Era però la parte più facile. Quella più difficile era riempire quegli spazi di medici e infermieri, ed è qui che le cose hanno iniziato a rallentare. Il risultato è che secondo i dati dell’Agenas, l’agenzia che si occupa dei servizi sanitari regionali, nella seconda metà del 2025 le case di comunità con almeno un servizio attivo erano 781, circa il 45 per cento di quelle programmate inizialmente, 1.715, poi ridotte dal governo. Meno della metà. Ma quelle pienamente operative, cioè con i medici e gli infermieri davvero al lavoro, erano soltanto 66: meno del 4 per cento.

Per capire perché si è arrivati all’ultimo per cercare di risolvere questo problema bisogna tornare indietro di qualche mese, alla proposta del ministro della Salute Orazio Schillaci di riformare la professione dei medici di medicina generale. L’obiettivo della riforma era far passare i medici da liberi professionisti convenzionati con il Servizio sanitario nazionale a dipendenti diretti, così da poterli impiegare con più libertà nelle case di comunità. La riforma è stata abbandonata ancora prima di una vera presentazione per via dell’opposizione dei sindacati dei medici e delle pressioni interne alla maggioranza di governo, soprattutto di Lega e Forza Italia.

Accantonata la riforma, è rimasta solo la possibilità di un accordo preliminare, chiamato anche accordo “ponte”, una sorta di grande compromesso temporaneo tra governo, regioni e sindacati in attesa di discutere davvero della convenzione, nei prossimi mesi. La proposta approvata mercoledì dalle regioni, a cui è affidata la gestione della sanità, prevede che i medici lavorino nelle case di comunità fino a un massimo di sei ore settimanali, per 48 settimane l’anno. Saranno le aziende sanitarie a stabilire di quante ore hanno bisogno e a distribuirle tra i medici, garantendo comunque la presenza di almeno un medico in ogni struttura.

La FIMMG, il principale sindacato dei medici di medicina generale, ha accolto con favore questa scelta che secondo il sindacato dimostra la volontà del governo di trattare, quindi di non imporre riforme senza un confronto. Il segretario generale Silvestro Scotti ha precisato un punto poco chiaro, che era stato al centro delle polemiche: le sei ore nelle case di comunità non sono un debito orario, cioè ore già dovute dai medici e semplicemente riorganizzate, ma «prestazioni aggiuntive riconosciute e retribuite».

La distinzione non è da poco, perché una delle versioni della riforma presentava quelle ore come parte degli obblighi già esistenti, e i sindacati la contestavano proprio perché avrebbe aumentato il carico di lavoro senza vantaggi economici. Nei prossimi giorni comunque le discussioni andranno avanti per definire tutti i particolari e ottenere l’approvazione dai sindacati, che ancora non c’è stata.

Se ne parla meno, ma anche il contratto degli infermieri è un problema. Nelle case di comunità dovrebbero lavorare i cosiddetti infermieri di famiglia e comunità, a cui affidare la gestione delle malattie croniche, del monitoraggio delle persone fragili e del collegamento tra famiglie e servizi sanitari. Secondo il sindacato Nursing Up, applicando alla lettera gli obiettivi del piano servirebbero più di 20mila infermieri di questo tipo, ma anche nel loro caso manca un accordo sul contratto.

Con poco tempo a disposizione, negli ultimi dieci giorni il ministero della Salute ha cercato di fare pressione sui sindacati dei medici proponendo però alternative difficilmente percorribili, come la possibilità di far lavorare i medici ospedalieri nelle case di comunità, su base volontaria e fuori dall’orario di servizio. Mentre il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha ipotizzato, in caso di mancato accordo, di approvare un decreto per obbligare i medici a lavorare nelle case di comunità, senza troppe discussioni. «Non è la strada che auspichiamo, ma resta uno strumento a disposizione qualora non si raggiungesse un’intesa idonea a conseguire nei tempi previsti gli obiettivi di interesse pubblico previsti dal PNRR», ha detto Gemmato.