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  • Mercoledì 17 giugno 2026

È morto lo storico Carlo Ginzburg

Fu uno degli studiosi italiani più tradotti e conosciuti all'estero, per i suoi lavori sulle classi subalterne medievali e moderne: aveva 87 anni

Carlo Ginzburg a un evento a Bologna nel 2019 (Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)
Carlo Ginzburg a un evento a Bologna nel 2019 (Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)
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È morto stanotte a Bologna Carlo Ginzburg, lo storico italiano più conosciuto all’estero e tra gli autori italiani contemporanei più tradotti al mondo: aveva 87 anni. Ginzburg era conosciuto principalmente per i suoi studi sulla storia delle persecuzioni, dell’eresia e della cultura popolare del Medioevo e dell’Età moderna, che contribuirono a definire gli approcci della storiografia europea della seconda metà del Novecento. Ma anche fuori dagli ambienti accademici era uno degli studiosi e saggisti italiani più ammirati per la sua capacità di analizzare grandi fenomeni storici da prospettive particolari e marginali, partendo da aspetti della vita quotidiana delle classi subalterne, e integrando nella sua ricerca anche approcci etnologici e antropologici.

Era nato a Torino nel 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg. Professore emerito alla Scuola Normale di Pisa, in cui si era formato, aveva insegnato fin dagli anni Settanta anche all’università di Bologna e in quelle americane di Harvard, Yale, Princeton e California (UCLA).

Negli anni Sessanta, studiando alcuni documenti dell’Archivio arcivescovile di Udine, Ginzburg aveva scoperto un culto pagano diffuso in Friuli nel Cinquecento e nel Seicento, i cui membri erano una specie di guaritori sciamani accusati di eresia dall’Inquisizione, detti “benandanti”. È il titolo del suo primo libro, uscito nel 1966, in cui ricondusse le origini di questo culto contadino a più antiche credenze diffuse in Europa centrale.

Di eresia Ginzburg si era poi occupato estesamente nel libro del 1976 Il formaggio e i vermi, uno dei saggi più importanti della storiografia italiana, in cui ricostruisce i processi contro un mugnaio friulano del Cinquecento accusato di avere idee eretiche sull’origine del mondo e su Gesù Cristo. È uno dei libri da cui emerge più chiaramente l’inclinazione di Ginzburg a studiare i rapporti di forza tra la cultura delle classi dominanti e quella popolare, e a descrivere questo approccio come un metodo rigoroso e necessario per la comprensione della storia.

Con Einaudi, editore di molti suoi libri, collaborò per lungo tempo per la collana “Microstorie”, che prendeva il nome dalla corrente di studi storici che lui aveva contribuito a fondare e che definì l’approccio della storiografia europea del secondo Novecento, indagando le vite delle classi popolari e contrapponendosi alla storia evenemenziale di quelle regnanti.

Ginzburg aveva scritto per Einaudi anche il saggio Folklore, magia, religione, contenuto nel primo volume della Storia d’Italia, un’altra collana di successo, degli anni Settanta. Oltre che uno storico noto e rispettato in ambito accademico, era un intellettuale apprezzato da un pubblico più ampio per la sua capacità di analizzare criticamente il presente. Capacità emersa in diversi suoi libri, tra cui il saggio del 1991 Il giudice e lo storico, in cui analizzava – con un approccio da storico, appunto – i documenti e i metodi d’indagine del processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

In altri libri, pubblicati perlopiù nella seconda parte della sua vita, Ginzburg si era concentrato sulla storia del pensiero politico, su questioni di metodo storico e sulla relazione tra verità e menzogna. Aveva scritto delle difficoltà dello storico a mantenere una giusta distanza da ciò che studia, senza aderire a una sola prospettiva, e di come difficoltà simili a queste possano presentarsi in molti altri contesti.

In un’intervista pubblicata nel 2023 sulla rivista di cultura e attualità Lucy, disse: «Io direi che si tratta di tradurre questo approccio anche nella vita quotidiana, dove abbiamo a che fare con persone che sono diverse da noi. Per capire quello che ci dicono dobbiamo riformulare le nostre eventuali ipotesi, basate su tratti fisiognomici, espressioni, intonazioni di voce, eccetera, per cercare di capire che cosa ci stanno veramente dicendo».