Cosa fare con la propria canzone più famosa

Suonarla per ultima fa contenti i fan e migliora il loro ricordo del concerto, ma c'è chi lo fa con riluttanza oppure ha proprio smesso

Un concerto di Vasco Rossi che, sicuramente, è finito con "Albachiara" (Roberto Finizio/Getty Images)
Un concerto di Vasco Rossi che, sicuramente, è finito con "Albachiara" (Roberto Finizio/Getty Images)
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Nel 2018 i Weezer, gruppo rock alternativo statunitense in attività dagli anni Novanta, presero una decisione inaspettata: suonare sistematicamente “Buddy Holly”, la loro canzone più famosa e riconoscibile, come brano di apertura dei concerti. Il cantante Rivers Cuomo spiegò a Rolling Stone che nella loro esperienza funziona meglio così, perché «ricorda a tutti chi siamo, da dove veniamo e quanto amiamo questa band». Ma è senza dubbio una scelta inconsueta: di norma la canzone più attesa dal pubblico, la più amata e quella che tutti vogliono cantare, viene tenuta alla fine per il momento del “bis”, quando la band fa finta di andarsene e poi torna sul palco per gli ultimi pezzi.

Alcuni musicisti la vivono come una regola ferrea: da più di trent’anni Vasco Rossi chiude i suoi concerti con “Albachiara”; i Foo Fighters finiscono quasi sempre con “Everlong”. I Queen, tradizionalmente, chiudevano con “We Will Rock You” e poi “We Are the Champions”, in quest’ordine, e i Guns N’ Roses con “Paradise City”. I Cure, invece, sono noti per chiudere quasi sempre con “Boys Don’t Cry”.

Quella di dove collocare – o se suonare – la propria canzone più famosa, però, è una decisione che ogni musicista affronta a modo suo: c’è chi la tiene per la fine, chi la sposta all’inizio, chi la esegue stravolgendola e chi sceglie di non suonarla affatto, per ragioni che vanno dalla psicologia del pubblico al rapporto complicato con il pezzo.

L’idea che il pezzo più atteso vada tenuto per ultimo è strettamente legata all’idea stessa di “bis”, una pratica che si definì probabilmente nel Settecento, e diventò il momento più intenso e richiesto delle esibizioni operistiche o orchestrali, in cui il pubblico chiedeva e otteneva a gran voce di risentire le arie e i brani che amava di più, non avendo altre occasioni per ascoltarli. A volte, se il pubblico era particolarmente insistente, veniva ripetuto anche più di una volta, pratica che invece si è persa. Ma l’abitudine di chiudere con quel brano è rimasta, e oggi molti si aspettano che la canzone più famosa stia in fondo.

È un posizionamento che ha senso anche secondo l’economia comportamentale, la disciplina che studia come le persone prendono effettivamente le decisioni. Lo psicologo Daniel Kahneman, vincitore del premio Nobel per l’economia e considerato uno dei fondatori di questa disciplina, ha a lungo studiato il modo in cui ricordiamo le esperienze, e ha sviluppato una teoria detta “peak-end rule“, “la regola del picco e della fine”. In base a questa teoria, le persone che vivono esperienze di qualsiasi tipo – un concerto, ma anche una colonscopia – nel ricordarla a posteriori non fanno una media di tutti i momenti vissuti, ma ricordano soprattutto due punti: quello di intensità emotiva maggiore, e quello finale, che nel caso della canzone più famosa suonata per ultima possono facilmente coincidere. Il resto dell’esperienza, a confronto, vale molto meno.

Kahneman l’ha dimostrato con vari esperimenti. In uno dei più noti, i partecipanti tenevano una mano immersa in acqua molto fredda per sessanta secondi. Poi ripetevano la prova, ma stavolta ai sessanta secondi ne seguivano altri trenta, durante i quali la temperatura dell’acqua veniva alzata di un grado, restando sgradevole, ma comunque più tollerabile. Quando venne chiesto loro quale delle due prove fossero disposti a rifare, la maggioranza scelse la seconda, cioè quella in cui erano rimasti a disagio più a lungo, perché ricordavano che fosse migliorata verso la fine.

A partire da questo concetto, l’economista comportamentale dell’università della Virginia Manel Baucells ha costruito un modello che promette di identificare la scaletta ideale per un concerto, basata sull’idea che il pubblico non ricordi l’esperienza brano per brano, ma soprattutto il momento di maggiore intensità e l’ultima canzone. Secondo Baucells, la sequenza ideale prevede di aprire con un pezzo molto amato, anche se non il più amato, calare un po’ nella parte centrale e “risalire” verso la fine, chiudendo con i pezzi più amati e attesi. A suo avviso, questa sequenza massimizza la probabilità che gli spettatori ricordino il concerto come particolarmente emozionante ed eventualmente lo consiglino e tornino a vedere la band in futuro.

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Tantissimi artisti, però, non decidono la propria scaletta – e quindi anche la posizione della propria canzone più famosa – basandosi su ragionamenti di questo tipo. Per molti, la scelta ha piuttosto a che fare con il rapporto che come artisti hanno con quella canzone. A volte, il problema è che il pezzo più famoso è vecchiotto, scritto in una fase della carriera che il musicista sente di essersi lasciato alle spalle, ma che continua a definirlo agli occhi di tutti anche quando il resto della sua produzione è andato in una direzione diversa. È la canzone che il pubblico conosce meglio, quella che si aspetta di sentire e per cui, in parte, ha comprato il biglietto.

Da qui nasce un senso di prigionia che molti musicisti hanno raccontato apertamente: l’impressione di essere ridotti al loro pezzo più noto, e di non poterlo togliere dalla scaletta senza deludere chi è venuto apposta per sentirlo. Smarcarsene vuol dire accettare di deludere i propri fan, ma molti musicisti noti hanno comunque deciso di farlo, in modi diversi e con diversi gradi di radicalità.

Bob Dylan, per esempio, è noto per cambiare drasticamente i suoi pezzi più famosi quando li canta dal vivo, al punto da renderli irriconoscibili o quasi. Il giornalista musicale Ray Padgett ha stimato, per esempio, che dal 1975 al 2018 Dylan abbia cambiato “Tangled Up in Blue” più di ogni altra canzone: a volte ne ha cambiato l’arrangiamento, suonandola con sola voce e chitarra, oppure con il sassofono; a volte ne ha proprio cambiato il testo. E anche “Like a Rolling Stone”, che ha suonato più di mille volte nel corso dei decenni, raramente rimane identica a sé stessa. Dylan non suona inoltre “Knocking on Heaven’s Door”, la sua canzone più famosa, da oltre vent’anni.

Quella di smettere del tutto o quasi di suonare la propria canzone più celebre è una scelta che hanno preso in molti. Uno degli esempi più noti è quello dei Radiohead, che a partire dalla fine degli anni Novanta hanno deciso sostanzialmente di rimuovere “Creep”, in assoluto la più famosa delle loro canzoni, dalle scalette. L’ultima volta l’hanno suonata nel 2018, ma ci sono stati interi tour – quelli del 2000, del 2008 e del 2012 – in cui non l’hanno proprio mai fatta. Nel recente tour, piuttosto breve, che hanno fatto nel 2025 in Europa hanno cambiato più volte scaletta attingendo a un repertorio di una settantina di pezzi, ma senza mai includere “Creep”.

Le ragioni che hanno dato per questa scelta sono cambiate nel tempo. Già nel 1993 Thom Yorke, il frontman della band, disse di non essere molto contento del testo e di trovarlo «piuttosto scadente»: più tardi avrebbe detto di essere infastidito anche solo dal sentirla nominare. Poche settimane fa, ad aprile, il chitarrista Jonny Greenwood ha raccontato di averla trovata fin dall’inizio troppo svenevole e di aver inserito degli stacchi di chitarra distorta per renderla «meno moscia», «meno ballata». Ma, soprattutto, i vari membri della band hanno detto a più riprese di essersi stancati di sentirla perché, per un periodo, sembrava che fosse l’unica cosa che il pubblico voleva da loro. «A un certo punto sembrava che stessimo rivivendo gli stessi quattro minuti e mezzo della nostra vita più e più volte», ha detto di recente il chitarrista Ed O’Brien. «Era incredibilmente avvilente».

Non sono i soli, comunque: Kurt Cobain provava un fastidio simile per “Smells Like Teen Spirit”, troppo popolare per l’immagine alternativa dei Nirvana, e arrivò più volte a rifiutarsi di suonarla o a suonarla appositamente male per deludere chi era venuto al concerto solo per ascoltare quella canzone: la sua sensazione, raccontò all’epoca, era che avesse oscurato il resto del loro repertorio. Anche i King Crimson dal 1996 non suonano più dal vivo la loro canzone più amata, “21st Century Schizoid Man”: Adrian Belew, chitarrista e cantante della band, ha detto che «Fin dall’inizio, ovunque andassimo, c’era qualcuno che urlava “Suona Schizoid Man!”. Era quasi frustrante, perché noi invece non volevamo suonarla».

Robert Plant, storico cantante dei Led Zeppelin tuttora in attività, non ha rimosso del tutto la sua canzone più famosa come hanno fatto i Radiohead, ma la concede solo in circostanze eccezionali. Su “Stairway to Heaven”, amatissima dal pubblico, ha detto cose simili: nel 2019 ha spiegato che se dovesse cantarla a ogni concerto «gli verrebbe l’orticaria», e infatti non la canta quasi più. L’ultima volta è stata nel 2023, a un concerto di beneficenza, e la precedente addirittura nel 2007.

Altri, semplicemente, provano a trattare le proprie canzoni più famose come se fossero dei pezzi qualsiasi. Ethel Cain, che è poco conosciuta al grande pubblico se non per “American Teenager” – che è uscita nel 2022 ed è stata a lungo la colonna sonora di vari trend di TikTok, oltre a essere stata inclusa nelle playlist pubbliche di celebrità molto più grandi come Barack Obama, Taylor Swift e Doja Cat – la sposta regolarmente, nella scaletta. A inizio giugno, quando ha suonato al Primavera Sound di Barcellona davanti a decine di migliaia di persone che in gran parte erano lì per altri artisti e la conoscevano poco, ha per esempio scelto di mettere “American Teenager” per prima.

Lana Del Rey fa una cosa simile: a volte chiude con “Young and Beautiful”, effettivamente una delle sue più amate, altre volte preferisce finire con “Venice Bitch” o “Did You Know That There’s a Tunnel Under Ocean Blvd”, decisamente meno popolari per il grande pubblico. E Taylor Swift, nel suo recente e acclamato Eras Tour, che ha una scaletta stabile e molto studiata, ha scelto esplicitamente di non chiudere con la sua canzone più nota al grande pubblico – che sarebbe forse “Shake it off” o “22” – ma con “Karma”, uno dei suoi tanti singoli di successo.

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