Storie di schiavitù tra i braccianti delle campagne lucane
Migliaia di migranti vivono in masserie fatiscenti e lavorano 12 ore al giorno per pochi soldi, minacciati dai caporali come i quattro bruciati vivi in un minivan
di Angelo Mastrandrea

In poco più di una quarantina di chilometri tra Metaponto e Nova Siri, nelle campagne della costa ionica della Basilicata, e nella vicina Val d’Agri, lavorano circa 20mila braccianti nella raccolta di fragole, albicocche, pesche e ortaggi vari. Sono quasi tutti migranti, arrivati in Italia via mare dall’Africa, a piedi attraverso la cosiddetta rotta balcanica o in aereo con il decreto flussi, la norma con cui ogni anno il governo stabilisce quanti stranieri extracomunitari possono entrare regolarmente in Italia per lavorare (molto esposta a illeciti e truffe).
Secondo le stime del sindacato Flai (Federazione lavoratori agro industria) Cgil, la metà – quindi circa 10mila – sono a rischio di sfruttamento: sono controllati dai caporali, cioè persone che fanno da intermediari per lucrare sul contratto, ingaggiando i lavoratori, portandoli nei campi e trattenendo una parte della loro paga; e lavorano in nero o in grigio, cioè con contratti per un certo numero di ore e per il resto in nero, pagati in contanti.
Tra i lavoratori di queste zone c’erano anche i quattro braccianti bruciati vivi dentro a un minivan in Calabria: per l’omicidio sono stati arrestati i loro caporali, che secondo le indagini avrebbero voluto punirli per aver cercato di ribellarsi allo sfruttamento e aver chiesto un contratto vero.
Molti dei migranti che lavorano in questi campi sono tenuti in condizioni di schiavitù: vivono stipati nelle masserie in campagna o in case affittate dai caporali nei comuni dell’entroterra o della vicina Calabria, perché lungo la costa le abitazioni sono riservate ai turisti, soprattutto nella stagione estiva, e hanno prezzi molto più alti. Ogni notte si spostano per diverse decine di chilometri per andare a lavorare nei campi.
Il Post ha ricostruito alcune delle loro storie attraverso le loro testimonianze dirette, atti d’indagine e i racconti di varie persone impegnate nella lotta allo sfruttamento. I nomi delle persone sfruttate non possono essere diffusi perché ci sono inchieste ancora in corso e molte vittime di queste condizioni di schiavitù vivono sotto protezione dopo aver denunciato.

La casa in cui vivevano i braccianti bruciati vivi a Villapiana, in Calabria (Angelo Mastrandrea/il Post)
Alcuni braccianti di origine indiana hanno raccontato di aver lavorato da ottobre 2025 ad aprile 2026 in un’azienda agricola di Grumento Nova, in Val d’Agri, nella provincia di Potenza. Erano stati ingaggiati nei loro luoghi d’origine da un intermediario che aveva organizzato il trasferimento in aereo promettendo loro un lavoro. Hanno pagato tra gli 8.500 e i 13mila euro ciascuno, spesso indebitandosi. Hanno detto che non si conoscevano fra loro, ma si sono incontrati per la prima volta il giorno della partenza per l’Italia.
Sono arrivati in gruppi da 5 o da 7 persone, e sono stati portati a lavorare a Grumento Nova. Gli hanno sequestrato i documenti e li hanno costretti a lavorare in nero, di fatto quasi gratis perché dalla paga veniva detratto il debito contratto e i soldi dell’affitto, in totale 250 euro al mese.
Hanno raccontato che lavoravano almeno 12 ore al giorno ed erano costretti a mangiare cibo secco perché nella masseria fatiscente in cui vivevano in 25, vicino ai campi, non c’era la cucina. In sei mesi di lavoro hanno ricevuto complessivamente poco più di 700 euro a testa, tutti in contanti.
Secondo la ricostruzione del procuratore di Potenza, Camillo Falvo, una volta arrivati sono stati «privati della libertà personale» e fatti lavorare in allevamenti e in aziende agricole con «turni estenuanti» e con paghe irrisorie. Negli atti d’indagine il procuratore ha scritto che vivevano in condizioni di «soggezione non solo fisica», ma soprattutto «economica e psicologica», poiché temevano di non riuscire a ripagare i debiti contratti con gli intermediari, ed erano minacciati perché non avevano il permesso di soggiorno. Secondo il procuratore il loro non sarebbe un caso isolato. Il sistema è definito «un modus operandi che era sicuramente» conosciuto anche da altri imprenditori agricoli.

Una stanza dove dormivano diversi migranti sfruttati nelle campagne lucane, 18 maggio 2026 (ANSA/US CARABINIERI)
La direzione distrettuale antimafia di Potenza cominciò a indagare dopo un incidente stradale avvenuto il 4 ottobre 2025 a Scanzano Jonico, nella costa sud della Basilicata, lo stesso comune dove lavoravano i quattro braccianti bruciati vivi in Calabria. Un furgone su cui erano stipati dieci migranti che tornavano dal lavoro si schiantò contro un camion. Quattro persone morirono e le altre sei rimasero gravemente ferite.
Grazie alle denunce di due sopravvissuti, ora sotto protezione, si è scoperto che i lavoratori erano pagati 42 euro al giorno per 12 ore di lavoro. Sono state indagate tre aziende agricole e sono stati arrestati quattro uomini pakistani accusati di essere i caporali. Secondo gli inquirenti i lavoratori vivevano in alloggi sovraffollati e in condizioni abitative degradanti, con servizi igienici insufficienti e condizioni igienico-sanitarie precarie.
Il direttore dell’Osservatorio migranti della Basilicata, Gervasio Ungolo, dice che «lungo la costa ionica lucana c’è un clima pesante». Dice anche che «i datori di lavoro si approfittano di una zona grigia del sistema», permessa dal fatto che i controlli sono scarsi. Funziona così: quando i migranti arrivano tramite il decreto flussi, dovrebbero andare coi datori di lavoro in prefettura a firmare un accordo in base al quale il lavoratore, che ha un regolare visto d’ingresso di un anno, ottiene il permesso di soggiorno temporaneo. In realtà, dice Ungolo, «molti vanno a dichiarare i braccianti dopo che il visto è scaduto, così la prefettura non concede il permesso di lavoro e loro rimangono da irregolari». In questo modo possono continuare a essere sfruttati senza che la loro presenza venga rilevata.
In base agli accordi stipulati dalle organizzazioni di categoria con i sindacati, la giornata agricola dovrebbe essere di 6 ore e 40 minuti e prevederebbe un compenso di 60 euro lordi. Molti lavoratori del Metapontino invece lavorano 12 ore al giorno e guadagnano in media tra i 40 e i 45 euro, pagati appunto in parte o del tutto in nero. In molti casi i soldi vengono versati su delle carte prepagate controllate dai caporali, che trattengono una quota per l’affitto, per il trasporto e a volte anche per il cibo.
I migranti uccisi nell’incendio in Calabria pagavano 5 euro al giorno per il trasporto. Spesso i lavoratori sono costretti a restituire i contributi versati dal datore di lavoro, prendendoli dalle proprie buste paga.



