Perché preferiamo una mano all’altra?

Un nuovo studio ipotizza che la posizione eretta e lo sviluppo del nostro cervello ebbero un ruolo determinante, ma mancano ancora molti pezzi

Le mani del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (Al Drago/Bloomberg via Getty Images)
Le mani del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump (Al Drago/Bloomberg via Getty Images)
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Tra tutte le specie animali, la nostra è quella che mostra una forte preferenza per l’uso di una parte degli arti superiori rispetto all’altra. Circa il 90 per cento delle persone usa prevalentemente la mano destra e poco meno del 10 per cento la sinistra, con una quota marginale di persone che hanno la stessa abilità con entrambe le mani. È una caratteristica tipicamente umana, ma non sappiamo ancora di preciso che cosa ci abbia portato ad avere una predilezione così forte per una mano rispetto all’altra.

Una ricerca da poco pubblicata sulla rivista scientifica PLOS Biology ha provato a dare una risposta, o per lo meno a cercare gli indizi più convincenti per spiegare la preferenza manuale. Per farlo, il gruppo di ricerca ha analizzato una lunga serie di studi pubblicati negli anni su oltre 40 specie di primati, compresi quelli dedicati ai nostri più stretti antenati dal punto di vista evolutivo. Per ciascuna specie, il gruppo ha considerato la capacità di usare strumenti, le caratteristiche dell’ambiente, le abitudini e le strutture sociali, la dieta e le dimensioni del cervello.

I dati sono stati poi combinati e analizzati con metodi statistici. È emerso che le dimensioni del cervello e il passaggio alla posizione eretta sono i principali sospettati dello sviluppo della marcata preferenza manuale degli umani.

Direzione (MHI) e forza (MABSHI) della preferenza manuale in diverse specie di primati: i colori delle mani mostrano l’intensità del destrismo e la loro dimensione per indicarne la forza (PLOS Biology)

Come si osserva ancora oggi, le specie arboricole hanno in genere una preferenza manuale più forte di quelle terrestri, perché usano una mano per stabilizzarsi sui rami e l’altra per manipolare. I nostri antenati avrebbero mantenuto questa preferenza, traducendola in qualcosa di diverso quando iniziarono a muoversi stabilmente a terra.

Secondo gli studi più condivisi, circa sei milioni di anni fa i nostri antenati iniziarono a sviluppare la capacità di camminare eretti, trascorrendo molto più tempo a terra che tra i rami degli alberi. Gli arti superiori non dovevano più assolvere a compiti simili a quelli degli arti inferiori per arrampicarsi e questo aprì nuove opportunità per diversificarne le funzioni, che furono accompagnate nel lungo processo evolutivo da un maggiore sviluppo delle dimensioni del cervello.

Lo sviluppo di nuove capacità manuali proseguì a lungo in parallelo con quello del cervello, ma per milioni di anni i nostri lontani antenati non mostrarono di avere una preferenza particolare per una mano rispetto a un’altra. Secondo lo studio le cose iniziarono a cambiare intorno ai tre milioni di anni fa, quando le aree del cervello iniziarono a differenziarsi e a specializzarsi.

Quasi due milioni di anni fa, l’emisfero sinistro assunse un ruolo più rilevante nello sviluppo del linguaggio, del ragionamento e della coordinazione motoria nell’utilizzo degli strumenti all’emergere del genere Homo, quello cui apparteniamo. Le aree più sviluppate erano le stesse che esercitavano un maggiore controllo sulla mano destra, e questo potrebbe avere portato nel corso del tempo alla predominanza di destrimani che osserviamo oggi.

La questione non è comunque ancora completamente risolta. La suddivisione dei compiti tra i due emisferi del cervello è discussa da tempo e sembra essere meno compartimentata di quando si credesse con i primi studi. L’enorme quantità di interconnessioni tra un emisfero e l’altro, e tra specifiche aree del cervello, suggerisce una complessità molto più alta dei vari centri cerebrali responsabili del pensiero, del ragionamento e del movimento.

La nuova analisi non aiuta nemmeno a spiegare con chiarezza il mancinismo, che dopo milioni di anni di evoluzione continua a riguardare circa un dieci per cento della popolazione. Secondo alcuni studi la percentuale potrebbe essere ancora più alta, visto che fino a qualche tempo fa il mancinismo veniva corretto, inducendo i bambini che manifestavano quella preferenza manuale ad abituarsi a utilizzare la destra.

La maggior parte delle persone mancine non mostra inoltre un’organizzazione cerebrale invertita rispetto ai canoni identificati un tempo. La dominanza linguistica in queste persone riguarda comunque l’emisfero sinistro, come avviene tra chi è destrimano, e meno di un terzo di chi è mancino mostra chiaramente un’organizzazione invertita.

Le ricerche sulla preferenza manuale ipotizzano che il fenomeno non sia quindi legato solamente a fattori biologici, genetici ed evolutivi, ma anche a fattori culturali e sociali.