Ora gli scout cattolici italiani hanno una linea chiara sui capi omosessuali
È stato approvato un documento ufficiale che per la prima volta rifiuta un tipo di discriminazione a lungo considerato normale

Il consiglio generale dell’AGESCI, la principale associazione di scout cattolici in Italia, ha votato il primo documento ufficiale in cui stabilisce che l’orientamento sessuale e l’identità di genere non devono essere criteri di esclusione per la selezione dei capi, cioè gli scout maggiorenni che gestiscono i gruppi di ragazzi e ragazze dagli 8 anni in su.
È una decisione significativa perché, avendo una rigida e storica impostazione cattolica, per anni la posizione dell’associazione rispetto all’opportunità di avere persone dichiaratamente omosessuali o trans in ruoli educativi è stata molto discussa, anche al suo interno. AGESCI ha oltre 180mila aderenti ed è una delle organizzazioni cattoliche più grandi e influenti in Italia.
Il voto è avvenuto nelle scorse settimane e ha riguardato un testo elaborato nel 2025 dopo l’istituzione di una commissione istruttoria dedicata, il cui lavoro è andato avanti fino a oggi. AGESCI ha detto che nei prossimi giorni pubblicherà il resoconto ufficiale del consiglio generale, che si è tenuto all’inizio di maggio, insieme alla versione definitiva del documento.
La posizione di AGESCI su questi temi è stata a lungo poco chiara e frammentata. L’associazione ha risentito inevitabilmente dell’influenza della Chiesa cattolica, che continua ad avere posizioni conservatrici nei confronti delle persone omosessuali, sebbene, soprattutto con papa Francesco, ci siano state alcune aperture. Inoltre il ruolo dei capi scout è considerato particolarmente delicato perché prevede l’accompagnamento di bambini e adolescenti in un percorso di crescita: i capi scout hanno un ruolo educativo centrale e una grande autonomia nell’organizzazione delle attività.

Alcuni scout AGESCI salutano papa Francesco in piazza San Pietro, Città del Vaticano, 13 giugno 2015 (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)
Finora AGESCI non aveva mai chiarito ufficialmente la propria posizione sulla possibilità che una persona trans o dichiaratamente omosessuale potesse essere capo scout, in parte perché questo avrebbe creato tensioni con la Chiesa e scontri interni tra associati con visioni più o meno conservatrici.
AGESCI però lascia molta autonomia ai gruppi locali, che spesso gestiscono in modo indipendente le questioni educative e associative. Nella pratica quindi in molti gruppi scout esistevano già capi dichiaratamente omosessuali. In altri gruppi però ci sono stati, anche in anni recenti, casi di capi allontanati o discriminati per il loro orientamento sessuale. Quello che succede, in molti casi, è che i genitori dei ragazzi che vengono affidati ai capi in questione esprimono timori per il tipo di esempio – non in linea con la dottrina cattolica – che potrebbero dare ai loro figli nel loro ruolo, e che questi timori si trasformano in pressioni perché si facciano da parte.
Lo aveva riconosciuto la stessa AGESCI dopo aver raccolto numerose testimonianze di capi scout omosessuali sulle loro esperienze nell’associazione. In quel resoconto AGESCI aveva scritto di aver trovato «comunità capi capaci di valorizzare la diversità al loro interno», ma anche «molte comunità capi che ragionano sulla base di giudizi, pregiudizi e con logiche di esclusione». Per i capi trans poi le cose sono sempre state ancora più difficili, per quanto le loro esperienze siano più rare e meno documentate.
La decisione approvata dal consiglio generale ha soprattutto un valore formale e simbolico. Allo stesso tempo però il fatto che oggi AGESCI abbia una posizione più chiara sui temi LGBTQIA+ potrebbe aiutare concretamente a prevenire o gestire eventuali casi futuri di discriminazione.
Nel documento c’è scritto che «rispetto e riconoscimento sono direzioni non trattabili» e che è «irrinunciabile» per i capi scout e le capo scout formarsi e valorizzare «la cura nei confronti della persona e contrastare i pregiudizi derivanti dall’omotransfobia». Per diventare capi scout bisogna partecipare a campi di formazione in cui vengono trasmesse le direttive e le metodologie nazionali.
Negli ultimi anni AGESCI si era interrogata in più occasioni su come “gestire” la presenza di capi omosessuali all’interno dei gruppi scout. Nel 2011, in occasione del convegno “Omosessualità: nodi da sciogliere nelle comunità capi” alcuni relatori espressero posizioni molto controverse sulla possibilità di essere capi scout e gay. Il teologo Francesco Compagnoni disse che i capi scout omosessuali rappresentavano «un problema educativo per i ragazzi loro affidati» e suggerì che, nel caso di ragazzi con «tendenze omosessuali», fosse opportuno coinvolgere subito i genitori e indirizzarli verso uno psicologo o uno psicoterapeuta.
Anche uno dei due psicologi invitati al convegno, Dario Contardo Seghi, espresse opinioni personali fuorvianti sulle ragioni dell’omosessualità femminile. Disse che, «nei molti casi di omosessualità femminile» che aveva incontrato, aveva constatato come «molto spesso» queste donne avessero avuto esperienze con «maschi brutali» e che per questo avessero poi voluto «tornare affettivamente a situazioni precedenti, soprattutto se quella dimensione materna (omo-affettiva) è stata positiva e appagante».
Quando gli atti del convegno furono pubblicati, l’AGESCI venne criticata da associazioni LGBTQIA+ e da una parte dell’opinione pubblica. L’associazione si difese sostenendo che quelle dichiarazioni non rappresentavano la propria posizione ufficiale, ma il contributo personale di esperti invitati al convegno.
Nel 2014 alcuni ragazzi scout, durante una route nazionale (cioè un ritrovo di gruppi di tutta Italia), redassero la “Carta del Coraggio”: un documento in cui si chiedeva allo Stato di riconoscere le unioni tra persone dello stesso sesso e alla Chiesa cattolica di rivedere le proprie posizioni su persone omosessuali e divorziate. Infatti anche a persone divorziate e conviventi ma non sposate capitava di essere disincentivati dal diventare capi o di ricevere pressioni per smettere di esserlo, perché il loro stato civile non era considerato un buon modello educativo.

Un gruppo di scout alla Route nazionale a Verona nel 2024 (ANSA/GIORGIO MARCHIORI)
Nel 2016 AGESCI, in quanto associazione cattolica, fu invitata a partecipare al Family Day, la manifestazione promossa dai movimenti cattolici conservatori contro il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, ma decise di non aderire. Anche quella scelta fu considerata una presa di posizione significativa nel dibattito dell’epoca. Inoltre un gruppo di scout dell’AGESCI firmò una petizione per chiedere all’associazione di sostenere pubblicamente la legge Cirinnà. Poco dopo, però, AGESCI pubblicò un comunicato per chiarire che quella petizione non poteva essere considerata espressione della posizione ufficiale dell’associazione.
Anche in altri paesi il tema aveva aperto discussioni simili. Negli Stati Uniti, dove lo scoutismo è molto diffuso, nel 2015 il consiglio nazionale dei Boy Scouts of America (oggi Scouting America) decise di permettere ai capi scout apertamente omosessuali di far parte dell’associazione. Fino ad allora esisteva una politica nazionale che escludeva gli adulti omosessuali dichiarati. La decisione arrivò due anni dopo l’apertura ai ragazzi omosessuali, approvata nel 2013, e fu motivata anche dal fatto che il precedente divieto veniva considerato sempre più difficile da sostenere dal punto di vista legale. Il cambiamento riguardò sia i capi scout sia i dipendenti dell’organizzazione.
Il compromesso adottato dai Boy Scouts americani prevedeva però che i singoli gruppi locali potessero continuare a rifiutare capi o impiegati omosessuali se la loro presenza fosse stata considerata contraria ai principi religiosi del gruppo o della chiesa di riferimento. La decisione fu accolta in modo contrastante: alcuni attivisti la considerarono una prima apertura significativa, mentre altri sostennero che lasciasse comunque spazio a forme di discriminazione.



