La goduria di camminare in città
«Se sarà una buona camminata si capisce al risveglio, si capisce da come mi sento, da come sento le gambe e i reni. Mi sveglio prima dell’alba e ho bisogno di strade buie e deserte, non sopporto la compagnia e la luce al mattino»

Se c’è una cosa che mi rende veramente triste è la mia felicità. Ogni volta che ripenso a quando sono stato per davvero felice nella vita infatti ero sempre solo. Parlo di una forma di felicità non a caso molto intima, direi estremamente e radicalmente intima che mi coglie inaspettatamente e senza alcun particolare motivo, e spesso questo mi succede camminando.
Sono un camminatore urbano, tutte le modalità di camminata fuori città, il cosiddetto trekking fatto con bastoni e maglietta aderente di fattura tecnica, non le pratico e non ho alcuna intenzione di praticarle. Nulla in contrario, ma se pure quando si cammina bisogna darsi degli obiettivi allora meglio lasciar perdere, almeno per me.
Cammino in città e cammino spesso quando la città è vuota. È il modo migliore che io conosca per stare con le gambe in un posto e con la mente da tutt’altra parte ed è anche il modo meno maleducato di distrarmi, visto che spesso a cena o in compagnia vengo accusato di essere troppo taciturno. Il mio sguardo si dimentica facilmente delle persone che stanno in mia compagnia e mi astraggo, come si dice con un verbo tanto affascinante quanto inquietante.
Se sarà una buona camminata si capisce al risveglio, si capisce da come mi sento, da come sento le gambe e i reni. Mi sveglio prima dell’alba e ho bisogno di strade buie e deserte, non sopporto la compagnia e la luce al mattino.
Venezia è da sempre patria di navigatori e camminatori, appartengo alla seconda categoria. Venezia deserta è la migliore versione possibile oggi di Venezia perché la sua presenza è talmente potente e assillante da essere già estremamente densa. Non mi è mai capitato di ritrovare la stessa luce nelle stesse calli, ho inseguito per giorni certi odori che diventavano olezzi fastidiosissimi o brezze di mare. Il mercato del pesce e la piattaforma della raccolta dei rifiuti si contendono l’aria a pochi metri di distanza l’uno dall’altra. Venezia è così, il rumore dei propri passi che sale e rimbomba nella cassa armonica delle calli al punto che tra un ponte e l’altro scappa di fare un salto per sentire il rimbombo che riempie improvviso il campo ancora deserto di turisti. Ci si guarda in faccia come per riconoscersi, per darsi la misura, ma ci si guarda in faccia anche con indifferenza, ognuno con i propri affari da sbrigare e tenuti bene in mente. Forse la cosa più bella resta salutarsi: allo stretto delle calli, il saluto arriva venendo uno verso l’altro e poi si esaurisce di spalle con anche qualche aggiunta quando si è ormai separati da qualche metro. Un Ci si vede! E un Come stai? che raggiungono le spalle come una forma di riconoscimento reciproco. Un vecchio veneziano mi confessò di aver abbandonato la città per anni perché alla fine si sentiva sempre osservato, tenuto d’occhio. Ed è vero, anche senza affacciarsi alle finestre dopo un po’ i passi si riconoscono e si distinguono gli uni dagli altri. Quelli dei turisti con le insopportabili rotelle dei loro trolley e il fracasso dei carrelli degli scoasseri, i netturbini. Il passo del vicino un po’ zoppo e quello frettoloso della giovane mamma che porta il figlio a scuola mentre lo trascina a bordo del suo monopattino. Si arriva così a riconoscersi tutti, che è una trama un po’ più intima, ma anche più lasca del conoscersi tutti. Camminare al buio per Venezia con molti più sguardi addosso di quanto si possa immaginare fa sentire braccati, un po’ come i protagonisti di Il terzo uomo di Carol Reed. Si tende così a provare a fuggire, inoltrandosi in calli sconosciute che inevitabilmente a Venezia non portano a perdersi, ma riportano sempre al punto di partenza. L’unica vera via di fuga è l’acqua, le alternative sono ripari, bar in apertura e vetrine, soprattutto quelle delle vecchie botteghe di vestiti che tendo a osservare per lunghi minuti come se mi garantissero una porta temporale negli anni Settanta e nei relativi completi uomo in tono marroncino o bluette. Per non dire poi dei negozi di arredo bagno che in maniera totalmente sconsiderata riempiono Venezia con una serie pressoché infinita di alternative per lo scopino da water e spesso a costi proibitivi. Una cosa da non credere e che tendo a fissare per lunghi minuti domandandomi se la plastica sia meglio o peggio della versione in finta pietra, per non dire di quella – costosissima – in metallo trattato a bronzo.
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Camminare, diceva Gianni Celati, è fondamentale per scrivere perché la fatica che comporta, una volta a casa, garantisce che quello che si andrà a mettere sulla pagina bianca sarà solo lo stretto necessario. Celati camminava per i colli bolognesi, mentre un altro grande camminatore – anch’egli senza patente – è stato Mario Dondero, fotoreporter e avventuriero nel migliore dei termini ovvero nella forma di chi non cerca conquiste, ma al massimo seduzioni.
Dondero camminava per tutta Parigi e per tutta Roma e finanche nel deserto africano. Mi è capitato di camminargli a fianco e di provare a prendere il ritmo di quell’ondeggiare dettato solo in parte dall’età e più dall’abitudine di portare con sé il peso della borsa con tutta l’attrezzatura per scattare. Dondero camminava in avanti e di lato, in avanti per muoversi e di lato per incontrare le persone. A differenza mia lui era in grado di stare in mezzo alle persone ed estrarre da ognuno quell’unicità che le faceva rilucere prima ancora di aver scattato una fotografia. Ma poi come tutti i veri solitari subito doveva muoversi, subito bisognava ripartire. Non contava la meta, contava prendere e andare via.
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Camminare infatti richiede un esercizio altissimo di concentrazione che in alcuni casi, nei migliori, diviene un’estatica distrazione. Si vede di più e si vede di tutto. Camminare porta zone sconosciute di sé e della città, è una questione di coordinamento e di ritmo. È come se tutto dovesse fluire partendo dal proprio passo fino al resto della città. Io riesco a farlo solo a città vuota, Dondero riusciva a farlo anche in mezzo a una folla. A ogni intrusione nei propri pensieri e a ogni incontro possibile va infatti dato un ruolo. La scena si amplia come fosse un musical là dove Gene Kelly inizia a ballare e poi si ritrova con alle spalle un corpo di ballerine e ballerini che insieme a lui trasformano la danza in una festa coinvolgente, in una felicità estrema.
Il rischio è sempre quello che invece la musica stoni, che i ballerini vadano fuori tempo e l’armonia si disintegri, ma la colpa non è mai del corpo di ballo, è del primo ballerino. Camminando camminando la luce piano piano arriva, non si può sperare che la notte prosegua all’infinito, e quella luce va colta e inclusa per evitare che la nevrosi prenda il sopravvento, non basta correre a rinchiudersi in casa.
Va cercato un riparo che come tale, però, non potrà che essere temporaneo. Un ristoro dal freddo come dal caldo, ma poi bisogna ritornare in strada e affrontare il mondo nel suo bailamme più o meno osceno, più o meno comprensibile. Ed è lì in quel preciso momento in cui gli studenti ti corrono a fianco per evitare l’ennesimo ritardo, in cui l’avvocato strilla al cellulare alle tue spalle e l’anziana rallenta nel punto in cui sei costretto a fermarti e aspettare che passi, è proprio lì che bisognerebbe provare a essere felici.
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