Una famiglia, un voto: quello del marito
Negli Stati Uniti ci sono comunità religiose legate all'estrema destra che propongono l'abolizione del suffragio femminile, con buona risonanza online

Una Chiesa riformata di Prescott, in Arizona, che segue una corrente del cristianesimo evangelico conservatore sta promuovendo l’abolizione del suffragio femminile, introdotto negli Stati Uniti nel 1920 con il XIX emendamento della Costituzione grazie a decenni di lotte femministe.
Questa “proposta” sta guadagnando sostenitori anche al di fuori degli ambienti religiosi: viene nominata o promossa tra gli attivisti di estrema destra nella cosiddetta “maschiosfera” e tra influencer e podcaster di successo che molto spesso sono sponsorizzati da think tank o gruppi politici di estrema destra, ma è stata rilanciata anche dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth. In molti e molte denunciano che anche la modifica al processo elettorale voluta da Donald Trump e attualmente in discussione al Senato vada nella direzione di limitare il diritto di voto delle donne.

Cappellini venduti durante un comizio elettorale di Donald Trump con le scritte “Dio, armi e Trump” e “Gesù è il mio salvatore, Trump il mio presidente”, Ohio, 16 marzo 2024 (AP Photo/Jessie Wardarski)
La King’s Way Reformed Church di Prescott è stata fondata nel 2021 dal pastore Dale Partridge, che ha 40 anni. All’inizio ne facevano parte poche persone, ora conta più di 100 parrocchiani che la frequentano ogni domenica, con nuove famiglie che costantemente vi si uniscono ogni anno. Provengono da Phoenix, dal Minnesota, da Las Vegas, dal Canada e persino dalla Germania.
Dale Partridge ha un ampio seguito sui social media, prende parola di frequente contro le femministe o le persone LGBT+, parla dell’immigrazione come di un «suicidio nazionale», dice che l’Islam o l’Induismo sono «demoniaci» e, soprattutto, predica il ritorno al “patriarcato biblico”, cioè un patriarcato giustificato con il volere di Dio, che come parte dell’ordine da lui creato avrebbe stabilito ruoli di genere distinti e gerarchici per l’uomo e la donna. Si tratta dunque di un sistema sociale e culturale centrato sulla figura del padre-patriarca come capo indiscusso sia della famiglia che di ogni altro ambito, compreso quello politico. Padre a cui spetta ogni decisione e a cui figli, figlie e mogli si devono sottomettere.
In questo sistema il suffragio femminile viene denunciato come uno dei motivi per cui il mondo «sta andando in rovina». Il voto alle donne avrebbe cioè separato le mogli dai mariti, infrangendo l’unità indissolubile tra uomo e donna che la Bibbia descrive, nella Genesi, come «una sola carne». Il pastore Partridge e i suoi seguaci sostengono poi che la presunta naturale docilità delle donne le renda pericolosamente inclini a sostenere politiche progressiste e favorevoli all’immigrazione. «La politica è per sua natura bellicosa», ha detto al New York Times Corbin Clarke, 29 anni, assistente pastore alla King’s Way che vive con la sua famiglia a Prescott dal 2023: «Le donne non sono fatte per la battaglia. Sono nate per l’amore. Sono nate per la bellezza». Sua moglie, Haley Clarke, 34 anni, concorda. «Dio ha voluto che fosse così».
Alla parola delle donne che praticano il patriarcato biblico viene naturalmente dato molto spazio. Descrivono un modello in cui il marito ha l’ultima parola, persino nell’urna elettorale, in cui loro si sentono «più libere» da quando hanno rinunciato a parte della loro autonomia, più leggere poiché sono state sollevate dal «peso» di una serie di decisioni, compresa quella del voto, e in cui si possono dunque dedicare senza altri pensieri al compito naturalmente assegnato loro da Dio: procreare, custodire la casa, il marito e i figli.
Al posto del suffragio femminile i sostenitori del patriarcato biblico promuovono il voto familiare: un voto per ciascuna famiglia espresso esclusivamente dal capofamiglia. «Se sei il patriarca della famiglia e la tua voce è quella di tutta la famiglia, allora dovrebbe essere così anche in politica», dice Clarke. Come riconosciuto dagli stessi adepti della King’s Way, un voto di questo tipo presenta alcuni problemi: le donne non sposate, per esempio, suggeriscono che potrebbero essere rappresentate da padri, fratelli o zii. Nella loro visione le donne dovrebbero comunque essere sposate, e ovviamente solo con uomini.
Molti cristiani evangelici hanno da tempo abbracciato una versione più moderata di questa posizione, nota come complementarianismo, secondo il quale uomini e donne sono stati creati da Dio con pari dignità e valore, ma con ruoli distinti e complementari, sia nel matrimonio che nella Chiesa. Il marito è chiamato a un ruolo di “guida amorevole”, mentre la moglie è chiamata a sostenere e seguire tale guida. «A differenza della visione complementarista che confina la leadership maschile ai domini familiare ed ecclesiastico» ha spiegato lo stesso Dale Partridge, «il patriarcato biblico è coerente estendendo l’autorità maschile a tutti gli aspetti della società, compresa la governance civile e la vita sociale».
Per i sostenitori del patriarcato biblico il complementarianismo è una concessione fatta al femminismo che ha come risultato un patriarcato debole, annacquato, che porta al caos coniugale. La controversia tra le due correnti emerse pubblicamente nel 2008 durante la campagna per la vicepresidenza di Sarah Palin, allora una delle esponenti più influenti dell’ambito conservatore che si definiva una «cristiana che crede nella Bibbia»: alcuni sostenitori del patriarcato biblico sostennero, in quell’occasione, che Palin, in quanto donna, fosse «biblicamente ineleggibile».
Entrambi i modelli si ispirano comunque alla Lettera agli Efesini, una delle lettere di Paolo inserite nel Nuovo Testamento, in cui si dice che «nel timore di Cristo» ci si deve sottomettere «gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto».
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Il patriarcato biblico divenne popolare tra gli anni Novanta e i primi anni 2000 con Doug Phillips, l’influente fondatore di Vision Forum Ministries, un’organizzazione evangelica cristiana conservatrice con sede in Texas che promuoveva una visione tradizionale della famiglia e dei ruoli di genere (Doug Phillips si dimise nel 2013 dopo aver avuto una relazione romantica diventata pubblica con una donna che non era la moglie).
Oggi il portavoce più noto è Doug Wilson: crede che gli Stati Uniti dovrebbero essere una teocrazia, si definisce un nazionalista bianco, difende la schiavitù e la sottomissione delle donne. «Un uomo penetra, conquista, colonizza, pianta», sostiene, «una donna riceve, si arrende, accetta». Nel settembre del 2025 Wilson è stato raffigurato sulla copertina del settimanale tedesco Der Spiegel come uno degli «ultraconservatori fanatici della Bibbia» che circondano Donald Trump. I libri e le posizioni di Wilson costituiscono una sorta di guida spirituale per la King’s Way e le chiese affini, ed è soprattutto sull’abolizione del suffragio femminile che si mobilitano pubblicamente.

La prima pagina di Der Spiegel del settembre 2025 con Donald Trump, il vicepresidente J.D. Vance, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, Pam Bondi – procuratrice generale licenziata da Trump all’inizio di aprile – e il pastore Doug Wilson.
Come ammesso dallo stesso Dale Partridge, se dieci anni fa la proposta poteva sembrare solo una provocazione oggi sta guadagnando sostenitori anche al di fuori degli ambienti estremisti. Nella cosiddetta “maschiosfera”, in quei gruppi di uomini accomunati da posizioni sessiste, antifemministe e da un’idea di maschilità basata sul vittimismo, sul predominio fisico e sull’aggressività e che hanno avuto un ruolo significativo nel successo di Donald Trump e nell’orientamento del voto dei giovani uomini, gli influencer chiedono apertamente l’abrogazione del XIX emendamento della Costituzione, e gli attivisti di estrema destra stanno promuovendo questa lotta in nome di un ritorno all’ordine tradizionale.
Charlie Kirk, attivista e podcaster di estrema destra molto vicino a Trump e ucciso a settembre del 2025, aveva più volte dichiarato la propria indignazione verso la possibilità che le donne potessero votare secondo i propri interessi e non secondo quelli del marito.
Lo scorso agosto il segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth aveva condiviso e commentato positivamente un servizio di quasi sette minuti della CNN che parlava di Doug Wilson, in cui si sosteneva l’abolizione del diritto di voto alle donne e si promuoveva il voto familiare.
C’è poi tutto il mondo delle influencer antifemministe che parlando di fitness, sentimenti e cibo condividono posizioni di estrema destra e predicano un ritorno a una subordinazione delle donne nei confronti degli uomini. Nel suo celebre podcast di salute e benessere Culture Apothecary, Alex Clark ha spiegato che «non le dispiacerebbe» se a votare fosse solo «il capofamiglia di sesso maschile». A sua volta l’attivista antiabortista Abby Johnson, su cui è uscito anche un film che molti giornali hanno descritto come propaganda pura, ha già espresso pubblicamente il suo sostegno al principio di un solo voto per nucleo familiare.
Abrogare il XIX emendamento che ha introdotto negli Stati Uniti il suffragio femminile sarebbe qualcosa di molto complesso. Anche il pastore Dale Partridge ammette che questa strada potrebbe essere impraticabile, ma crede che a una graduale limitazione del diritto di voto delle donne ci si possa arrivare attraverso altre misure. Donald Trump sta cercando di modificare il processo elettorale in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo della Camera e di un terzo del Senato attraverso una serie di riforme contenute nel Save America Act. Tra le altre cose, al momento della registrazione nelle liste elettorali richiede alle persone una prova della loro cittadinanza: negli Stati Uniti i documenti più comuni per certificare il proprio status di cittadino sono il passaporto, che però circa metà della popolazione non possiede, e il certificato di nascita.
Questi passaggi potrebbero privare molte donne (e molte persone trans) del diritto di voto, per esempio quelle donne che hanno cambiato legalmente il proprio nome dopo il matrimonio e il cui cognome da sposata non corrisponde dunque al cognome presente sul loro certificato di nascita o su altri documenti. Una ricerca del 2023 del Pew Research Center ha rilevato che circa l’85 per cento delle donne statunitensi cambia il proprio cognome dopo il matrimonio e si stima che 69 milioni di donne nel paese abbiano un nome legale diverso da quello riportato sul certificato di nascita.
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