Gli Emirati Arabi Uniti usciranno dall’OPEC

Cioè dall'organizzazione che riunisce i più importanti paesi esportatori di petrolio: c'entra la guerra in Medio Oriente

Il logo dell'OPEC a Vienna, Austria, 3 marzo 2022 (AP/Lisa Leutner)
Il logo dell'OPEC a Vienna, Austria, 3 marzo 2022 (AP/Lisa Leutner)
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Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato che dal primo maggio usciranno dall’OPEC, un’organizzazione che riunisce 12 tra i più importanti paesi esportatori di petrolio, le cui decisioni sono estremamente influenti sul prezzo globale dei carburanti. Da quel giorno il paese potrà gestire la propria produzione di petrolio senza dover rispettare i limiti di produzione imposti dall’OPEC. La decisione danneggerà soprattutto l’Arabia Saudita, che è il paese leader all’interno dell’OPEC, e ridurrà la capacità dell’organizzazione di influenzare i prezzi del petrolio.

Già in passato gli Emirati Arabi Uniti avevano valutato la possibilità di lasciare l’OPEC, sostenendo che i vincoli imposti dall’organizzazione limitassero la loro capacità di produzione ed esportazione di petrolio. L’annuncio è comunque arrivato a sorpresa, anche per lo scarsissimo preavviso prima dell’entrata in vigore del ritiro.

L’OPEC ha sede a Vienna e fu fondata nel 1960 da Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita e Venezuela. Gli Emirati Arabi Uniti ci entrarono nel 1967 tramite l’emirato di Abu Dhabi. Gli Stati Uniti non ne fanno parte, così come nessun paese europeo.

Gli stati membri dell’OPEC controllano circa il 79 per cento delle riserve di petrolio a livello mondiale. L’organizzazione agisce come un cartello: i paesi che ne fanno parte decidono assieme le rispettive quote di estrazione del petrolio in maniera da poterne manipolare i prezzi sul mercato internazionale. Quando per esempio l’OPEC ritiene che i prezzi siano troppo bassi, riduce la produzione, in modo che l’offerta diminuisca e si alzino così i prezzi.

Non sempre però tutti i paesi dell’OPEC condividono obiettivi e interessi, e le decisioni sulle quote di produzione (che significa: quanti milioni di barili al giorno produce l’Arabia Saudita, quanti ne producono gli Emirati, quanti ne produce il Kuwait, e così via) sono burrascose e contestate, oltre che frequentemente violate. Molti membri contestano in particolare la posizione preminente dell’Arabia Saudita, che essendo il paese più ricco dell’organizzazione ha un ruolo di leadership e maggiore capacità di influenzare le decisioni sulle quote. Negli ultimi anni, in particolare, le tensioni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono aumentate.

A questo si aggiunge il fatto che ci troviamo in un momento particolare per i paesi produttori di petrolio che si affacciano sul golfo Persico: attualmente la loro capacità di esportazione è praticamente azzerata per via della chiusura dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Inoltre alcuni luoghi di estrazione e lavorazione del petrolio sono stati bombardati dall’Iran nelle ultime settimane e ci vorranno alcuni mesi, se non anni, per ripristinarne le capacità.

Gli Emirati Arabi Uniti però si affacciano soltanto parzialmente sul golfo Persico, perché hanno anche uno sbocco sul golfo di Oman, e tramite un oleodotto che arriva al porto di Fujairah riescono a superare almeno in parte il blocco iraniano, come si vede nella mappa qui sotto. Per questo gli Emirati non vogliono essere vincolati dalle decisioni sulle quote prese dall’OPEC, e anzi vogliono ampliare il più possibile le loro infrastrutture per approfittare di un momento in cui quasi tutti gli altri paesi del Golfo non possono esportare.

Il ministro dell’Energia degli Emirati, Suhail al Mazroui, ha detto in un comunicato che la decisione di uscire dall’OPEC è stata presa «sulla base dei nostri interessi e dei nostri impegni per contribuire in maniera più efficace e venire incontro alle esigenze del mercato».

Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano circa il 13 per cento delle capacità produttive dell’OPEC, che quindi perderà il controllo su una discreta quantità del petrolio mondiale. Gli Emirati, inoltre, sono assieme all’Arabia Saudita uno dei pochi paesi dell’organizzazione ad avere una grossa capacità di riserva. Significa che Arabia Saudita ed Emirati possono ampliare notevolmente la propria produzione petrolifera perché hanno ampie riserve, al contrario di altri paesi membri la cui produzione è già pressoché al massimo, o che hanno poca elasticità nell’aumentarla.

Questo potrebbe ridurre la capacità dell’OPEC di manipolare i prezzi del petrolio, e quindi potrebbe limitare l’influenza dell’organizzazione. Potrebbe anche aumentare la volatilità dei prezzi: un conto è se un unico cartello decide i livelli di produzione, un altro è se i vari paesi fanno da sé e decidono di produrre più o meno petrolio a seconda delle proprie esigenze.

L’indebolimento dell’OPEC potrebbe però essere gradito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha più volte criticato i paesi dell’organizzazione, accusandoli di modificare la produzione di petrolio allo scopo di aumentare i prezzi dell’energia in Occidente. Gli Stati Uniti sono attualmente il più grande esportatore di idrocarburi al mondo, e di fatto in diretta competizione con l’OPEC. Gli Emirati hanno annunciato che usciranno anche dall’OPEC+, un’organizzazione allargata che comprende tra gli altri la Russia.