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  • Lunedì 27 aprile 2026

L’ossessione di Lou Reed per il Tai Chi

La racconta il cantautore Vasco Brondi nel suo ultimo libro “Una cosa spirituale”

Lou Reed (al centro) pratica il Tai Chi a Sydney, in Australia, nel 2010 (Mark Getcalfe/Getty)
Lou Reed (al centro) pratica il Tai Chi a Sydney, in Australia, nel 2010 (Mark Getcalfe/Getty)
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È da poco uscito per Einaudi Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte, il nuovo libro del cantautore italiano Vasco Brondi. È un breve saggio che parte dal suo rapporto con la creatività e arriva a parlare del ruolo della spiritualità nella storia dell’arte e dell’efficacia di pratiche come lo yoga e la meditazione per trovare ispirazione. È un libro che raccoglie molte storie di artisti famosi, da Federico Fellini a Marina Abramović: qui sotto pubblichiamo un estratto dedicato a una delle passioni meno note del cantautore statunitense Lou Reed, morto nel 2013, quella per l’antica arte marziale cinese del Tai Chi.

* * *

Mentre moriva, Lou Reed stava facendo con le mani la forma 21 del Tai Chi, quella dell’acqua che scorre. Negli anni precedenti lo aveva praticato quotidianamente, due ore al giorno, in una specie di corsa contro il tempo prima di essere travolto del tutto dall’arrivo degli effetti collaterali di una vita di eccessi.

Racconta l’ex moglie, Sylvia Morales:

Stava lottando per uscire da quella spirale autodistruttiva. Prima di disintossicarsi era arrivato al punto in cui le persone che lavoravano con lui non sapevano se sarebbe riuscito a finire un concerto o se si sarebbe presentato per il tour successivo.

Il Tai Chi è diventato quasi da subito la cosa piú importante per lui, anche in tour spostava i mobili nelle stanze d’albergo per avere spazio o praticava nelle sale conferenze vuote, nel corridoio davanti agli ascensori. Sylvia propone a suo fratello, un professionista delle arti marziali, di introdurre Lou a quelle pratiche. Gli dice: «È un tipo ossessivo, e se resta ossessionato dalle arti marziali, che male c’è?».

Effettivamente il Tai Chi è poi diventato un’ossessione per Lou Reed. Racconta la sua assistente che tutto era da organizzare in base alle lezioni con il suo maestro, Ren Guangyi, che negli ultimi anni erano diventate giornaliere: ogni appuntamento poteva essere spostato o cancellato tranne quello. Il suo primo allenatore ha detto:

Capii subito che dedicarsi alla musica, anche quando hai successo, ti rende la vita incredibilmente difficile. Ero contento fosse disposto a imparare un sistema che potesse essergli di qualche aiuto fisico e spirituale. E Sylvia aveva ragione a dire che era ossessivo.

Laurie Anderson, la celebre artista moglie di Lou Reed, racconta in una lettera scritta poco dopo la sua morte:

Quando il dottore ha detto: «È finita. Non ci sono piú opzioni», l’unica parte che Lou ha sentito era «opzioni». Non si è dato per vinto fino all’ultima mezz’ora della sua vita, quando improvvisamente lo ha accettato: all’improvviso e completamente.

Mi ricordo che Laurie Anderson e Lou Reed erano venuti a suonare assieme a Ferrara nel 2002, ma avevo diciotto anni ed era la prima estate che lavoravo. Il ristorante in cui facevo il cameriere si trovava a pochi metri dalla piazza in cui avrebbero suonato, e quella sera invece del concerto ho visto solo il loro pubblico mangiare e bere. Anni dopo era in tour con il maestro Ren. Non sapevo di cosa si trattasse. Io e un amico avevamo trovato su YouTube un video di “Sunday Morning” suonata al David Letterman Show con il maestro Ren che accanto a lui, in kimono, faceva questa strana danza esoterica.

Non sapevamo se ridere o no, a Lou Reed comunque era tutto concesso e siamo rimasti zitti. Era un cortocircuito che semplicemente non capivamo, ma si intuiva che c’era qualcosa di intimo in quella condivisione. Ho letto in una sua intervista:

Non vorrei sembrare pomposo, ma dalla vita voglio di piú di un disco d’oro e fama. […] Il Tai Chi ti permette di entrare in contatto con la forza invisibile dell’universo. Le migliori energie diventano disponibili e presto il tuo corpo e la tua mente diventano quella forza invisibile.

Il suo tour manager racconta che una volta era stata chiamata la sicurezza dell’albergo perché qualcuno aveva segnalato un tipo strano in cortile che brandiva una spada. Era Lou Reed che faceva Tai Chi. Si portava in tour le spade, nonostante Ren gli avesse insegnato la forma 21, che necessita di poco spazio e si può fare anche in ascensore. Il mio maestro di meditazione Corrado Pensa diceva che il respiro è il nostro «oggetto di consapevolezza portatile», e che possiamo sempre tornare lí.

Mi piaceva in tour poter praticare ovunque, avendo sempre il respiro con me. Far diventare sempre piú piccola la pratica, come quella forma 21 che si può fare in ascensore o solo con le mani, anche in punto di morte. Anch’io mi rivedo a spostare i mobili nelle camere d’albergo per fare spazio al tappetino da yoga, uno spazio che riesco a ricavare ovunque.

Lou Reed praticava prima e dopo i concerti, e in qualche modo aveva fatto pace con la sua vita precedente:

La contropartita per la perdita della vista e per tanti altri problemi fisici (l’alluce reumatoide, il diabete, il fumo e il comportamento sconsiderato) è stato studiare il Tai Chi.

Diceva di aver vissuto almeno vent’anni di bonus extra. Ho scoperto di recente che seguiva anche Mingyur Rinpoche, un importante maestro buddhista tibetano. Scrive Laurie Anderson nella sua lettera in ricordo di Lou Reed:

Come persone use alla meditazione, eravamo preparati per questo: come muovere l’energia dalla pancia fino al cuore e poi spingerla fuori dalla testa. Non ho mai visto un’espressione cosí piena di meraviglia come quella di Lou quando è morto.

Una volta al Dalai Lama hanno chiesto – ingenuamente ma direttamente – come fa a essere certo che le sue pratiche funzionino. Lui ha risposto ridendo: «Non lo so. Lo scoprirò il giorno in cui morirò», ed è scoppiato nella sua famosa risata di cuore.

Poco prima di morire, Lou dice a Laurie di non vedere piú niente: «Ho bisogno di luce», e Laurie spinge il letto sul terrazzo. «Luce» è l’ultima parola che ha detto. Come nella canzone “Magic and Loss”:

Pass through the fire to the light
It’s best not to wait
For luck to save you
Pass through the fire to the light

C’è un disco che si chiama Hudson River Wind Meditations, Lou Reed l’aveva composto per meditare, per praticare Tai Chi o forse solo per coprire in quei momenti i suoni del traffico. A un certo punto ha deciso di pubblicarlo perché chi si allenava con lui gliene chiedeva una copia, oppure voleva sempre che lo mettesse in sottofondo. «Non c’era bisogno che aggiungessimo la mia voce».

Praticava sul tetto di casa sua a New York, affacciata proprio sul fiume Hudson, e il titolo viene da lí. È rimasta la sua opera piú sconosciuta: c’è solo suono, niente parole. Forse è il disco in cui piú chiaramente la sua creatività e la sua spiritualità si sono incontrate. Racconta Laurie Anderson che a volte si svegliavano e parlavano di quello che davvero volevano dalla vita.

Gli elenchi delle cose cambiavano nel corso degli anni. Quello che non cambiava mai per Lou era la magia. Voleva trovare la magia. Il Tai Chi e la musica erano il suo modo di cercare la magia.

Risuona ancora quella canzone profetica, “Magic and Loss”. Probabilmente tutto è sempre stato per Lou Reed inseparabile e infuso di magia, un’unica ricerca disperata e fiduciosa: l’eroina, la meditazione, il rock’n’roll, il fluire del Qi (l’energia vitale) e del fiume Hudson. Forse tutto è stato parte del percorso per arrivare a morire con un’espressione piena di meraviglia, facendo con le mani la forma 21, quella dell’acqua che scorre.

And if the building’s burning
Move towards that door
But don’t put the flames out
There’s a bit of magic in everything
and then some loss to even things out.

© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pubblicato in accordo con MalaTesta Lit. Ag. Milano

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