La storia del “ponte della morte” di Chernobyl

A quarant'anni dal più grave disastro di sempre a un impianto nucleare, un mito sopravvive

Dal "ponte della morte" è visibile il "sarcofago" che isola il reattore danneggiato della centrale nucleare di Chernobyl (Google Street View)
Dal "ponte della morte" è visibile il "sarcofago" che isola il reattore danneggiato della centrale nucleare di Chernobyl (Google Street View)
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A due chilometri in linea d’aria dalla centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, c’è un ponte stradale con i parapetti arrugginiti e arbusti cresciuti tra le crepe del cemento. È un cavalcavia ferroviario come ce ne sono tanti, ma ha avuto un ruolo centrale nella narrazione del grave disastro nucleare che avvenne il 26 aprile di 40 anni fa, tanto da essere segnato ancora oggi sulle mappe come “ponte della morte”.

Si racconta che nella notte dell’incidente – quando il reattore 4 esplose producendo una nube radioattiva che si sarebbe poi spinta verso l’Europa occidentale – decine di persone fossero accorse sul ponte per osservare gli strani e variopinti bagliori provenienti dalla centrale nucleare. Secondo quei racconti, quegli inconsapevoli spettatori sarebbero tutti morti poco tempo dopo a causa dell’esposizione a dosi massicce di radiazioni. Da qui il nome “ponte della morte”.

Ma il racconto fu probabilmente esagerato e divenne una leggenda metropolitana. Negli anni sono infatti emerse testimonianze che hanno dimostrato come quella notte non ci fossero decine di persone a osservare la centrale, e le poche che erano passate da quelle parti non morirono in breve tempo per via della radiazioni.

Il più grave incidente della storia degli impianti nucleari avvenne all’1:23 (ora locale) del 26 aprile 1986, mentre era in corso un test di sicurezza su uno dei quattro reattori nucleari costruiti una decina di anni prima. A causa di errori e di alcune caratteristiche non note, il reattore divenne instabile e difficile da controllare, tanto da rendere vano un tentativo di spegnimento di emergenza. Si generò una grande quantità di calore, che fece aumentare la pressione nelle tubature dell’impianto, portando a una prima esplosione di vapore che sollevò la struttura superiore del reattore e a una seconda che distrusse il nocciolo ed espulse materiale radioattivo.

La sala di controllo di uno dei reattori della centrale di Chernobyl, Ucraina, 1986 (Laski Diffusion/Getty Images)

Una grande colonna di fumo raggiunse gli strati più alti dell’atmosfera, con emissioni radioattive che si dispersero nell’immediato sulla zona di Chernobyl e in seguito su vaste aree dell’Unione Sovietica e dell’Europa, ma in quella notte di quarant’anni fa in pochi realizzarono che cosa era successo.

Le due esplosioni non furono particolarmente fragorose, tanto che alcuni operai al lavoro a circa un chilometro di distanza, in altre aree dell’impianto, dissero di non essersi accorti dell’incidente. A quasi tre chilometri di distanza, a Pripyat, la città costruita appositamente per ospitare chi lavorava alla centrale e le loro famiglie, in pochi si accorsero del boato.

Era del resto piena notte in una città di lavoratori e non c’erano molte persone in giro. Chi sentì il rumore in lontananza disse in seguito di averlo ricondotto alle normali attività della centrale, visto che talvolta c’erano rilasci programmati di vapore dalle tubature (isolate dal materiale radioattivo) per regolare la pressione dell’impianto. Era quindi improbabile che ci fosse una corsa verso il ponte per vedere che cosa fosse successo.

La maggior parte degli abitanti si accorse di qualcosa quando era ormai giorno e si vedeva in lontananza una colonna di fumo levarsi dalla centrale di Chernobyl. In quel momento i vapori radioattivi trasportati dal vento insieme alla cenere stavano già contaminando Pripyat, ma l’ordine di evacuazione sarebbe stato dato solo il 27 aprile, circa 36 ore dopo l’incidente.

La città di Pripyat dopo l’incidente, ormai evacuata (AP Photo/Mikhail Metzel)

Nella confusione di quei primi giorni e nei resoconti delle settimane successive, iniziò a diffondersi la voce che nella notte dell’incidente diverse persone avessero raggiunto il ponte sulla ferrovia, la principale via di accesso a Pripyat e soprattutto un punto rialzato ideale per osservare la centrale, a un paio di chilometri di distanza. Alcuni familiari delle persone di turno all’impianto erano venute a conoscenza dell’incidente, ma dalle testimonianze non sembra che la voce si fosse così diffusa da indurre decine di persone a lasciare la città, in piena notte, per andare proprio su quel ponte.

Diversi condomini di Pripyat erano inoltre alti 15 piani, quindi i loro residenti potevano eventualmente osservare l’incendio dai balconi e dalle finestre senza doversi avvicinare.

L’immagine satellitare mostra la distanza in linea d’aria di circa due chilometri tra il “ponte della morte” e la centrale nucleare (Google Maps)

Subito dopo l’incidente si registrarono livelli di radiazioni molto elevati in alcune aree vicine alla centrale nucleare, che avrebbero potuto essere letali nel caso di un’esposizione di alcune ore. Sul ponte non c’erano sensori e non è quindi possibile stabilire quale potesse essere il livello di radiazioni, che probabilmente variò a seconda della direzione e dell’intensità del vento che trasportava i vapori e i fumi che si sollevavano dalla centrale.

Alcune persone attraversarono comunque il ponte quella notte e la mattina seguente, prima che la polizia bloccasse gli accessi.

Adam Higginbotham, autore del libro Mezzanotte a Chernobyl, ha studiato la questione del “ponte della morte” senza trovare prove convincenti sulle presunte decine di morti. Incrociando le testimonianze e i resoconti, riuscì a mettersi in contatto con un uomo che nel 1986 aveva intorno agli otto anni e che raccontò di essere stato uno dei primi ad avere attraversato il ponte dopo l’incidente. Lo aveva passato in bicicletta e si era fermato per capire se fosse visibile il reattore. Per Higginbotham il fatto che fosse vivo e che gli avesse raccontato la vicenda era una smentita alla storia del “ponte della morte”.

Oleksiy Breus, un ingegnere che lavorava alla centrale, raccontò di avere saputo dell’incidente solamente alla mattina, quando era arrivato all’impianto per iniziare il proprio turno. Disse di non avere mai sentito qualcuno raccontare di una folla di persone che nella notte era andata sul ponte per osservare l’incendio. Dopo alcune ore di lavoro, Breus fu portato in ospedale per dei controlli e lì incontrò qualcuno che gli raccontò di avere attraversato il ponte in bici. Non è chiaro se fosse la stessa persona sentita da Higginbotham, ma i medici dissero che aveva una forma non così grave di sindrome acuta da radiazioni dovuta all’esposizione.

Breus raccontò anche di un amico, che quella notte si era dato appuntamento con una ragazza nelle vicinanze del ponte. In seguito apprese che aveva avuto problemi di salute, probabilmente dovuti all’esposizione prolungata alle radiazioni, ma era vivo diverso tempo dopo.

Il ponte fu comunque importante nei giorni successivi all’incidente, visto che vi transitò il migliaio di autobus usati per evacuare completamente Pripyat. Vi passarono quindi sopra migliaia di persone, ma per i pochi istanti necessari al suo attraversamento e senza che ci fossero quindi rischi particolarmente alti legati alle radiazioni.

Il mito del “ponte della morte” fu rinfocolato molti anni dopo, nel 2019, quando fu trasmessa la serie televisiva Chernobyl prodotta dalla statunitense HBO. Il primo episodio mostrava proprio una scena sul ponte con decine di persone che si erano raccolte per osservare in lontananza l’incendio alla centrale nucleare. La scena, molto intensa, mostrava persone incuriosite dalla caduta di scaglie di cenere che non sapevano essere radioattive e che sembravano quasi fiocchi di neve. L’autore della serie, Craig Mazin, ammise di avere reso più drammatica la scena per trasmettere la totale impreparazione della popolazione, che non aveva ricevuto informazioni tempestive sul disastro.

Chernobyl ha ricevuto molti premi ed è stato lodato dalla critica, ma non era un documentario e non aveva la pretesa di esserlo. Quella scena ha però contribuito a generare una certa confusione intorno al ponte e a che cosa accadde in generale nella notte dell’incidente.

Come le strade e i terreni intorno alla centrale, nelle settimane successive all’incidente le autorità sovietiche cercarono di decontaminare utilizzando acqua, prodotti chimici e rimuovendo gli strati più superficiali di suolo. Le strade furono riasfaltate in modo da coprire il più possibile le polveri contaminate che si erano depositate, e che rischiavano di essere trasportate nuovamente dal vento. Parte degli sforzi fu vana e sulle conseguenze per la salute degli abitanti di Pripyat incise soprattutto la tardiva organizzazione dell’evacuazione della zona.

Alcuni edifici di Pripyat e sullo sfondo la centrale nucleare di Chernobyl con il “sarcofago” per isolare il reattore 4, 16 marzo 2026 (Danylo Dubchak/Frontliner/Getty Images)

Oggi alti livelli di radiazioni sono ancora presenti in alcune parti della zona di esclusione, l’area nel raggio di circa 30 chilometri dalla centrale nucleare di Chernobyl definita per limitare l’esposizione. Prima dell’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022, era possibile entrare nella zona partecipando a tour organizzati, ma oggi si può accedere solo per scopi di ricerca e di manutenzione del grande “sarcofago” costruito per isolare il reattore esploso nel 1986. Diverse ricerche hanno mostrato che gli alti livelli non stanno avendo un impatto diretto sull’attività biologica del suolo, che si presenta popolato da numerosi organismi anche nelle aree più contaminate.

Al di là del mito intorno al ponte, e alla morte in poco tempo di chi lo frequentò quella notte, a quarant’anni di distanza dal disastro di Chernobyl non è noto con certezza quante persone morirono per via della contaminazione. C’è ormai un certo consenso sulle 30 persone che morirono per gli effetti diretti dell’esplosione e per la sindrome acuta da radiazioni entro pochi mesi. Altre 60 persone morirono nei decenni successivi a causa di tumori e altri problemi di salute ricondotti alla loro esposizione per un certo tempo ad alti livelli di radiazioni. Le stime sulla popolazione in generale e sugli effetti di lungo termine (ancora in corso) sono più difficili da fare e variano molto, da qualche migliaio a decine di migliaia di persone.