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  • Mercoledì 22 aprile 2026

Sinner, Alcaraz, e tutto il resto intorno

Da oggi è in libreria Cambiocampo, il libro che racconta cosa è cambiato nel tennis maschile

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Da mercoledì è in libreria Cambiocampo, il nuovo libro scelto e pubblicato da Altrecose, il marchio editoriale del Post e di Iperborea. Racconta la nascita e lo sviluppo della rivalità tra Carlos Alcaraz e Jannik Sinner e la storia di come due tennisti così giovani abbiano già costruito “una nuova epoca del tennis maschile” dopo oltre due decenni dominati dai «Big Three»: Federer, Nadal e Djokovic.

L’autore di Cambiocampo, Giri Nathan, è un giornalista sportivo statunitense e ha seguito questa storia fin dall’inizio, raccontandola partita dopo partita. Cambiocampo è quindi una specie di introduzione a quello che sta succedendo al tennis, per chi se n’è accorto da lontano o per chi vuole leggerne il racconto scritto con brillantezza e ordine. È un libro che può essere letto anche da chi non segue molto il tennis, perché si dedica a spiegare come funzionano i vari tornei, chi sono i comprimari di Alcaraz e Sinner, qual è la vita dei tennisti nel tour.

Cambiocampo può essere acquistato nelle librerie o sul sito del Post, con consegna gratuita. Il sesto capitolo racconta la contraddittoria relazione umana tra Sinner e Alcaraz:

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Erano davvero amici, Jannik Sinner e Carlos Alcaraz? È una domanda che mi sono fatto spesso nel 2024. Molti tifosi sembravano credere di sì, o volevano crederlo. Molti addetti ai lavori del complesso tennistico industriale sembravano impegnati a far apparire di sì. E devo ammettere che anch’io volevo che lo fossero.

Mi sono persino ritrovato a sprecare preziose domande in conferenza stampa alla ricerca di qualche piccolo indizio. Era un’idea divertente, che un’amicizia potesse convivere con una rivalità così intensa, e dava una bella immagine del tennis. Che meraviglia, pensare che i due prodigi del momento riuscissero a mettere da parte la posta in gioco per godersi uno scherzo o una conversazione sincera.

Nel corso della stagione circolarono su internet innumerevoli video di interazioni “Sincaraz” di ogni tipo: i due compari che si stringono semplicemente la mano incrociandosi agli allenamenti; Carlos che fa un gesto vagamente italiano con la mano e Jannik che gli risponde allo stesso modo; i due che si intervistano goffamente a vicenda come se fossero a un evento di team building aziendale; e, in un’immagine molto 2024, un diabolico video generato da un’AI di loro che si abbracciano con addosso dei maglioni natalizi.

Veniva da pensarci, appena pochi minuti dopo la vittoria di Indian Wells, con il sudore che ancora colava sulla fronte di Carlitos e l’intervistatore in campo che gli chiedeva: «Quanto è importante per te Jannik?». Domanda non del tutto fuori luogo – avevano passato insieme il tempo della sospensione per la pioggia – ma la cui formulazione piuttosto romantica mi fece molto ridere.

Fate conto di avere un’amicizia con un collega, ma un’amicizia chiaramente della categoria “macchina del caffè”: un paio di battute, qualche lagna sull’ufficio, le cose che si dicono per riempire i silenzi delle conversazioni. Ma ora immaginate che vi intervistino ciclicamente su quanto sia importante per voi quel collega, per la curiosità di centinaia di migliaia di fan. Che dire, è una bella persona?

Alcaraz se la cavò bene, lodando il carattere di Sinner, ma l’episodio mostrò l’incessante impegno della macchina da contenuto, al lavoro per estrarre un momento memorabile dalle rape. Non per sminuire la piacevole relazione professionale di cui godevano Sinner e Alcaraz. Le rivalità tennistiche non hanno sempre convissuto con i principi base della convivenza civile, figuriamoci con l’amicizia.

Per citare un esempio particolarmente spinoso: Pete Sampras e Andre Agassi. Durante i loro anni da giocatori Agassi e Sampras erano stati indifferenti l’uno verso l’altro, ma dopo l’uscita della candida autobiografia di Agassi i rapporti si erano guastati. Un decennio dopo la fine della loro rivalità, ormai entrambi ritirati, si ritrovarono a giocare uno contro l’altro in un doppio di beneficenza: le schermaglie verbali degenerarono fino a quando Andre non si mise a sventolare le tasche dei pantaloncini rovesciate, prendendo in giro Pete per essere tirchio con le mance.

Roger Federer e Rafa Nadal, loro compagni di squadra, dovettero pazientare e aspettare che quel vecchio rancore si sfogasse in mezzo allo stadio. Forse fu proprio in quel momento che questi altri due decisero che non sarebbero mai diventati come i loro predecessori. La rivalità tra Federer e Nadal era stata emotivamente così intensa che nel 2017, quando chiesero a Nadal cosa ammirasse di più di Federer come uomo, lui dovette rimettere al suo posto l’intervistatore, sospirando: «Non vorrei sembrare il suo fidanzato».

La loro amicizia era maturata lentamente, nel corso di quaranta partite, fino alle lacrime mano nella mano alla cerimonia di addio di Federer. Mentre Sinner e Alcaraz sembravano stranamente in sintonia fin dall’inizio. Sinner era andato a cercare Alcaraz negli spogliatoi dopo il loro primo incontro nel circuito Challenger: disse che lo avevano colpito il suo talento e la sua precocità, già così competitivo a soli quindici anni.

C’è un paradosso nelle amicizie-rivalità. Da un lato è difficile essere vicini a qualcuno con cui si è in competizione a somma zero per tutti i premi più ambiti della propria carriera; dall’altro non c’è nessuno al mondo che sappia capire le pressioni e la condizione di trovarsi al vertice del gioco, nessun altro che conosca così sinceramente gli aspetti della tua vita eccezionale.

Un allenatore può dispensare saggezza da un’altra epoca e alcune lezioni avranno ancora senso, ma nel 2024 la dimensione di tutto – i premi in denaro, i contratti di sponsorizzazione, la fama internazionale, la costante performance di un brand personale, le orde online di hater e devoti – era diventata assai più grande che nel 2003, per esempio, quando Juan Carlos Ferrero vinse il suo Slam.

Essere incoronati come “il futuro dell’ATP” era una cosa che solo Jannik Sinner e Carlos Alcaraz erano in grado di capire. Il che, naturalmente, non significava che si scambiassero dei meme ogni giorno.

Quindi non mi sorprese sentire Sinner offrire una valutazione misurata della loro amicizia, all’inizio della sua devastante partecipazione ai Miami Open, il torneo 1000 immediatamente successivo a Indian Wells: «Entrambi diamo il massimo in campo e ci rispettiamo molto. E sì, è tutto qui, no? Fuori dal campo ovviamente non parliamo molto. Lui ha le sue cose e io ho le mie», spiegò con il suo tono giudizioso e monotono.

Per quante fossero le persone che desideravano ci fosse qualcosa di più, una settimana dopo i loro tre set nel deserto la relazione era questa. Sia Sinner che Alcaraz arrivarono a Miami in gran forma, ma Carlitos fu eliminato nei quarti di finale da Grigor Dimitrov, il veterano che un tempo era sembrato in grado di vincere tornei dello Slam con il suo gioco elegante ed elastico. «Mi ha fatto sentire come se avessi tredici anni», disse Alcaraz, imbarazzato. Dimitrov, dodici anni più grande di lui, si mise a ridere quando glielo riferirono.

L’avversario di Sinner in semifinale fu Daniil Medvedev, la cui parabola professionale stava diventando sempre più amara a ogni nuova sconfitta contro i due giovani colleghi. Sinner lo fece fuori in appena 69 minuti. Serena Williams, al suo secondo anno da spettatrice piuttosto che da dominatrice sul campo, gli si avvicinò più tardi per congratularsi con lui.

Sinner pensò di baciarla sulla guancia, all’italiana, mentre Serena sembrò preferire un abbraccio americano standard: le due intenzioni conflittuali risultarono in un quasi bacio sulla bocca. Evitato di poco l’imbarazzo, la vincitrice di 23 Slam disse a Sinner di invidiargli la velocità della racchetta e la potenza del dritto, mandandolo in confusione: «No, no, no, non dire così», rispose lui. Forse con il tempo anche le conversazioni con le leggende si sarebbero fatte più naturali.

Reduce dal colpaccio contro Alcaraz, Dimitrov sconfisse anche Zverev. Alla vigilia della finale si sentiva una «rock star», per via del sostegno rumoroso del pubblico per tutto il torneo, e aveva giocato il suo tennis più riuscito e aggressivo da anni: ma da Sinner perse in due set.

Era la storia di quella stagione: a parte Alcaraz, gli altri giocatori trovavano la miglior versione di sé, vibravano di fiducia, e poi finivano contro Sinner. Che li accoglieva con la sobrietà di un bibliotecario che registra un prestito, timbra la data di restituzione e restituisce il volume: 6-3, 6-1, ci vediamo la prossima volta.

Dopo quella sconfitta nella finale di Miami, a Dimitrov fu chiesto di confrontare la sensazione di giocare contro Sinner con quella di affrontare i migliori giocatori della storia. Dimitrov rimase sui classici, citando il Federer dei tempi d’oro a Wimbledon. «Volevo scavarmi una buca e sparire», disse di quella partita contro lo svizzero. «Non ho più provato quella sensazione contro nessun altro, quindi direi che resti unica».

Qualche settimana dopo fu chiesto a Nadal: «Pensi che il livello del tennis stia crescendo sempre più rapidamente, con l’ascesa di Sinner e Alcaraz?». Un solo scettico sopracciglio di Rafa si mosse, come se fosse rimbalzato da una grande altezza. «Non ne ho idea. Certo, sono giocatori straordinari, ma allo stesso tempo, se mettiamo le cose in prospettiva, Novak Djokovic ha vinto 3 Slam su 4 nel 2023 e ha giocato la finale del quarto. […] Voglio dire, è della mia generazione, quindi […] vuol dire che il tennis ha nuovi grandi campioni, ma allo stesso tempo non è cambiato poi molto».

Un modo cortese ma fermo per dire: diamo pure ai ragazzi il loro merito, ma non esageriamo con gli elogi fuori dal tempo, e non bestemmiamo gli dei antichi.

Djokovic, l’ultimo rappresentante di quel pantheon, stava passando un anno cupo. Dopo la sconfitta di Indian Wells contro il diciannovenne Luca Nardi, si era separato da Goran Ivanišević, il suo coach da cinque anni. Non fu una notizia del tutto inattesa: negli ultimi mesi, l’atmosfera nel suo box poteva riassumersi come “in attesa del plotone d’esecuzione”. Ma segnava comunque la fine di una delle più eccelse relazioni tra allenatore e giocatore della storia del tennis, che aveva fruttato dodici vittorie dello Slam e portato i già eccellenti record di Djokovic a livelli extraterrestri.

Quando si seppe, Ivanišević parlò con franchezza e vivacità del suo lavoro turbolento e impegnativo, anche se alla fine, disse, non c’era nulla di così drammatico da raccontare. «Siamo arrivati a un certo livello di saturazione, direi: “stanchezza del prodotto”, come un’auto che ha bisogno di un tagliando regolare. In sostanza io mi ero stancato di lui, e lui si era stancato di me», disse al giornalista Saša Ozmo.

In mezzo a questo scompiglio, Djokovic si ritirò anche da Miami, scrivendo: «A questo punto della mia carriera, sto cercando di tenere in equilibrio la mia vita privata e quella professionale».

Non aveva ancora vinto nessun titolo nel 2024 e non iniziava una stagione così male da oltre un decennio, ma forte dei risultati del 2023 manteneva comunque il numero 1 in classifica. E nell’aprile successivo, a un mese dal suo trentasettesimo compleanno, divenne l’uomo più anziano di sempre a occupare quella posizione, un’altra riga da aggiungere al suo curriculum.

Se i giovani volevano rimuoverlo dalla gerarchia del tennis, c’era ancora parecchio lavoro da fare.

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Acquista Cambiocampo in libreria o sul sito del Post.