Trump ha minacciato apertamente crimini di guerra: sì, di nuovo
Dall'inizio della guerra contro l'Iran usa toni aggressivi e del tutto irrituali per un presidente statunitense, spesso in modo improvvisato

Nel pomeriggio di domenica, dopo aver passato ore a dirsi ottimista sui negoziati con l’Iran per mettere fine alla guerra, il presidente statunitense Donald Trump è tornato a minacciare il paese con toni molto duri: «Abbiamo offerto loro un accordo equo e ragionevole e spero lo accettino», ha scritto sul suo social Truth, «perché se non lo fanno, gli Stati Uniti distruggeranno ogni singola centrale elettrica e ogni singolo ponte dell’Iran».
La distruzione sistematica di infrastrutture civili essenziali, come le centrali elettriche da cui dipendono case, fabbriche e ospedali, è un crimine di guerra secondo la maggior parte degli esperti. Il diritto internazionale stabilisce che questi siano obiettivi leciti solo in caso siano di esplicito supporto all’attività militare, e se la loro distruzione non infligge un danno sproporzionato alla popolazione civile.
Non è raro però che vengano colpiti: solo nel corso di questa guerra sia l’Iran sia gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato deliberatamente porti, aeroporti, raffinerie e anche impianti di desalinizzazione, da cui dipende un bene essenziale come l’acqua potabile. In Libano, Israele ha intenzionalmente distrutto i ponti con lo scopo di separare il nord dal sud del paese e sta demolendo case, moschee ed edifici pubblici. La Russia attacca sistematicamente le infrastrutture energetiche dell’Ucraina, da cui dipendono i riscaldamenti, e lo fa soprattutto d’inverno per infliggere un danno maggiore.
Nel caso di Trump, a essere inedita è la leggerezza con cui un presidente degli Stati Uniti minaccia pubblicamente di commettere potenziali crimini di guerra. Le minacce all’Iran non descrivono un attacco contro un obiettivo militare, ma parlano di distruzioni estese, di conseguenze sproporzionate sui civili, di infliggere danni a lungo termine.

Una bandiera degli Stati Uniti di fronte alla Casa Bianca, 19 aprile 2026 (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
Negli ultimi due mesi Trump ha minacciato di trasformare la vita in Iran «in un inferno», di riportare il paese «all’età della pietra», di distruggere le sue infrastrutture energetiche e gli impianti di desalinizzazione (il regime ha accusato gli Stati Uniti di averli attaccati almeno una volta, sull’isola di Qeshm). Nella più dura e discussa delle sue dichiarazioni, Trump ha prospettato anche la cancellazione dell’«intera civilità» iraniana, sollevando qualche critica persino tra i Repubblicani statunitensi che finora lo stanno generalmente sostenendo.
Trump usa una comunicazione erratica e aggressiva che fino a qualche anno fa sarebbe stata impensabile per un presidente degli Stati Uniti, un paese che almeno formalmente ha sempre cercato di apparire come il protettore dell’ordine e del diritto internazionale. Questo ha delle conseguenze concrete: contribuisce a svuotare il diritto internazionale di significato e normalizza i crimini di guerra.
Secondo una recente inchiesta del Wall Street Journal, la retorica di Trump non sarebbe frutto di una tattica studiata, ma una conseguenza improvvisata del suo stile. Fonti anonime nell’amministrazione hanno detto per esempio che Trump ha dichiarato di aver deciso da solo il contenuto del post con cui ha intimato all’Iran di aprire «quel cazzo di stretto» (lo stretto di Hormuz), dando agli iraniani dei «pazzi bastardi». Trump ha riferito che voleva apparire aggressivo e imprevedibile, e che era convinto che questo linguaggio sarebbe stato compreso dal regime.
Lo stesso vale per il post con cui ha minacciato di cancellare la civiltà iraniana: anche in quel caso, il presidente avrebbe deciso di pubblicarlo senza consultare nessuno dei suoi consulenti. Secondo le fonti del Wall Street Journal, Trump voleva spaventare il regime e spingerlo a negoziare. Per ora non ha funzionato. Domenica, poco dopo le minacce ai ponti e alle infrastrutture energetiche, Trump ha detto che invierà una sua delegazione a Islamabad per un secondo giro di negoziati dopo quello fallito di sabato 11 aprile: l’Iran per il momento ha smentito che parteciperà, e continua a sostenere l’incompatibilità delle posizioni statunitensi con quelle del regime.
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