Il governo vuole pagare gli avvocati che riescono a far rimpatriare i migranti

È una delle norme più controverse del nuovo decreto sicurezza, ma finora era passata in sordina

Una votazione per alzata di mano durante la conversione in legge del decreto sicurezza al Senato, 16 aprile 2026 (Mauro Scrobogna / LaPresse)
Una votazione per alzata di mano durante la conversione in legge del decreto sicurezza al Senato, 16 aprile 2026 (Mauro Scrobogna / LaPresse)
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Nel nuovo discusso “decreto sicurezza” voluto dal governo c’è una norma molto controversa che inizialmente non era stata notata, tra le molte contenute nel provvedimento: prevede di dare un compenso economico, una sorta di premio, agli avvocati che assistono le persone migranti nelle pratiche di rimpatrio volontario, se il rimpatrio va a buon fine. Il “rimpatrio volontario assistito” è uno strumento previsto dalle politiche migratorie italiane che permette ai cittadini stranieri di tornare nel proprio paese volontariamente, ricevendo assistenza economica e organizzativa dallo Stato italiano.

La norma è stata ampiamente criticata dai partiti di opposizione, ma anche da autorevoli istituzioni giuridiche e dagli avvocati stessi, perché di fatto introdurrebbe un incentivo per gli avvocati a favorire i rimpatri, in contrasto con i principi di indipendenza e autonomia dell’avvocato fissati dalla legge italiana e tutelati dalle fonti europee sul giusto processo. La norma è vista insomma come un tentativo di indurre gli avvocati a fare in modo che i rimpatri vadano a buon fine, per sostenere le politiche del governo di Giorgia Meloni contrarie all’immigrazione.

Il decreto sicurezza è un decreto-legge, un tipo di provvedimento che entra subito in vigore e in teoria da usare solo in casi di necessità e urgenza, ma di cui ormai il governo si serve con una certa disinvoltura anche per intervenire su questioni al centro del dibattito pubblico, con chiare finalità elettorali. Dall’entrata in vigore di un decreto-legge il parlamento ha due mesi di tempo per la conversione in legge, che nel caso del decreto sicurezza scadranno il 25 aprile: negli ultimi giorni la maggioranza si sta affannando per non superare la scadenza, e quasi non c’è stato modo di discutere eventuali modifiche, nonostante il provvedimento sia pieno di norme contestate e problematiche.

Venerdì è stata approvata la conversione al Senato e in settimana si voterà anche alla Camera, dopodiché il decreto diventerà legge: c’è quindi ancora qualche margine per modificare il testo, ma verosimilmente si potrà fare molto poco.

La norma sul compenso agli avvocati per i rimpatri è stata inserita nel decreto con l’emendamento 30-bis. Non viene detto esplicitamente a quanto dovrebbe ammontare l’incentivo economico, ma solo che dovrebbe essere pari a quello ricevuto dal cittadino straniero rimpatriato per le «prime esigenze»: anche su questo non c’è una cifra fissa, ma il leader di +Europa Riccardo Magi ha stimato un contributo di oltre 615 euro a rimpatrio. Il calcolo si basa sui rimpatri volontari avvenuti nel triennio 2023-2025 (circa 2.500) e sui fondi stanziati per finanziare la norma contenuta nell’emendamento 30-bis: 246mila euro per quest’anno e 492mila euro sia per il 2027 che per il 2028.

L’emendamento dice anche che il compenso dovrebbe essere dato agli avvocati dal Consiglio nazionale forense, l’organismo che rappresenta l’avvocatura italiana, che però ha detto di «non essere mai stato informato» e ha chiesto che «il parlamento intervenga per eliminare ogni coinvolgimento», dal momento che non è un tipo di attività che rientra tra le sue competenze.

Anche l’Organismo congressuale forense, che si occupa della rappresentanza sindacale dell’avvocatura italiana, ha espresso «ferma contrarietà» alla norma e ha ribadito «la posizione critica già manifestata in ordine a numerose norme del decreto sicurezza», e ha poi proclamato lo stato di agitazione dell’avvocatura italiana (una forma di mobilitazione più che altro simbolica e precedente a uno sciopero, che serve a indicare in questo caso un conflitto con il governo).

L’Unione delle camere penali, l’organizzazione che rappresenta gli avvocati penalisti, ha detto che la norma è «incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza». Diversi altri giuristi hanno sostenuto posizioni simili.

Anche molti membri dell’opposizione hanno criticato duramente l’iniziativa. La deputata Valentina D’Orso del Movimento 5 Stelle ha detto che il governo vuole «strumentalizzare gli avvocati facendone il mezzo per realizzare le sue scelte politiche sull’immigrazione»; Debora Serracchiani, deputata del PD, che la norma «lede la dignità» degli avvocati. Riccardo Magi ha chiesto un incontro urgente al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché il decreto sicurezza sta costringendo ad approvare in tempi strettissimi norme su temi «delicatissimi, libertà personali e diritti fondamentali».