C’è un colpo di scena nella storia di MPS e del suo ex manager
Luigi Lovaglio potrebbe tornare a fare l’amministratore delegato della banca, dopo essere stato licenziato appena la scorsa settimana

Alla fine Luigi Lovaglio, noto banchiere e fino a poco tempo fa amministratore delegato e direttore generale di MPS, tornerà con ogni probabilità a fare l’amministratore delegato di MPS, dopo che il consiglio di amministrazione lo aveva licenziato appena la settimana scorsa. Lo ha deciso un voto molto sorprendente dell’assemblea degli azionisti di MPS, che mercoledì si è riunita per eleggere il nuovo consiglio di amministrazione, cioè l’organo che prende le decisioni più importanti per l’azienda su delega proprio degli azionisti.
Il voto che ha riconfermato Lovaglio dentro al consiglio è notevole non solo perché è in contrasto con le indicazioni del consiglio di amministrazione uscente, che solitamente vengono seguite dai soci, ma soprattutto perché è stato piuttosto compatto ed entusiasta in favore di Lovaglio, il cui licenziamento era apparso assurdo a molti tra gli esperti e gli stessi soci di MPS. L’agenzia di stampa Radiocor scrive che all’esito della votazione l’assemblea ha risposto con un grande applauso e con il grido di «Lovaglio, Lovaglio».
Lovaglio è un banchiere di lungo corso, e col ruolo di amministratore delegato di MPS (che ricopriva dal 2022) ha risanato i conti della banca dopo oltre un decennio di crisi e più di recente ha guidato la clamorosa operazione che ha portato all’acquisto di Mediobanca, la più prestigiosa banca d’investimento italiana. In questa storia però c’era un complicato intreccio di interessi che ha finito per penalizzare Lovaglio e che coinvolge il governo italiano e due potenti famiglie di imprenditori: i Del Vecchio, quelli di EssilorLuxottica, l’azienda di occhiali; e i Caltagirone, costruttori ed editori di giornali.
Queste due famiglie avevano iniziato ad aumentare la loro partecipazione dentro MPS alla fine del 2024, quando il governo di Giorgia Meloni aveva venduto loro una tranche della quota del ministero dell’Economia. Lo Stato era allora il primo azionista di MPS, l’aveva salvata dal fallimento e rilevata, ma su sollecitazione delle autorità europee doveva far tornare la banca privata. I Del Vecchio, tramite la loro holding Delfin, e i Caltagirone diventarono, dopo il governo, il secondo e il terzo azionista di MPS.
È una lettura condivisa che alle due famiglie non interessasse MPS di per sé, ma quello che MPS avrebbe potuto fare per i loro interessi: comprare Mediobanca, a sua volta prima azionista della grande e prestigiosa compagnia assicurativa Generali, che loro puntavano a controllare da anni senza riuscirci. Su loro spinta, e con la collaborazione del governo, MPS ha quindi avviato l’operazione di acquisto di Mediobanca, riuscita lo scorso settembre. In tutto questo un ruolo ce lo ha avuto anche Lovaglio.
È un’operazione molto discussa e soprattutto opaca, tanto che è in corso una complessa inchiesta della procura di Milano per i reati di aggiotaggio, cioè la diffusione di notizie false per influenzare il prezzo dei titoli quotati, e l’ostacolo alle autorità di vigilanza. Sono indagati Francesco Gaetano Caltagirone, capostipite della famiglia, Francesco Milleri – presidente di EssilorLuxottica e del gruppo Delfin – e lo stesso Lovaglio. L’indagine è ancora in corso e non ha avuto finora esiti, ma la sua sola esistenza ha compromesso le probabilità di Lovaglio di rimanere a capo di MPS, che nel frattempo doveva rinnovare la sua dirigenza.
Lovaglio aveva sempre goduto della stima di Milleri e anche di Francesco Gaetano Caltagirone, che però recentemente aveva dimostrato una certa insofferenza nei suoi confronti. Non avrebbe gradito le sue intenzioni di consolidare l’acquisizione di Mediobanca e di fare quelle che in gergo vengono chiamate «sinergie»: si uniscono le divisioni e le strutture, si comincia a cooperare e a condividere i flussi di lavoro, e talvolta si procede alla chiusura e al licenziamento di ruoli doppi. Ma per Caltagirone tutto questo non serviva, dato che l’obiettivo doveva essere il controllo di Generali (per lui, non tanto per MPS).
Così a inizio marzo Lovaglio era stato escluso dall’elenco dei possibili candidati a ruoli dirigenziali che il consiglio di amministrazione avrebbe presentato alla assemblea di mercoledì. Il consiglio di amministrazione è l’organo di manager che fanno gli interessi degli azionisti, dunque l’assenza del suo nome era quantomeno indicativa del fatto che nessuno gli voleva rinnovare l’incarico. Poi è successo altro.
Il suo nome è spuntato come candidato di una lista alternativa presentata da un azionista di minoranza, Plt Holding, che ha l’1,2 per cento delle azioni di MPS. Lovaglio non aveva detto niente al cda, dunque la mossa è stata letta come in aperto contrasto con la volontà dell’organo dirigenziale. Lui era ancora amministratore delegato, e il cda in quel momento decise di revocargli le deleghe, come si dice in gergo: cioè di togliergli il ruolo di manager delegato dagli azionisti a guidare la banca. La scorsa settimana il cda aveva deciso anche di licenziarlo da direttore generale, e dunque Lovaglio non era più neanche un dipendente della banca.
Si è arrivati in questo clima all’assemblea di mercoledì. Funziona così, in breve: l’assemblea vota le liste presentate dai diversi azionisti e dal cda. Le liste sono elenchi di nomi con cui si indica chi si vorrebbe come presidente, come amministratore delegato e come componenti del consiglio di amministrazione. Vince la lista che prende più voti, ma le restanti liste vengono comunque incluse nella composizione del nuovo cda in proporzione ai voti che hanno ottenuto.
Il cda è quello che presenta la lista in genere più condivisa dagli azionisti, che di solito si accodano alla sua decisione: si era presentato con la proposta di Fabrizio Palermo come amministratore delegato, manager e attualmente a capo della società energetica Acea e in passato di Cassa Depositi e Prestiti, società che fa investimenti per conto dello Stato e controllata al 100 per cento dal ministero dell’Economia.
La lista del cda ha ricevuto però solo il 38,8 per cento dei voti, compresi quelli di Caltagirone. L’assemblea dei soci ha invece dato quasi il 50 per cento dei voti alla lista con a capo Lovaglio: tra questi ci sono anche i voti di Delfin, la holding dei Del Vecchio. È quantomeno singolare che i due soci abbiano votato in modo diverso, dato che sono noti per avere sempre espresso posizioni allineate e soprattutto per la storia dell’acquisizione di Mediobanca.
Il nuovo cda sarà così composto: Cesare Bisoni, Nicola Maione, Luigi Lovaglio, Fabrizio Palermo, Flavia Mazzarella, Corrado Passera, Livia Aliberti Amidani, Massimo Di Carlo, Carlo Vivaldi, Patrizia Albano, Paolo Boccardelli, Carlo Corradini, Paola Leoni Borali, Antonella Centra e Paola De Martini. Alla prima riunione dovrà nominare il presidente e l’amministratore delegato, e dato che gran parte dei componenti sono espressione della lista di Lovaglio è molto probabile che sarà proprio lui il prossimo capo di MPS.



