Una frana che avrebbe potuto fare molti più danni

A Vasto, in Abruzzo, è andata molto meglio che a Petacciato, grazie alle opere costruite dopo un disastro di settant'anni fa

di Angelo Mastrandrea

Il bordo della frana a Vasto, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Il bordo della frana a Vasto, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
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A Vasto, una cittadina di 40mila abitanti nel sud dell’Abruzzo, a causa delle forti piogge d’inizio aprile è andato giù un pezzo del costone su cui è costruito il centro storico. Alcune case ora si trovano sul ciglio della frana e gli abitanti sono stati sfollati. Alla marina una mareggiata ha travolto anche l’ultimo trabocco ancora in funzione, un’antica macchina da pesca tipica della costa abruzzese, molisana e garganica.

Molti abitanti hanno temuto che potesse ripetersi il disastro del 22 febbraio 1956, quando franò l’intero costone orientale travolgendo abitazioni, strade, un convento e un pezzo della chiesa di San Pietro. Questa volta è andata meglio, grazie ai pozzi di drenaggio e alle altre opere di contenimento costruite dopo quella frana. E grazie a un antico acquedotto romano che attraversa tutto il centro storico per un paio di chilometri, passando sotto le abitazioni e fiancheggiando il costone.

L'uscita della galleria drenante costruita dopo la frana del 1956, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

L’uscita della galleria drenante costruita dopo la frana del 1956, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Nelle strade del centro storico ci sono grandi tombini che coprono i pozzi di drenaggio delle acque. Una trentina di metri più in basso, lungo le mura di contenimento del costone, l’acqua esce da alcuni fori, evitando che impregni il terreno e lo faccia smottare. Più avanti si entra in una galleria che si addentra nel sottosuolo per mezzo chilometro, incanalando le acque e portandole a valle, verso il mare.

L'interno della galleria drenante costruita dopo la frana del 1956, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

L’interno della galleria drenante costruita dopo la frana del 1956, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Su un muro della chiesa di San Michele c’è un antico pozzo indicato con il numero 38. Sbuca all’interno della chiesa ed è collegato con l’acquedotto romano. Davanti c’è un belvedere da cui si vede la costa meridionale fino al Molise. Secondo Luigi Di Totto, un geologo locale, il pozzo e l’acquedotto hanno salvato il belvedere, che altrimenti avrebbe rischiato di sprofondare come quello della vicina Petacciato, il comune molisano dove negli stessi giorni le forti piogge hanno riattivato una frana attiva da più di un secolo. Le strutture idrauliche hanno canalizzato le acque, contribuendo a non impregnare troppo il terreno.

Poco più avanti il costone invece è franato. Non sono servite le reti di contenimento messe nel 2004 dalla Regione, che spese sei milioni di euro per provare a limitare la frana di Vasto. L’area ora è chiusa e alcune decine di persone sono state sfollate. Gli ambientalisti locali denunciano che i pozzi vicini e l’acquedotto che passa proprio lì sotto fossero intasati da calcinacci, scarti edili e pezzi di asfalto, e che questo avrebbe contribuito a provocare il crollo.

Dicono che i pozzi sono intasati da vent’anni, a causa dell’incuria e dell’assenza di manutenzione e di pulizia. «Sospettiamo che l’acqua si sia accumulata all’interno e, non riuscendo a passare oltre, si sia infiltrata nel terreno, contribuendo a provocare la frana», spiega Davide Aquilano, presidente dell’associazione Italia Nostra. Di Totto fa anche un’altra ipotesi: proprio sul ciglio della frana negli scorsi mesi è stato abbattuto un edificio, e questo potrebbe aver influito sul cedimento.

Il costone franato a Vasto, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Il costone franato a Vasto, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

La frana di Vasto è molto simile a quella di Petacciato, che si trova appena una ventina di chilometri a sud: i costoni sono come due mezzelune che si congiungono. Entrambi i paesi sono stati costruiti su una collina affacciata sul mare, formata da uno strato di sabbia molto permeabile che sotto ha dell’argilla. Quando il terreno si impregna di acqua, scivola verso il mare a causa della pendenza. L’unica differenza è che il costone di Vasto è alto 30 metri, mentre a Petacciato non ci sono dirupi.

Di Totto mostra una mappa geologica dove sono indicate in rosso tutte le frane: se ne contano a decine, la gran parte in Molise. Dice che è così fino ad Ancona: «la costa adriatica è tutta franosa, non possiamo fare altro che conviverci, facendo delle opere di mitigazione e con un’attenta pianificazione urbanistica». A Petacciato, dove il drenaggio delle acque non si faceva più da molto tempo, il sindaco Antonio Di Pardo ha annunciato che saranno costruiti 12 nuovi pozzi. A Vasto saranno installati 15 sensori per monitorare il costone.

Il bordo della frana a Vasto, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Il bordo della frana a Vasto, 10 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Sull’urbanistica invece la questione è più complessa. Vasto è un comune molto più densamente abitato di Petacciato, che ha appena 3.500 abitanti. Molti palazzi sono stati costruiti proprio sul bordo del costone, che ora è arretrato fino a lambire gli edifici. «Purtroppo il Piano di gestione del rischio di alluvioni in Abruzzo è stato approvato solo nel 2007, quando molte case erano già state costruite senza valutare se i terreni fossero a rischio di frane», spiega Augusto De Sanctis, un attivista e consulente ambientale. Dice che molti sindaci della zona si sono sempre opposti a qualsiasi restrizione.