La regista emergente più promettente nel cinema italiano

È Laura Samani, di cui è uscito questa settimana il secondo e apprezzatissimo film “Un anno di scuola”

Laura Samani al Zurich Film Festival a ottobre 2025 (Andreas Rentz/Getty Images for ZFF)
Laura Samani al Zurich Film Festival a ottobre 2025 (Andreas Rentz/Getty Images for ZFF)
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Questa settimana è uscito al cinema Un anno di scuola. È un film italiano piccolo per dimensione produttiva e molto leggero nel contenuto, che però, da quando è stato presentato alla Mostra del cinema di Venezia a settembre, ha raccolto apprezzamenti con un’unanimità rara nella critica.

È ispirato al racconto omonimo dello scrittore italiano del secolo scorso Giani Stuparich ma è ambientato nei primi anni Duemila. Come dice il titolo, racconta un anno di scuola, l’ultimo, di una ragazza svedese venuta a vivere in Italia con il padre e iscritta nella classe di un istituto tecnico in cui, a parte lei, ci sono solo maschi. Gli attori sono tutti non professionisti, è ambientato a Trieste e l’intreccio è usato per mostrare idee non banali sui rapporti tra ragazzi e ragazze a quell’età e sulla maturazione dei sentimenti. Da quando è uscito la regista, Laura Samani, è diventata probabilmente la più promettente nel cinema italiano.

Samani è nata nel 1989 ed è una regista ancora poco nota al grande pubblico. Prima di Un anno di scuola aveva fatto un solo altro film, Piccolo corpo, nel 2021, che era bastato a renderla molto conosciuta da chi è nel settore o lo segue da vicino. Piccolo corpo era infatti stato selezionato alla Semaine de la critique del festival di Cannes e aveva vinto il David di Donatello per il miglior esordio alla regia, un’accoppiata che capita di rado. Proprio parlando di Piccolo corpo il critico Francesco Alò ha recentemente definito Samani «una delle registe più importanti e interessanti del cinema italiano».

Una scena di Un anno di scuola

Nella carriera dei registi italiani, la fine dei trent’anni è più o meno il periodo in cui si arriva a dirigere i primi lungometraggi. Ogni anno però ci sono molte “opere prime” ed è difficile farsi notare o anche solo far sì che siano viste. Parte della missione dei festival è proprio quella di valorizzarle, selezionando le più meritevoli. Capita comunque di rado che un esordio ottenga un plauso generalizzato. Per fare qualche esempio: in pochi notarono i primi film di Matteo Garrone, la cui svolta arrivò col quarto, L’imbalsamatore, mentre Paolo Sorrentino fu notato con il primo film, L’uomo in più. Nel 2022, insieme a Laura Samani, ha esordito anche Maura Delpero che però ha cominciato a essere considerata con il suo secondo film, Vermiglio, nel 2024.

Piccolo corpo era una storia originale scritta da Samani con Marco Borromei ed Elisa Dondi (quest’ultima anche co-sceneggiatrice di Un anno di scuola), ambientata alla fine dell’Ottocento in un villaggio di pescatori in cui una ragazza, Agata, ha partorito una bambina morta. Qualcuno le dice che in una zona remota forse c’è una donna che è in grado di riportare in vita il cadavere per pochi attimi così che possa essere battezzato e lei possa un giorno incontrarlo in paradiso. Il film è il viaggio di Agata a piedi con una piccola bara indossata come uno zaino, verso zone remote del nordest italiano. Piccolo corpo metteva insieme un tipo di storia abituale per il cinema italiano d’autore (quelle di persone umili in costume) e uno spunto da folk horror, usando paesaggi italiani come scenari di un film fantasy. Era un film molto diverso da Un anno di scuola, che richiede altre competenze narrative e registiche.

Una scena di Piccolo corpo

Poiché quel film aveva impressionato molti, c’era grande curiosità per il secondo, che avrebbe chiarito se era stato solo un caso oppure no. La selezione della Mostra di Venezia aveva inserito Un anno di scuola nella sezione Orizzonti (dedicata anche alle nuove scoperte) e lì aveva vinto il premio per il miglior attore, andato a Giacomo Covi, uno dei quattro protagonisti.

Il genere di Un anno di scuola è quello del teen movie, i film spesso ambientati nei licei o che comunque parlano di storie di adolescenti, tra amori, amicizie, litigate e fratture con gli adulti. I quattro protagonisti sono la ragazza svedese, vero centro del film, e i tre ragazzi che formano il gruppo di amici in cui viene inclusa. Come spesso accade in questi film, quello che succede lungo l’anno segna il passaggio della protagonista dall’adolescenza all’età adulta.

La differenza tra questo film e i molti altri con una trama paragonabile che un po’ tutte le recensioni hanno rilevato è la sua capacità fuori dal comune di rappresentare i sentimenti giovanili senza sfociare nel melodramma, e senza ricorrere a banalità. Come ha scritto Lorenzo Ciofani su Cinematografo.it, è un film che «trova un’autenticità inedita e struggente, la poesia del ricordo e la consistenza del quotidiano, le luci di un magnifico autunno e l’antiretorica delle prime volte».

Oltre a questa capacità di rievocare con grandissima concretezza il sentimentalismo adolescenziale, Un anno di scuola è anche un film con le idee molto chiare sui rapporti tra maschi e femmine. La stessa Samani ha spiegato in un’intervista a Variety che il suo è un film «sul desiderio e su come il desiderio sessuale cambi a seconda del corpo in cui vivi. È più facile essere uomini. Perché anche se uomini e donne desiderano le stesse cose, la maniera in cui il mondo accetta l’espressione di questi desideri, specialmente all’inizio, è diversa».

Nella storia la protagonista viene accettata fino a che qualcuno dei ragazzi non comincia a provare un desiderio per lei, cosa che inquina le altre amicizie. Ma se il desiderio dei ragazzi è considerato legittimo (e lei è ritenuta responsabile di averlo suscitato), quello di lei è visto dagli altri come un problema. Tutto questo non è mai espresso a parole, ma emerge da comportamenti, gesti, litigate e anche negazioni, lasciando che sia lo spettatore a riconoscerlo.

Una scena di Un anno di scuola

Non sono temi nuovi per i film degli ultimi anni, ed è per questo, per il modo delicato e inedito in cui li tratta, che Un anno di scuola è stato così apprezzato. Samani ha spiegato di aver frequentato la stessa scuola della storia, in una classe di soli maschi, e di aver scelto di ambientare il film nel 2007, il suo ultimo anno di scuola. Proprio al liceo aveva letto il romanzo di Stuparich, scritto nel 1929 ma ambientato nel 1909, quando Trieste era parte dell’Impero austroungarico e per la prima volta le ragazze potevano essere ammesse al liceo. Lo aveva ripreso poi durante il primo lockdown, quando si era trovata chiusa a casa dei genitori, con molti dei libri di quando era ragazza. All’epoca stava lavorando ancora a Piccolo corpo, ma rileggendo Un anno di scuola decise che quella sarebbe stata la storia successiva che voleva raccontare.

Anche per scegliere i ragazzi protagonisti ha lavorato a Trieste. Con i direttori del casting ha girato per feste universitarie, locali e scuole in cerca di possibili attori adatti: quello che si chiama “street casting”. Come si capisce è un processo più lungo e faticoso rispetto a fare dei provini e vedere chi si presenta, ma consente di trovare facce e persone fuori dai canoni. In questo caso due dei ragazzi protagonisti facevano i bartender e il terzo lo hanno trovato in un liceo. Invece la protagonista, Stella Wendick, è stata scelta da un casting director svedese tra le ragazze di un liceo con indirizzo artistico in cui studiava sceneggiatura e recitazione. Ha imparato a parlare in italiano per il film.

Tutto il film è musicato con brani dell’epoca, più che altro post punk, che verso la fine degli anni Duemila si era molto sviluppato proprio nella zona tra Trieste e Pordenone. L’unico brano di un gruppo più conosciuto è quello della scena più raccontata nelle recensioni, un piccolo piano sequenza finale, su una camminata, accompagnato quasi interamente da “Più niente” dei Prozac+, anch’essi di Pordenone. La canzone è stata risuonata e cantata per l’occasione dal cantante del gruppo Gian Maria Accusani e da Elisa: «È una canzone del 2004 ma sembra davvero scritta per questo film», ha spiegato Samani a Variety. «Ho chiesto al consulente per le musiche di mettermi in contatto con Accusani, di cui sono fan da quando ho 12 anni. All’inizio non voleva concedercela, perché è una canzone molto personale per lui e non voleva rifarla. Quando gli ho mostrato un primo montaggio del film però ha accettato tutto, anche la mia richiesta di far cantare la seconda parte a una voce femminile».