È morto Afrika Bambaataa

Uno dei primi rapper di sempre, e una delle figure più rappresentative dell'hip hop: aveva 68 anni

Afrika Bambaataa nel 2006 (AP Photo/Henny Ray Abrams)
Afrika Bambaataa nel 2006 (AP Photo/Henny Ray Abrams)
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Afrika Bambaataa, uno dei più influenti rapper di sempre, noto per aver contribuito come pochi altri a diffondere la cultura hip hop fuori da New York, è morto a 68 anni. La notizia della sua morte è stata confermata da un comunicato della Zulu Nation, l’organizzazione antirazzista e panafricana che aveva fondato agli inizi degli anni Settanta. La reputazione di Bambaataa era grandemente peggiorata dal 2016, in seguito a numerose accuse di molestie nei confronti di minori.

Afrika Bambaataa (il cui vero nome era Lance Taylor) veniva frequentemente definito «il padrino dell’hip hop». Questo perché, tra gli anni Settanta e Ottanta, inventò molte pratiche che oggi sono alla base del genere. Lo fece insieme a uno sparuto gruppo di musicisti afroamericani accomunati dalla passione per il funk, il soul e la musica disco, che a un certo punto cominciarono a organizzare feste nei condomini in cui vivevano. Ne facevano parte colleghi come Grandmaster Flash e Dj Kool Herc, come lui cresciuti nel quartiere popolare del Bronx, e come lui frequentemente annoverati tra i pionieri dell’hip hop.

Utilizzarono il giradischi come non aveva mai fatto nessuno prima di loro: ossia concependolo come uno strumento con cui si poteva non solo riprodurre musica così com’era, ma anche crearne di nuova. Inventarono i cosiddetti “break”, cioè brevi segmenti di batteria e basso che, estrapolati, campionati e ripetuti, avrebbero rappresentato un elemento centrale dell’hip hop (da loro prende il nome la breakdance). Ed ebbero l’intuizione di improvvisare delle rime su quel flusso di musica ininterrotto rifacendosi al cosiddetto “toasting”, uno stile vocale usato nella musica reggae che consiste nel parlare o cantare sopra una parte di brano musicale chiamata “riddim” o “beat”.

Fin da subito, Afrika Bambaataa unì alla passione per la musica un grande impegno sociale. Fondò la Zulu Nation nel 1973, dopo essersi appassionato alle tradizioni dell’omonimo gruppo etnico africano e alle battaglie di Nelson Mandela contro l’apartheid in Sudafrica. La concepì come una specie di religione ispirata ai principi del panafricanismo, del pacifismo e dell’antirazzismo, ma anche come un’associazione umanitaria che si proponeva di allontanare i giovani afroamericani dalla criminalità e di divulgare la cultura hip hop in tutto il mondo.

Grazie a gente come Afrika Bambaataa l’hip hop uscì dai confini del Bronx per arrivare prima a Manhattan e pian piano nelle altre grandi città statunitensi, in particolare a Los Angeles. Alcuni produttori e manager lungimiranti capirono che era la musica che avrebbe dato forza e identità a una categoria sociale – la comunità urbana afroamericana – che aspettava da molto tempo un modo proprio di esprimersi e di denunciare la propria condizione.

Agli inizi degli anni Ottanta Bambaataa cominciò ad avvicinarsi alla musica elettronica, appassionandosi a band come Kraftwerk e Yellow Magic Orchestra. Da quel momento prese una direzione artistica diversa dalla concorrenza, inserendo nelle sue canzoni sintetizzatori, drum machine (una Roland TR-808) e vocoder (il dispositivo che rende “robotica” la voce dei cantanti).

Il risultato più importante di questa nuova direzione artistica fu “Planet Rock” (1982), la sua canzone più famosa e la prima con una base composta da strumenti elettronici. Fu un successo, e contribuì a inaugurare un nuovo filone all’interno dell’hip hop: il cosiddetto electro-funk, di cui poi sarebbero stati i massimi interpreti i Run DMC.

Nell’aprile del 2016 l’attivista Ronald Savage accusò Bambaataa di averlo molestato quando aveva 15 anni, nel 1980. Bambaataa negò le accuse di Savage, ma poco dopo ricevette accuse simili da altri tre uomini. Bambaataa dovette dimettersi dalla presidenza della Zulu Nation, e cominciò a essere sempre più emarginato nell’ambiente dell’hip hop. La rivista Vice pubblicò una lunga inchiesta basata sulle testimonianze di decine di persone che sostenevano di essere state molestate dal rapper, e che gli amici di Bambaataa e i seguaci della Zulu Nation fossero a conoscenza degli abusi fin dagli anni Ottanta.

Nel maggio del 2025 Bambaataa aveva perso una causa civile in contumacia (cioè per non essersi presentato in tribunale) contro un uomo che lo aveva accusato di alcuni abusi commessi tra il 1991 e il 1993, a partire da quando lui aveva 12 anni e Bambaataa 33.

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