La frana di Petacciato vista da vicino

Si può osservare bene dal belvedere sulla costa molisana e abruzzese: gli abitanti sono costretti a conviverci da decenni

di Angelo Mastrandrea

Il belvedere franato a Petacciato, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Il belvedere franato a Petacciato, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
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In fondo al corso principale di Petacciato c’è un belvedere da cui si può vedere la costa molisana fino a Termoli e, sul versante opposto, quella abruzzese di San Salvo. È il punto di osservazione più completo della frana che per tre giorni ha separato di fatto l’Abruzzo dal Molise, ha bloccato i trasporti lungo la costa adriatica, e ha isolato la parte alta del piccolo comune della provincia di Campobasso dalla sua marina.

Una crepa in una strada di Petacciato (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Una crepa in una strada di Petacciato (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Da qui si vedono le dimensioni dello smottamento, che si estende su circa 4 chilometri quadrati ed è composto da molti strati che scivolano verso il basso: spesso non sono molto evidenti, ma si notano dagli avvallamenti nelle strade e nei terreni, dalle incrinature nell’asfalto o sui marciapiedi o da lesioni e crepe lungo le mura.

Anche il belvedere è in parte franato. Più avanti sono scivolati verso il basso un parchetto con alcune panchine e i giardini di alcune abitazioni con vista mare. «Sono sprofondati tutti i fichi d’India che avevo davanti casa, per fortuna lo smottamento si è fermato davanti all’ingresso», dice Cesidio di Nuosco, che ha 78 anni e ricorda molte frane. Racconta che il 18 marzo del 2015 scivolò verso il basso un altro pezzo di terreno, qualche metro più avanti. È abituato a convivere con i periodici smottamenti, ma ora che la sua abitazione si trova proprio sul ciglio teme che non ci sia più molto da fare.

Dice che la situazione è peggiorata da quando non vengono più drenate le acque. «Tutte le abitazioni della zona a rischio sono costruite su terreni pieni di acqua, prima avevamo tutti un pozzo in casa e anche il comune ne gestiva molti, e questo serviva a rallentare molto gli smottamenti, ora invece nessuno adotta più questo sistema».

La frana è arrivata alle soglie del paese. Minaccia un pezzo del centro storico e una chiesa che si trova a pochi metri dal belvedere crollato, il municipio e il corso pedonale, che è stato in parte chiuso.

Le case sgomberate per la frana a Petacciato, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Le case sgomberate per la frana a Petacciato, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

A valle, tutta l’area è ingabbiata in una sorta di “zona rossa” non dichiarata che si estende per diversi chilometri: tutte le vie d’accesso sono chiuse, i treni non passano e il traffico di tir e auto lungo la dorsale adriatica è dirottato verso i paesini dell’interno. La marina per tre giorni è stata di fatto inaccessibile, mentre in paese si arrivava solo da Montenero di Bisaccia, attraverso una stradina stretta, sconnessa e a tratti sterrata.

La mattina del 7 aprile nel giro di poche ore le forti piogge che duravano da alcuni giorni avevano risvegliato la frana cosiddetta “storica” di Petacciato. Si tratta del lento scivolamento verso il mare della collina su cui si trova il paese, che va avanti da più di un secolo e si riattiva in caso di intense piogge prolungate nel tempo. Gli smottamenti hanno deformato i binari della ferrovia, hanno lesionato l’autostrada A14, hanno dissestato le strade interne e hanno fatto sprofondare per un metro e mezzo la statale 16 Adriatica.

Il belvedere di Petacciato, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Il belvedere di Petacciato, 8 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

La statale, che corre lungo la costa in parallelo con l’autostrada e la ferrovia, era già chiusa dal 2 aprile, quando la piena del fiume Trigno, gonfiato dalle piogge e dalle forti nevicate dei giorni precedenti, aveva distrutto un ponte pochi chilometri più a nord, al confine con l’Abruzzo, travolgendo un automobilista di passaggio.

La frana si è mossa in orizzontale di un metro e mezzo, all’altezza della ferrovia e dell’autostrada, e in verticale di quasi due metri, dalla collina verso il basso. Il movimento franoso è attivo da più di un secolo: il 23 gennaio 1916 spostò i binari della ferrovia e il 28 gennaio 1991 provocò la chiusura temporanea di autostrada, ferrovia e statale, come in questi giorni.

La statale 16 Adriatica chiusa, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

La statale 16 Adriatica chiusa, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

In uno studio pubblicato nel 2003 su Engineering Geology, il geologo Francesco Fiorillo spiegò che nel sottosuolo di Petacciato ci sono argille sopra cui nel corso dei millenni si sono depositati strati di sabbie e ghiaie più dure, per uno spessore che in alcuni punti arriva a quaranta metri. Tutti questi strati sono inclinati di circa 7 gradi verso il mare. Le argille alla base, quando si inzuppano d’acqua, perdono la loro resistenza e diventano viscose. Questa condizione, unita alla pendenza del terreno, porta alla riattivazione della frana.

L’ex vicesindaco Alberto Di Vito lo definisce «un cucchiaio di scivolamento che parte dal paese e arriva dentro il mare, comprendendo anche la spiaggia». Man mano che è avanzato, negli anni ha distrutto case e terreni. I più anziani ricordano abitazioni, masserie e anche un vecchio frantoio che non ci sono più. Le ultime abitazioni coinvolte, una decina in totale, furono demolite dopo lo smottamento del 2015. Ora sono state sfollate una cinquantina di persone, che abitano nelle case a ridosso della frana.

«È un fenomeno con cui si può convivere, ma non si può risolvere: è importante avere piani di protezione civile continuamente aggiornati e coinvolgere i cittadini», ha detto il presidente dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (OGS) Nicola Casagli, in un incontro in municipio con il sindaco Antonio Di Pardo e la prefetta di Campobasso Michela Lattarulo. Ha spiegato che «la frana è una delle più cattive tra quelle più rilevanti d’Europa» e per dimensioni «se la gioca con quella di Niscemi, che è larga 4 chilometri e mezzo e lunga un chilometro e 700 metri, ma è più profonda e complessa, perché ha più faglie».

– Leggi anche: L’unica cosa da fare con la frana di Petacciato: aspettare che si fermi

A mezzogiorno del 9 aprile è arrivato anche il ministro dei Trasporti Matteo Salvini. È salito sul viadotto crollato promettendo un nuovo ponte «entro l’anno». Pochi minuti dopo è stata riaperta una carreggiata dell’autostrada. I treni invece sono rimasti ancora fermi. «Stiamo inserendo dei rallentamenti di velocità, ma se non siamo sicuri che la frana si è fermata non possiamo riprendere la circolazione perché basta una deviazione dei binari di pochi millimetri per creare grossi problemi», dice un tecnico di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) al lavoro nella stazione di Montenero di Bisaccia. La frana ha disallineato i binari di 10 centimetri in alcuni punti.

Operai al lavoro alla stazione di Montenero, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Operai al lavoro alla stazione di Montenero, 9 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/Il Post)

Poi Salvini è andato in comune, a Petacciato. Ha annunciato di aver stanziato «decine di milioni per i primi interventi» che «poi diventeranno centinaia di milioni», e ha detto che la maggior parte degli sfollati rientreranno nelle loro case «entro sera», dopo le verifiche tecniche sulle abitazioni. Tutte le persone sgomberate sentite dal Post hanno detto che sulle loro case finora non è stata fatta nessuna valutazione sull’agibilità e sull’assenza di rischi.