È di nuovo il momento delle band mascherate

Tra le cose che ci si può inventare per distinguersi, nell'epoca degli algoritmi musicali, è una di quelle che funziona meglio

Un concerto degli Angine de Poitrine a Reims, in Francia (Wikimedia Commons)
Un concerto degli Angine de Poitrine a Reims, in Francia (Wikimedia Commons)
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Il successo virale degli Angine de Poitrine, band canadese di rock strumentale che ha invaso i social nelle ultime settimane e da sconosciuta è arrivata a programmare un lunghissimo tour europeo, è stato spiegato in molti modi, spesso legati alla loro musica bizzarra e spiazzante. Ma una ragione indubbia della loro efficacia sta nei costumi a pois e nelle ingombranti maschere con cui nascondono la loro identità: una pratica che esiste da decenni nell’industria musicale, ma che negli ultimi tempi è stata riportata di moda.

Tra le band che hanno avuto un grande riscontro specialmente sui social anche in virtù delle loro maschere ci sono gli Sleep Token, gruppo di enorme fama detestato dai puristi del metal per via del suo suono contaminato dall’R&B e dal rap, e altre di grande seguito e dello stesso circuito come Ghost, Slaughter to Prevail, Portal, Briqueville, Batushka e Kanonenfieber. Un altro gruppo di cui si è parlato per un successo istantaneo e molto legato al cosiddetto hype, il chiacchiericcio e l’entusiasmo online e offline, sono i President, che suonano un genere simile agli Sleep Token e il cui frontman indossa una maschera umana.

I gruppi in maschera sono aumentati soprattutto a partire dagli anni Dieci del Duemila, quando i social network sono diventati un’occasione di esposizione fondamentale per gruppi emergenti e privi di contatti discografici. Soprattutto da quel momento in poi, le maschere sono diventate un importante strumento promozionale: indossarle permette di farsi notare più velocemente tra le migliaia di contenuti pubblicati ogni giorno su TikTok e Instagram, perché gli algoritmi tendono a premiare ciò che cattura subito l’attenzione e che riesce a trattenere l’utente anche solo per qualche istante in più rispetto agli altri.

Un altro esempio recente è quello dei Glass Beams, band australiana che suona un rock strumentale influenzato dal funk e da varie tradizioni della musica popolare orientale: i tre membri del gruppo portano delle vistose maschere glitterate, reticolari e ricoperte di perle.

Il giornalista del Guardian Matt Mills ha scritto che, soprattutto nella scena metal odierna, le band utilizzano costumi e maschere per «costruire delle piccole mitologie» e «creare universi multimediali evasivi» che vanno ben al di là della musica. I membri della band svedese dei Ghost, per esempio, si presentano sul palco conciati come dei sacerdoti sovversivi che organizzano sabba e messe nere in adorazione del diavolo, e hanno approfondito questo immaginario e le presunte “origini” dei personaggi che interpretano (la cosiddetta lore) attraverso una serie di video pubblicati su YouTube.

I costumi e le maschere gli permettono anche di giocare sull’ambiguità tra la loro immagine, che fa il verso a quella di band black metal piuttosto estreme come i Mayhem o i Darkthrone, e la musica che propongono, un rock melodico, patinato e molto meno aggressivo di quanto ci si potrebbe aspettare. Prima di loro avevano puntato su un contrasto di questo tipo i Lordi, popolare band finlandese nota per l’ostentata teatralità delle sue esibizioni.

Anche gli Sleep Token si sono inventati una religione: i temi che trattano nelle canzoni, le copertine degli album e i loro costumi ruotano attorno a un’immaginaria divinità chiamata “Sleep” (sonno), a cui i membri della band si dicono molto devoti. Questi espedienti narrativi appassionano moltissimo i fan, che durante i loro concerti indossano spesso maschere simili alle loro, acquistate dal sito ufficiale della band o realizzate in casa.

Nell’ambito della musica metal, una delle prime band in maschera a rendere popolare questo approccio furono gli statunitensi GWAR, che ebbero un momento di grande notorietà nella seconda metà degli anni Ottanta. Anche i GWAR si inventarono un mondo tutto loro. Cominciarono a indossare dei costumi ispirati alla fantascienza e al cyberpunk, si costruirono delle maschere in lattice con corna enormi e mostruose escrescenze e cominciarono a descriversi come dei violenti signori della guerra provenienti da Scumdogia, un paese sconosciuto.

Il chitarrista Mike Derks ha raccontato al Guardian che, nel caso dei GWAR, le maschere e tutto il contorno avevano un intento apertamente parodistico: volevano prendere in giro le pose e la teatralità delle band più in voga di quel decennio, come per esempio gli Iron Maiden. «Avevano tutti questi accenni al satanismo e ai mostri, ma li usavano solo superficialmente. Ci siamo chiesti: “E se diventassero realtà?”».

Fino a una ventina d’anni fa, quando i social non avevano ancora tutta questa importanza, le band utilizzavano le maschere per differenziarsi dalla concorrenza con un’immagine riconoscibile e d’impatto, oppure per rendere più esplicito il loro legame con un certo tipo d’immaginario.

Quelle indossate dagli Slipknot, una famosissima band nu metal statunitense attiva dalla fine degli anni Novanta, richiamano per esempio l’estetica dei film slasher di John Carpenter e Wes Craven, mentre il trucco facciale utilizzato dagli Insane Clown Posse, storico duo di musica hip hop di Detroit, è un riferimento esplicito a Pennywise, il sadico clown che terrorizza il gruppo di bambini protagonista di It.

In altre occasioni le maschere erano più che altro uno stratagemma per proteggere la privacy e continuare a svolgere le normali attività quotidiane – passeggiare con i figli, uscire con gli amici, prendere un treno – senza il timore di essere continuamente vessati da fan in cerca di autografi.

I Daft Punk, famosissimo duo francese di musica elettronica, hanno applicato questo approccio con una certa intransigenza: Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, i due membri del gruppo, si sono esibiti indossando dei caschi per quasi trent’anni, senza mai mostrare i loro volti in pubblico.

Le maschere, comunque, fanno parte dell’estetica del rock da almeno mezzo secolo, così come il trucco. Negli anni Settanta il caso più famoso fu quello dei Kiss, che resero popolare il cosiddetto corpse paint, uno trucco in bianco e nero che nel decennio successivo sarebbe stato molto utilizzato anche tra diverse band europee della scena black metal, dai Mayhem ai Gorgoroth. Nell’ambito della musica più d’avanguardia ci furono i Residents, una band celebre per le sue maschere a forma di enormi bulbi oculari, diventate un simbolo distintivo del gruppo. Ma gli esempi di band e musicisti che hanno celato la propria identità dietro a una maschera o truccandosi sono tantissimi, da Alice Cooper ai Misfits, dal chitarrista Buckethead ai Mentors.

In Italia i casi più noti sono quelli del gruppo di Rondò Veneziano, un gruppo di pop barocco, della band pop rock dei Tre Allegri Ragazzi Morti e di Liberato, il cantante napoletano che ha sempre nascosto la sua identità e si esibisce a volto coperto. Da qualche mese si è fatto notare anche TonyPitony, cantante di pop demenziale che mantiene segreta la sua identità facendosi vedere in giro con una bizzarra maschera di Elvis.

Nonostante tutti i vantaggi che comportano per lo spettacolo, e nonostante l’alone di mistero che riescono a creare, indossare delle maschere può essere molto faticoso per una band, e incidere in modo anche significativo sulle performance. «Quando inizi a sudare non vedi più un cazzo, non respiri, fai fatica a cantare. L’anno scorso abbiamo suonato in un locale piccolissimo a Stoccarda: strapieno, senza ventilazione. Non ricordo molto di quel concerto, perché sono svenuto un paio di volte per il troppo calore» ha raccontato Alpha, nome fittizio del cantante della band black metal portoghese dei Gaerea.

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