Come Trump ha deciso di entrare in guerra contro l’Iran
Israele ha presentato fin da subito obiettivi irrealistici ma quasi nessuno nel governo americano si è opposto: l'ha ricostruito il New York Times

Il New York Times ha pubblicato un articolo che ricostruisce in modo eccezionalmente dettagliato come il presidente statunitense Donald Trump abbia deciso di iniziare la guerra contro l’Iran, a fine febbraio. Descrive (e in parte ridimensiona) l’influenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha presentato obiettivi ritenuti fin da subito irrealistici, ma anche la quasi completa mancanza di opposizione alla decisione di Trump di bombardare l’Iran.
L’inchiesta è firmata da Jonathan Swan e Maggie Haberman, due giornalisti molto esperti che da anni seguono Trump e la Casa Bianca. È basata su interviste con persone interne all’amministrazione, fatte per un libro che sarà pubblicato a giugno.
Swan e Haberman hanno ottenuto un livello raro di accesso alle fonti, che hanno descritto situazioni e conversazioni riservate in modo molto preciso. L’articolo parte dal racconto di una riunione tenuta lo scorso 11 febbraio nella Situation Room, la stanza della Casa Bianca dove vengono discusse le questioni più importanti di intelligence e sicurezza. In quell’occasione Netanyahu ha proposto a Trump di iniziare la guerra.
Haberman e Swan descrivono esattamente la posizione dei partecipanti: da una parte del tavolo c’era Netanyahu, e dietro di lui uno schermo con in videocollegamento diversi funzionari israeliani e David Barnea, il direttore del Mossad, l’agenzia israeliana di intelligence per l’estero. Trump era seduto di fronte a Netanyahu, mentre il segretario di Stato Marco Rubio era al suo posto abituale. C’erano anche il segretario alla Difesa Pete Hegseth, la capa dello staff Susie Wiles, il capo dello Stato maggiore congiunto Dan Caine, il direttore della CIA John Ratcliffe, e Jared Kushner e Steve Witkoff, coinvolti in molti negoziati. Il vicepresidente J.D. Vance era in viaggio in Azerbaijan e non era riuscito a tornare in tempo.
Netanyahu ha presentato quattro obiettivi della guerra:
- l’uccisione della Guida Suprema dell’Iran, Ali Khamenei;
- la distruzione delle capacità militari del paese;
- l’inizio di una rivolta popolare contro il regime;
- la caduta del regime teocratico iraniano e la sua sostituzione con un governo secolare.

Da sinistra: il segretario dell’Interno Doug Burgum, il segretario di Stato Marco Rubio, il presidente Donald Trump, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, e il segretario al Commercio Howard Lutnick alla Casa Bianca, 26 marzo 2026 (AP Photo/Alex Brandon)
L’amministrazione Trump ha giudicato i primi due raggiungibili, gli altri molto meno. Il direttore della CIA Ratcliffe ha descritto questi ultimi come «ridicoli», e Rubio come «cazzate» (in cinque settimane di continui bombardamenti solo il primo obiettivo è stato raggiunto, peraltro nelle prime ore della guerra).
Caine, il capo dello Stato maggiore congiunto, ha detto a Trump che gli obiettivi presentati da Netanyahu seguivano il modus operandi tipico del governo israeliano: «Fanno promesse troppo ottimiste, e i loro piani non sono sempre ben sviluppati. Sanno di avere bisogno di noi, e per questo promettono troppo».
Nell’amministrazione Trump c’era quindi un certo scetticismo, ed è risultato chiaro fin dall’inizio che Israele stava esagerando il possibile esito della guerra. Questo ridimensiona in parte lo scenario, circolato in queste settimane, secondo cui gli Stati Uniti si sarebbero fatti convincere da Netanyahu a entrare in guerra in modo acritico, senza sollevare troppi dubbi.
Allo stesso tempo, nessuno dei consiglieri del presidente si è opposto con fermezza all’idea di attaccare l’Iran. Soprattutto nessuno ha provato a contraddire Trump, che fin dalla prima riunione si è mostrato interessato alla proposta, per vari motivi. Da un lato era ancora imbaldanzito dall’operazione militare con cui a inizio gennaio gli Stati Uniti avevano catturato il dittatore venezuelano Nicolás Maduro e instaurato un regime più amichevole, tutto nel giro di poche ore. Dall’altro, Trump ha sempre avuto l’interesse a finire-nei-libri-di-storia, quindi fare qualcosa che verrà ricordato per molto tempo. Questa potrebbe essergli sembrata l’occasione giusta.
L’unico membro della sua amministrazione a mostrarsi apertamente contrario è stato Vance. All’inizio Vance si è opposto, descrivendo l’ancora ipotetica guerra in Iran come un’enorme «deviazione delle risorse» e un’operazione «estremamente costosa». Quando ha capito che Trump l’avrebbe fatto comunque, ha cercato di convincerlo ad agire in modo deciso fin da subito, così da raggiungere gli obiettivi e chiudere rapidamente. Alla fine, nell’ultima riunione prima dell’inizio della guerra, Vance ha detto a Trump: «Sai che penso sia una cattiva idea, ma se vuoi farlo, ti sosterrò».
Nella stessa riunione Steven Cheung, il responsabile delle comunicazioni esterne della Casa Bianca, ha elencato una serie di ragioni per cui entrare in guerra sarebbe stata una decisione poco popolare. L’articolo del New York Times dice:
Cheung ha esposto le probabili ricadute sulle pubbliche relazioni: Trump ha fatto campagna elettorale opponendosi ad altre guerre. Gli elettori non avevano votato per avere altri conflitti in paesi esteri. Il piano inoltre era in contrasto con qualsiasi cosa l’amministrazione avesse detto dopo aver bombardato l’Iran a giugno. Come avrebbero spiegato gli otto mesi passati a dire che le infrastrutture nucleari dell’Iran erano state completamente distrutte?
Alla fine però Cheung, come tutti gli altri, ha detto che qualsiasi decisione presa da Trump sarebbe stata quella giusta.

Pete Hegseth e Dan Caine a Washington, 18 marzo 2026 (AP Photo/Alex Brandon)
Anche il generale Caine si è rifiutato di esprimere la sua opinione. Il New York Times scrive:
In nessun momento durante le discussioni ha detto direttamente al presidente che la guerra contro l’Iran era un’idea terribile, anche se alcuni suoi colleghi ritengono fosse esattamente quello che pensava.
Secondo diverse fonti, Caine si è anche espresso in maniera confusa e ambigua: spesso è sembrato che le sue considerazioni finali annullassero i dubbi sollevati da lui stesso. È risaputo che Trump dà seguito all’ultima cosa che ascolta o legge, e anche parlando con Caine ha ignorato i problemi per ricordare solo i punti di forza che venivano presentati.
Dall’inchiesta emerge anche che i negoziati tra Iran e Stati Uniti avvenuti a Ginevra prima dell’inizio della guerra non erano semplicemente falliti, come l’amministrazione ha poi sostenuto. I negoziati riguardavano il programma nucleare iraniano: Witkoff e Kushner avevano presentato a Trump la possibilità di negoziare un accordo, dicendo però che avrebbe richiesto mesi (un arco temporale ragionevole per accordi così complessi).
L’ultima riunione si è svolta il 26 febbraio, meno di due giorni prima dell’inizio della guerra. Non erano presenti il segretario al Tesoro Scott Bessent e quello all’Energia Chris Wright, che nel giro di pochi giorni si sarebbero trovati a dover gestire enormi conseguenze sui mercati finanziari ed energetici.
Alla fine della riunione Trump ha detto: «Penso che dobbiamo farlo». Ha dato l’ordine di attaccare il pomeriggio successivo, scrivendo a Caine in un messaggio: «L’operazione Epic Fury è approvata. Niente interruzioni. Buona fortuna».



