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  • Mercoledì 8 aprile 2026

È dura essere il migliore in NBA

C'è tanta competizione per diventare MVP, e per un paio di pretendenti c'è anche un problema di numero minimo di partite giocate

L'ultimo vincitore dell'MVP della regular season Shai Gilgeous-Alexander (sinistra) durante una partita contro i Los Angeles Lakers, 2 aprile 2026 (AP Photo/Gerald Leong)
L'ultimo vincitore dell'MVP della regular season Shai Gilgeous-Alexander (sinistra) durante una partita contro i Los Angeles Lakers, 2 aprile 2026 (AP Photo/Gerald Leong)

Sta per finire la regular season di NBA, cioè la fase a campionato della lega nordamericana di basket, la più competitiva al mondo. Vuol dire che tra poche settimane saranno annunciati i vincitori dei più importanti premi individuali: il difensore dell’anno, l’esordiente dell’anno, quello che è migliorato di più e quello che è stato più decisivo. Soprattutto, sarà nominato l’MVP, che si legge em-vi-pì ed è la sigla che sta per “Most Valuable Player” e che indica il miglior giocatore in assoluto della stagione.

In un campionato di altissimo livello come l’NBA, vincere il titolo di MVP è molto complicato e chi ci riesce è spesso ricordato come uno dei più grandi di sempre. È un titolo che negli sport nordamericani esiste da più di un secolo (nacque nel baseball come trovata pubblicitaria per vendere automobili) e vale molto di più del premio di MVP delle finali, che riguarda solo le ultime partite dei playoff. Il premio MVP non ha però solo un valore storico, personale e in parte intangibile. Ha anche un valore pratico ed economico perché, molto semplicemente, vincerlo permette di guadagnare più soldi.

Quest’anno la sfida per il titolo è particolarmente serrata, oltre che complicata da una regola che fu introdotta pochi anni fa per far sì che le squadre facessero giocare di più i loro giocatori più forti, anche nelle partite meno importanti e decisive.

Dal 2023 chi vuole vincere un premio individuale deve disputare almeno 20 minuti effettivi di gioco in 63 partite e almeno 15 in altre 2 sulle 82 della regular season. Questo requisito, al tempo concordato da lega e giocatori, è considerato da molti ingiusto e ingiustificato: può bastare un infortunio, anche non troppo grave, di quelli che impediscono di giocare per un paio di mesi, per escludere un giocatore dalla competizione.

Ed è proprio quello che sta succedendo quest’anno: mancano infatti due o tre partite a ciascuna squadra e tra i principali contendenti al titolo di MVP solamente uno – Shai Gilgeous-Alexander – ha finora i requisiti. Nikola Jokic e Victor Wembanyama sono fermi rispettivamente a 63 e 64 partite; mentre è certo che, proprio a causa di un infortunio, Luka Doncic non riuscirà ad andare oltre le 64 partite (ma proverà a fare ricorso).

Il primo premio di MVP della NBA fu assegnato nel 1956 e all’inizio era scelto dai giocatori stessi, che non potevano votare né per se stessi né per i compagni di squadra. Nel 1981 il voto passò ai giornalisti, per evitare che i giocatori potessero organizzarsi (magari per nazionalità) per boicottare qualcuno.

Kareem Abdul-Jabbar dei Los Angeles Lakers, vincitore di sei titoli MVP (un record) tra 1971 e 1980, 29 maggio 1980 (Bettmann/Getty Images)

Oggi l’MVP è deciso da un centinaio di giornalisti statunitensi e canadesi selezionati dall’NBA, senza però rendere nota la lista dei selezionati. I giornalisti indicano e ordinano i cinque giocatori che ritengono abbiano disputato la stagione migliore. A ciascuna posizione viene assegnato un punteggio (dieci punti al primo, fino a un punto al quinto), e il premio va infine al giocatore che totalizza più punti complessivi.

Questo voto, però, non coincide sempre con l’idea condivisa di chi sia stato il migliore. In quanto tali, i giornalisti non tengono conto solo dei numeri o delle qualità tecniche di un giocatore, ma anche della narrazione che si sviluppa attorno a lui e alla sua squadra. Come si nota anche da quel che si dice quando viene assegnato il Pallone d’oro (il più importante premio individuale del calcio), è in effetti difficile isolare e valutare le prestazioni individuali in uno sport di squadra.

Cosa bisogna votare? Le prestazioni? Le prestazioni in funzione della squadra o quelle a prescindere dalla squadra? Cosa bisogna premiare? I risultati o le giocate? Il livello medio o un momento di forma eccezionale? Bisogna scegliere in base a quanto un giocatore è emozionante e capace di trascinare pubblico e compagni, o invece valutarne l’efficacia attraverso strumenti più analitici?

A tutto questo si aggiunge peraltro il fatto che lo storytelling è una cosa che conta molto nel giornalismo sportivo degli ultimi anni, soprattutto in quello statunitense.

Secondo il giornalista Sam Quinn di CBS Sports, nel 2011 Derrick Rose vinse l’MVP a scapito di LeBron James per ragioni di narrazione. Rose era un giocatore giovane, promettente ed esplosivo alla guida della squadra della sua città (i Chicago Bulls), mentre James era relativamente impopolare tra il pubblico, avendo lasciato la sua squadra storica (i Cleveland Cavaliers) per una più ricca e competitiva (i Miami Heat).

Può anche capitare che i giornalisti si stanchino di votare sempre per la stessa persona e ne votino un’altra nonostante meriti oggettivamente di meno. Questo fenomeno si chiama voter fatigue e capitò, per esempio, a Michael Jordan, uno dei due o tre giocatori di basket più forti di sempre. Nel 1997, dopo aver vinto quattro premi MVP, di cui gli ultimi due, Jordan perse il premio contro Karl Malone. Era anche lui parecchio forte, ma a guardare i numeri fece una stagione leggermente peggiore di Jordan.

A Jordan non andò così male alla fine: nel 1998 vinse di nuovo l’MVP e oggi il premio è dedicato a lui nel nome e nella forma (AP Photo/Nate Billings)

Negli anni i criteri usati dai giornalisti per scegliere l’MVP sono cambiati, anche perché nel frattempo è cambiato il gioco e sono cambiate le statistiche disponibili. Dopotutto l’aggettivo “valuable” in inglese non vuol dire semplicemente “migliore”, ma “prezioso”; una parola, cioè, che implica non solo l’aspetto individuale del gioco, ma anche l’impatto sul successo della propria squadra e la capacità di fare la differenza.

Nel 2023 l’NBA, che non ha mai dato una chiara definizione di cosa debba avere un giocatore per essere scelto come MVP, decise di aggiungere il criterio delle 65 partite. Era ovviamente nell’interesse della lega, oltre che delle televisioni, che i giocatori più forti giocassero di più. Ma già ora si può dire che questa regola non ha avuto l’effetto desiderato: è troppo rigida e pure poco utile, dato che prima del 2023 pochi giocatori avevano vinto il premio di MVP con meno di 65 partite giocate.

Il basket giocato in NBA è sempre più rapido e fisico, e gli infortuni sempre più frequenti. Pretendere che un cestista giochi ad altissimo livello per 65 partite su 82 è probabilmente eccessivo. E ancora peggio è pensare di doverlo far giocare, magari nonostante un infortunio, giusto per arrivare a 65 partite anziché 64. È esattamente il caso di Wembanyama, che martedì, dopo 64 partite, si è infortunato alle costole. I suoi San Antonio Spurs dicono che non è niente di grave, ma non è detto che riprenderà subito a giocare: gli servono ancora venti minuti in una partita per poter puntare al titolo di MVP e al titolo di difensore dell’anno, premio che sembra quasi certo per lui.

Victor Wembanyama dopo aver subito l’infortunio nella partita contro i Philadelphia 76ers, 6 aprile 2026 (Ronald Cortes/Getty Images)

Doncic dei Los Angeles Lakers è stato ancora più sfortunato: la sua stagione regolare si è fermata venerdì a 64 partite a causa di una lesione al bicipite femorale, un infortunio piuttosto serio. Nonostante le sue prestazioni eccezionali – è quello che, in media, fa più punti di tutti – non potrà competere per il titolo di MVP. Il suo agente ha chiesto però una “deroga per circostanze eccezionali” prevista dal regolamento NBA, considerando che alcune assenze erano dovute a infortuni o alla nascita di sua figlia. Sta provando a fare lo stesso l’agente di Cade Cunningham, fortissimo giocatore dei Detroit Pistons fermo a 61 partite per un collasso del polmone.

Insomma, quest’anno le premiazioni NBA rischiano di diventare un problema, forse perfino un pasticcio, e gli stessi premi – che incidono pure sugli stipendi – rischierebbero di perdere valore.