Il regime iraniano ha vinto la guerra, per ora
Israele e Stati Uniti volevano rovesciarlo, ma hanno sbagliato a prevedere che cosa sarebbe successo nello stretto di Hormuz

Quando a febbraio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è andato a Washington per presentare al presidente americano Donald Trump un piano per attaccare l’Iran e rovesciare il regime, una delle premesse era questa: l’Iran non sarebbe riuscito a bloccare lo stretto di Hormuz. L’idea era che gli attacchi aerei statunitensi e israeliani contro la catena di comando iraniana sarebbero stati così intensi e rapidi da impedire ai militari iraniani di organizzare una risposta efficace.
Il regime iraniano è riuscito a smentire questa premessa, a colpire con droni e missili almeno venti navi che tentavano di passare e a scoraggiare tutte le altre (il prezzo delle assicurazioni navali è diventato così alto da rendere il transito insostenibile) e a trasformare il blocco dello stretto in un’arma strategica di ricatto. Da Hormuz passava una percentuale importante del traffico navale che fa funzionare il mondo, dalle petroliere e navi metaniere alle navi che trasportano fertilizzante e materie prime.
Colpire le navi è un crimine di guerra, perché sono bersagli civili, ma ha dato all’Iran il potere di negoziare. Gli Stati Uniti hanno preso in considerazione alcune possibili soluzioni di forza per togliere agli iraniani il controllo dello stretto, come invadere alcune isole in quel tratto di mare, mandare navi da guerra o provare a sbarcare sulla costa iraniana dello stretto. Se non lo hanno fatto è perché hanno stimato che il prezzo da pagare, quindi i soldati americani uccisi e le navi distrutte, sarebbe stato troppo alto.
A quel punto la guerra è diventata una sfida sul tempo: poteva resistere più a lungo il regime iraniano sotto i bombardamenti aerei oppure l’economia mondiale senza lo stretto di Hormuz? Il vincitore di questa sfida, almeno per ora, è il regime iraniano.
La prima vittoria dell’Iran è questa. Ha dimostrato di avere quella che gli analisti chiamano una capacità di deterrenza. Da ora in poi gli iraniani del regime potranno inserire nei negoziati questa minaccia: «… altrimenti blocchiamo lo stretto di Hormuz» e i loro interlocutori si spaventeranno.
Invece che essere costretto a negoziare sul programma nucleare, sulle sanzioni, sulle milizie filoiraniane sparse per il Medio Oriente o su maggiori libertà per gli iraniani, il regime ha negoziato su una questione soltanto: il blocco di Hormuz, che prima della guerra nemmeno si poneva.
Da questa prima vittoria ne derivano altre. In trentanove giorni di guerra i bombardamenti israeliani e americani hanno ucciso decine di comandanti e funzionari dell’Iran secondo la dottrina dei decapitation strike (prendere di mira i capi e ucciderli), hanno devastato la struttura del regime e hanno interrotto in più punti la catena di comando. Ma il sistema è sopravvissuto e colmerà i vuoti nei suoi ranghi perché aveva stabilito un meccanismo che potremmo chiamare «morto un capo, se ne fa un altro»; un meccanismo di nomine preventive creato proprio per resistere ai decapitation strike, con almeno quattro candidati pronti a subentrare per ogni incarico.
La Guida Suprema Ali Khamenei, che era malata di cancro e aveva 86 anni, è stata uccisa da un attacco aereo il primo giorno di guerra, il 28 febbraio, ma il suo posto è stato preso dal figlio Mojtaba Khamenei. Mojtaba non è mai apparso in pubblico per ragioni di sicurezza e alcune notizie, non verificabili, lo danno addirittura in coma. Ma anche se la sua fosse una nomina simbolica il messaggio è potente: il regime è lo stesso di prima.
Anche l’ipotesi di una sollevazione popolare così grande da far cadere il regime, che a gennaio era sembrata possibile per qualche giorno, adesso è più lontana che mai. L’apparato di repressione iraniano ha ucciso migliaia di manifestanti a gennaio, è riuscito a inibire le proteste durante la guerra e ha il controllo della situazione. I bombardieri israeliani hanno preso di mira i posti di blocco delle milizie nelle grandi città per incoraggiare le rivolte popolari, ma non è successo nulla.
La parte della popolazione dell’Iran che vorrebbe più libertà e invece subisce campagne di repressione brutali è la grande perdente di questi quaranta giorni di guerra. Il regime vittorioso sarà ancora più determinato di prima a punire chiunque possa minacciare la sua stabilità, ridotta al minimo storico.
Lo stesso vale per le regioni dell’ovest a ridosso dell’Iraq, dove vivono dieci milioni di curdi e dove l’insofferenza contro il regime è più alta che altrove. Anche lì i bombardamenti si sono concentrati contro le forze di sicurezza locali per facilitare eventuali rivolte e nella prima settimana di marzo si è persino parlato della possibilità che i guerriglieri curdi iraniani, di base in Iraq, entrassero a combattere in Iran. Anche questa cosa non è successa. Il regime ha mandato rinforzi e ha tenuto sotto controllo le città a maggioranza curda e il confine con l’Iraq.
La vittoria più grande dell’Iran è nella regione del Golfo, contro i suoi dirimpettai arabi (diversi per etnia e linguaggio) e alleati degli Stati Uniti: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, i due maggiori, e Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman, i minori. La guerra che avrebbe dovuto rovesciare il regime gli ha invece consegnato l’egemonia regionale, quindi la capacità di dettare le condizioni agli altri stati nella regione.
L’Iran ha bombardato gli stati arabi nel Golfo quattro volte di più rispetto a quanto fatto da Israele in Iran, ha minacciato di distruggere gli impianti petroliferi e del gas che sono l’unica ragione della loro ricchezza e ne ha messo in crisi l’immagine di paradisi per turisti e investitori stranieri. Inoltre mette in discussione l’alleanza politica e militare con gli Stati Uniti, perché non è stata sufficiente a proteggerli e anzi li ha trasformati in bersagli per la rappresaglia iraniana.
La questione del programma nucleare non è stata risolta. In Iran ci sono ancora più di quattrocento chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento circa, quindi non lontani dalla soglia che serve a produrre armi atomiche. L’amministrazione americana sostiene che siano stati seppelliti dai bombardamenti. Per recuperare quell’uranio, dicono gli Stati Uniti, gli iraniani dovrebbero cominciare operazioni di scavo vistose e potrebbero essere di nuovo bombardati. Ma le capacità del regime di riprendere il programma di sviluppo di un’arma atomica sono intatte o comunque possono essere ripristinate e la motivazione per farlo è più forte di prima.
Lo stesso vale per il sostegno alle milizie filoiraniane in Libano, Iraq e Yemen e per il programma missilistico. Prima della guerra gli Stati Uniti avevano chiesto al regime iraniano di cessare entrambe le cose. Dopo la guerra, è meno probabile che accada.
E in tutto questo non è ancora chiaro se l’Iran manterrà oppure no la pratica, cominciata durante la guerra, di chiedere un pedaggio di due milioni di dollari per ogni nave che transita per lo stretto di Hormuz. È tra i dieci punti che il regime ha presentato martedì come materia di discussione. Se succedesse, allora vorrebbe dire che il regime potrebbe incassare ogni anno decine di miliardi di dollari dal passaggio di decine di migliaia di navi per lo stretto. È una cosa che prima della guerra non succedeva perché Hormuz non è di proprietà dell’Iran.
– Leggi anche: Quindi lo stretto di Hormuz rimane sotto il controllo dell’Iran?
È possibile che il pedaggio totale frutterebbe all’Iran più del budget per le spese militari del 2025, che è stato di 23 miliardi di dollari. Dal punto di vista degli altri stati nel Golfo la situazione sarebbe incresciosa. Gli Emirati, per esempio, si troverebbero a pagare l’Iran per esportare il loro petrolio, sapendo che il denaro potrebbe finanziare la produzione di missili e droni come quelli lanciati a centinaia contro di loro in questa guerra.



