Sulla legge elettorale il governo non sembra avere le idee chiare
Dopo mesi di dissidi interni e scelte contraddittorie, la destra oscilla tra la tentazione di fare di fretta e l'offerta di dialogo con le opposizioni

Da quasi due anni la destra parla di riforma della legge elettorale, cioè la norma che stabilisce come si spartiscono i seggi in parlamento tra i partiti in base ai voti che hanno preso alle elezioni politiche. All’inizio del 2024 il tema si pose perché bisognava trovare un nuovo sistema di voto che fosse compatibile con la riforma costituzionale del premierato, fortemente voluta da Giorgia Meloni, che introduceva in sostanza l’elezione diretta del presidente del Consiglio.
In un secondo momento, quando fu chiaro che la riforma del premierato non sarebbe stata approvata entro la fine della legislatura, Fratelli d’Italia sostenne la tesi per cui una nuova legge elettorale sarebbe servita di fatto come surrogato di quella riforma, inserendo l’indicazione del capo del governo sulla scheda elettorale: Meloni voleva in sostanza una legge elettorale che prevedesse che ogni coalizione dovesse già indicare il nome di un candidato presidente del Consiglio. Ora anche questo principio è venuto meno.
Sia la Lega sia Forza Italia – gli altri due grandi partiti di maggioranza con FdI – si sono opposte all’indicazione diretta del candidato presidente, per cui il partito di Meloni ha dovuto rinunciarvi. Da fine febbraio c’è una nuova proposta di legge elettorale, sostenuta con convinzione dalla destra in virtù di una ragione: il nuovo sistema di voto garantirebbe stabilità, con governi di chiara ispirazione politica e senza la possibilità di maggioranze spurie o trasversali. La legge prevede infatti un sistema proporzionale (cioè i seggi sono suddivisi tra i partiti in modo proporzionale ai voti che hanno preso), ma con un cospicuo premio di maggioranza per la coalizione che vince con oltre il 40 per cento dei consensi.
Anche su quest’ultima proposta, però, l’andamento del governo è ondivago. Dopo mesi di discussioni infruttuose, lo scorso novembre Giovanni Donzelli, importante deputato e dirigente di Fratelli d’Italia, ribadì l’urgenza di una riforma elettorale in modo un po’ bizzarro, quando erano terminate da poche ore le elezioni regionali in Puglia, Campania e Veneto ed era ancora in corso lo spoglio. L’impressione generale fu che proprio l’esito delle regionali, che aveva dimostrato una certa competitività del centrosinistra, avesse indotto Meloni a invocare una svolta.
Da quel momento il confronto tra i partiti di destra si fece più risoluto. Il 26 febbraio scorso il governo depositò infine in entrambe le camere la nuova proposta di legge. Fu una decisione per certi versi clamorosa. Dopo un lungo attendismo, la destra s’era decisa a definire il testo della riforma proprio a ridosso del referendum costituzionale sulla giustizia. E la ragione della scelta risiedeva chiaramente nel fondato timore di una sconfitta al referendum. Intestarsi una riforma del sistema elettorale all’indomani di una sconfitta elettorale sarebbe parso un gesto politico facilmente attaccabile: l’opposizione avrebbe potuto contestare alla maggioranza di voler cambiare il sistema per paura di perdere le elezioni (poi con ogni probabilità lo farà lo stesso, ma così la scelta è più difendibile).
Per questo si approvò il disegno di legge in gran fretta, benché le divergenze tra i tre partiti della coalizione permanessero su alcuni aspetti non secondari. Fratelli d’Italia vorrebbe la reintroduzione delle preferenze dirette per gli eletti in parlamento, ma Forza Italia è nettamente contraria; quanto alla Lega, che è nel complesso il partito più recalcitrante, il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli ha spiegato ai parlamentari di Matteo Salvini che alcuni aspetti della nuova legge – su tutti il grosso premio di maggioranza – saranno verosimilmente oggetto di critiche da parte della Corte costituzionale.

Arianna Meloni e Giovanni Donzelli alla Direzione nazionale di Fratelli d’Italia, a Roma, il 14 febbraio 2026 (Cecilia Fabiano/ LaPresse)
Dopo la sconfitta al referendum, però, l’atteggiamento della destra è di nuovo cambiato. Donzelli, il principale responsabile di Fratelli d’Italia della riforma, dopo avere per settimane chiesto che si procedesse senza indugi, ha iniziato a predicare cautela, e a dire che «la legge elettorale non è una priorità, per noi». A dire che la riforma elettorale era tra le priorità di Fratelli d’Italia per il 2026, a dicembre, era stata tra gli altri Arianna Meloni, sorella della presidente del Consiglio e massima dirigente di fatto del partito, proprio insieme a Donzelli. Da allora, però, sono cambiate tante cose.
La guerra in Iran, il considerevole peggioramento delle prospettive economiche per l’Italia, l’aumento del costo dei carburanti hanno reso evidente a tutti, nella maggioranza, un problema che inizialmente veniva sollevato dalla sola Lega: e cioè che parlare di una cosa astrusa come la legge elettorale a un elettorato angosciato da questioni concrete rischia di produrre ricadute negative sul consenso del governo. Ed è per questi motivi che negli ultimi giorni la destra, a partire da Meloni, ha adottato un atteggiamento molto più cauto, ribadendo di voler dare priorità ad altri provvedimenti: quelli sulla sicurezza urbana e sul sostegno economico a famiglie e imprese.
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Il 31 marzo scorso la proposta di legge sulla riforma elettorale è stata incardinata in commissione Affari costituzionali della Camera: è l’atto formale con cui si avvia l’analisi di un provvedimento. Si è scelto di partire dalla Camera non a caso (nonostante il presidente della stessa commissione del Senato, Alberto Balboni di Fratelli d’Italia, sperasse in una decisione diversa, e non l’ha presa benissimo). Il regolamento della Camera, a differenza di quello del Senato, prevede che sulle leggi elettorali si voti in aula a scrutinio segreto, dunque con una certa possibilità che i parlamentari votino in dissenso dalle indicazioni del proprio partito, mettendo a rischio l’approvazione dei vari articoli. E dunque, per prassi, è dalla Camera che si inizia sempre, proprio perché si ritiene più logico partire dal posto in cui è più alto il rischio di fallimento: questo induce i governi a definire un testo che possa raccogliere consensi più ampi, e a quel punto il voto al Senato diventa poi più agevole.

Il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano, e la ministra per le Riforme Maria Elisabetta Alberti Casellati durante la prima seduta per l’esame della legge elettorale, il 31 marzo 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Nelle settimane scorse, tuttavia, nel governo si è ragionato sull’ipotesi di porre la questione di fiducia alla Camera, quando si arriverà al voto in aula: in quel modo, si aggirerebbe l’incognita delle votazioni a scrutinio segreto, visto che quando si pone la fiducia il voto è necessariamente palese. La questione di fiducia viene messa dal governo su misure che reputa importanti, a cui lega di fatto la sua stessa sopravvivenza: in teoria se la fiducia non passa un governo dovrebbe dimettersi (anche se ormai spesso si abusa del voto di fiducia per accelerare la votazione ed evitare lunghe discussioni in aula su singoli emendamenti).
Significherebbe, però, procedere con una notevole forzatura, simile a quelle adottate dai governi di Paolo Gentiloni nel 2017 e di Matteo Renzi nel 2015 sulle rispettive leggi elettorali, il Rosatellum bis e l’Italicum: non a caso sono gli unici precedenti in tal senso dal 1953 in poi, entrambi avvenuti piuttosto di recente, entrambi duramente criticati dalla destra all’epoca.
Qui si arriva a un altro aspetto problematico che evidenzia alcune incoerenze nell’atteggiamento della destra. Per mesi il dialogo sulla legge elettorale è stato ristretto ai soli esponenti di maggioranza. Di tanto in tanto si vociferava di sporadici colloqui informali con dirigenti del centrosinistra, e a queste indiscrezioni hanno dato grande risalto soprattutto i giornali di destra, per dimostrare l’esistenza di un confronto trasversale: nessun leader del centrosinistra ha mai confermato nulla di concreto, però.
Il testo depositato è stato curato da due deputati di Fratelli d’Italia (Donzelli stesso e Angelo Rossi, che hanno chiesto e ottenuto di poter seguire l’iter del provvedimento in commissione Affari costituzionali pur non facendone parte), due di Forza Italia (Stefano Benigni e Alessandro Battilocchio), due senatori della Lega (Andrea Paganella e il ministro Calderoli) e un deputato di Noi Moderati (Alessandro Colucci), ovviamente su indicazione dei rispettivi leader di partito. I quattro relatori, cioè i deputati che seguiranno più da vicino il provvedimento coordinandosi col governo, sono stati scelti tutti tra esponenti della destra: oltre a Rossi e Colucci, il leghista Igor Iezzi e il forzista Nazario Pagano, peraltro presidente della commissione responsabile.
Insomma, come ha fatto notare tra gli altri il deputato Riccardo Magi di +Europa, la proposta è stata depositata dalla maggioranza senza aver in alcun modo consultato l’opposizione. Martedì scorso, però, durante la prima discussione in commissione Affari costituzionali, Donzelli ha fatto mostra di «massima disponibilità al confronto» su un testo «aperto a modifiche», così da «definire le regole del sistema elettorale in modo il più possibile condiviso». Perfino sul punto più dirimente e più delicato della legge, e cioè la norma sul premio di maggioranza, ha detto che «c’è spazio per un’ampia riflessione».
Quanto sia concreta questa offerta di collaborazione è ciò su cui si stanno interrogando le opposizioni. La maggioranza potrebbe dare giovedì una dimostrazione della propria disponibilità al dialogo.
Martedì scorso infatti aveva proposto di accorpare alla proposta di riforma elettorale anche una proposta di Fratelli d’Italia per modificare il sistema di voto all’estero, che però è regolamentato da una legge specifica e non da una riforma elettorale. «Iniziare così significherebbe iniziare con una forzatura: una brutta partenza per chi ha auspicato un confronto nel merito», dice il deputato del PD Federico Fornaro, tra i principali esperti della materia in parlamento. Rinunciando dunque a includere le norme sul voto all’estero in questa proposta, la destra darebbe un primo segnale di reale disponibilità alle opposizioni.



