Può esistere una NATO senza Stati Uniti?
Anche con grossi investimenti rimarrebbero problemi e mancanze, ma per come stanno le cose con Trump è un'ipotesi che l'Europa deve valutare

Da quando ha cominciato il suo secondo mandato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato più volte l’uscita del paese dalla NATO. Lo ha fatto di nuovo mercoledì, come risposta al rifiuto degli alleati di intervenire per riaprire la circolazione marittima nello stretto di Hormuz, di fatto bloccata dall’Iran. Non è detto che Trump voglia davvero abbandonare l’Alleanza atlantica, e una decisione del genere dovrebbe essere approvata dal Congresso statunitense con una maggioranza larga, di due terzi dei suoi membri, cosa tutt’altro che scontata.
Ma ogni volta che Trump mette in dubbio l’appartenenza degli Stati Uniti alla NATO indebolisce di fatto l’alleanza, rendendola meno credibile per il futuro.
La NATO nacque e si sviluppò durante la Guerra Fredda in funzione antisovietica e uno dei suoi cardini è l’articolo 5. Semplificando molto, dice che tutti gli alleati sono obbligati a soccorrere uno stato membro che sia stato attaccato, e che un attacco contro un paese della NATO va considerato come diretto a tutta l’alleanza. Già oggi però i paesi europei non possono essere troppo sicuri che gli Stati Uniti andrebbero in loro soccorso se attaccati militarmente: Trump ha messo in dubbio una convinzione che per decenni era sembrata assai più solida, e la progressiva erosione della fiducia tra le parti sta di fatto svuotando dall’interno la forza e la credibilità della NATO.
Per i paesi europei quindi pensare a una NATO senza Stati Uniti è quasi necessario, anche se molto complesso. Leader di governo ed esperti militari si chiedono se un’alleanza militare di questo tipo avrebbe senso e una forza sufficiente per essere un deterrente, soprattutto nei confronti della Russia. Per organizzarla servirebbero grandi sforzi politici ed economici.

Donald Trump con il segretario di Stato Marco Rubio (a destra) e il segretario alla Difesa Pete Hegseth a un incontro della NATO il 24 giugno 2025 (AP Photo/Alex Brandon)
A gennaio il segretario generale della NATO Mark Rutte augurò ironicamente «buona fortuna» a chi in Europa pensava di potersi difendere senza gli Stati Uniti. Rutte in questi mesi si è fatto notare per le sue lodi sperticate a Trump e per l’assoluta volontà di compiacerlo, ma creare una NATO credibile senza Stati Uniti sarebbe oggettivamente difficile e molto costoso.
Altri sono più possibilisti, come il ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, che l’anno scorso disse: «Non abbiamo bisogno di diventare forti come gli Stati Uniti. Ci basterà essere meglio della Russia».
Senza Stati Uniti la NATO si troverebbe senza coordinamento, con meno uomini, con meno fondi, con armamenti ridotti, con sistemi di intelligence meno efficienti e soprattutto senza una “difesa” nucleare complessiva e collettiva. Molti punti sono di difficile risoluzione, su altri si può lavorare.

Il segretario generale della NATO Mark Rutte il 17 marzo 2026 (AP Photo/Thomas Krych)
I soldati statunitensi impegnati in Europa sono circa 70mila: per rimpiazzarli gli stati europei dovrebbero rinforzare in modo consistente i loro eserciti, ma vari studi di settore ritengono che sarebbe possibile farlo in tempi non troppo lunghi. Due anni fa i paesi NATO si accordarono per rendere disponibili in caso di emergenza 300mila uomini entro 30 giorni e 100mila entro i primi dieci. Nel conto erano compresi gli statunitensi, ma vari paesi stanno lavorando da alcuni anni per avere forze militari più numerose e a disposizione in tempi più stretti.
Le infrastrutture dell’alleanza e la catena di comando potrebbero rimanere le stesse, con la sostituzione dei ruoli occupati da statunitensi con ufficiali europei. Più complesso e meno immediato sarebbe sostituire le capacità di integrazione dei vari settori garantite dagli Stati Uniti, come il coordinamento delle intelligence, le comunicazioni satellitari, le capacità di definizione precisa degli obiettivi militari: sono settori che impiegano tecnologie che gli europei non hanno mai sviluppato a fondo, perché sempre garantite dagli americani finora.
L’altra grande questione, quella di cui si parla spesso per prima, è quella economica. Una ricerca dello scorso maggio dell’Istituto internazionale di studi strategici ha stimato che sarebbero necessari investimenti pari a 1.000 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni per raggiungere un’autonomia militare dell’Europa. Un altro studio, questa volta dell’Istituto Kiel per l’economia mondiale, ha preso in considerazione un periodo più breve e valutato che servirebbero 290 miliardi di dollari nei prossimi 3-4 anni. Secondo vari analisti militari la Russia potrebbe essere pronta ad attaccare un paese NATO a partire dal 2029, quindi l’Europa dovrebbe a sua volta farsi trovare pronta entro quella data.
Nonostante le spese militari siano già state aumentate da quasi tutti i paesi membri dell’alleanza, soprattutto dopo le pressioni di Donald Trump, per arrivare a queste cifre servirebbe dedicare alla Difesa quote del PIL più consistenti di quelle attuali. Vari governi dovrebbero trovare un sostegno politico non scontato a queste decisioni.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store e quello canadese Mark Carney, dopo un’esercitazione della NATO in Norvegia, il 13 marzo 2026 (Adrian Wyld /The Canadian Press via AP)
Un’altra questione centrale è la cosiddetta “deterrenza nucleare”. La presenza di armamenti nucleari statunitensi nei paesi NATO è stata per circa 80 anni la principale garanzia contro invasioni e attacchi da parte dell’altra grande potenza nucleare, la Russia. Un disimpegno degli Stati Uniti nella NATO non comprenderebbe necessariamente anche la fine di questa deterrenza, tanto che lo stesso Trump non ha espressamente considerato quest’opzione nelle sue ricorrenti minacce. Ma nello scenario peggiore l’Europa dovrebbe rendersi autonoma anche in questo campo.
Oggi nell’alleanza NATO ci sono altri due stati dotati di armamenti nucleari: il Regno Unito e la Francia.
L’arsenale britannico è di poco più di 200 testate nucleari, con un solo sistema di lancio, quello dei sottomarini con missili balistici. I missili Trident II sono una tecnologia statunitense, forniti e mantenuti in cooperazione con gli Stati Uniti. È quindi un arsenale relativamente piccolo (la Russia ha 5.500 testate), senza capacità di lancio terrestre o aerea e con dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti.
La Francia ha un arsenale di 290 testate, utilizzabili su sottomarini e con i jet da guerra Rafale: sono stati sviluppati in totale autonomia, senza coinvolgimento della NATO o di altri paesi europei, e pensati all’interno di una strategia di difesa della sola Francia.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha recentemente aperto alla possibilità di difendere altri paesi europei con le proprie armi nucleari, ma il progetto è in una fase molto preliminare e non ha il sostegno di tutte le forze politiche francesi. Il secondo mandato di Macron scade nel 2027 e il progetto non è sostenuto dal Rassemblement National (RN), partito di estrema destra di Jordan Bardella e Marine Le Pen. Il prossimo o la prossima presidente francese potrebbero insomma abbandonare il progetto o mostrare meno disponibilità a proteggere tutti i paesi della NATO con le armi francesi.
Non è detto inoltre che i soli arsenali francese e britannico sarebbero sufficienti a garantire una reale deterrenza per tutti i paesi oggi protetti dalle armi nucleari degli Stati Uniti.
I molti problemi di questi anni nel sostegno militare all’Ucraina testimoniano inoltre che le possibilità militari dei paesi europei sono al momento carenti o insufficienti anche in altri settori, come le forze navali o la capacità di produrre o reperire munizioni di artiglieria. Anche le dotazioni di carri armati, di artiglieria semovente e di veicoli da combattimento sono limitate: proprio la guerra in Ucraina ha portato a investimenti in questi campi, i cui effetti sono però ancora molto parziali. In molti di questi campi il problema è industriale: non ci sono cioè fabbriche e stabilimenti in grado di rispondere alla domanda. Le soluzioni hanno quindi tempi più lunghi e in buona parte il rifornimento di armamenti nei prossimi anni passerà ancora inevitabilmente per gli Stati Uniti.



