Mantenere rilevante una scuola filosofica è più facile se ne fa parte Slavoj Žižek
Lo sanno i colleghi con cui anima dagli anni Ottanta la “scuola di Lubiana”, riconosciuta e influente nonostante la posizione periferica
di Viola Stefanello

«Ormai c’è addirittura gente che pensa che la “scuola di Lubiana” sia una sorta di edificio che può andare a visitare, cosa che naturalmente non è, dato che lavoriamo tutti per istituzioni diverse», scherza la filosofa Alenka Zupančič. «Ma ormai abbiamo accettato questo appellativo».
Assieme a Mladen Dolar e a Slavoj Žižek, Zupančič forma il nucleo principale di un gruppo di studiosi e pensatori che ha dato centralità nell’accademia internazionale a una città piccola e periferica come Lubiana, la capitale della Slovenia. Un gruppo che mantiene attiva e influente una “scuola filosofica”, intesa appunto come gruppo di pensatori associati a una stessa università o città, un concetto che ha attraversato la storia del pensiero occidentale del Novecento, ma oggi molto meno diffuso.
A fare la fortuna della “Scuola di psicanalisi di Lubiana”, e a permetterle di sopravvivere quando altre con più storia e finanziamenti hanno perso rilevanza, è stato proprio Žižek, che diventò famoso con grande rapidità tra gli anni Ottanta e Novanta con la traduzione in inglese del suo saggio L’oggetto sublime dell’ideologia. Negli anni successivi si affermò come uno dei più famosi e citati intellettuali contemporanei: sia per la sua rilettura di Karl Marx e Friedrich Hegel attraverso gli studi dello psicanalista francese Jacques Lacan, sia per i suoi commenti ed editoriali sull’attualità e sulla politica internazionale, pubblicati tra gli altri su New York Times, Guardian, Newsweek, El País e il Kyiv Independent.
Ma a rendere Žižek una figura così conosciuta e influente per la sinistra internazionale è stata anche – per certi versi soprattutto – la sua personalità carismatica, spiritosa, eccentrica e provocatoria, la sua passione per i dibattiti pubblici e la sua inclinazione a occuparsi spesso di cultura pop e in generale di argomenti assai distanti dall’accademia. Con il suo inglese con un forte accento dell’est, il suo umorismo, il suo aspetto un po’ trasandato e il distintivo tic di tirare su con il naso mentre parla, Žižek è diventato nell’ultimo decennio anche una celebrità di internet, preso bonariamente in giro come meme.
Il successo improvviso non cambiò soltanto la sua vita, ma anche quella degli altri pensatori sloveni con cui lavorava da più di vent’anni e che studiavano, come lui, a Lubiana. Dolar (che ha 75 anni), per esempio, aveva conosciuto Žižek (77) già da studente, all’inizio degli anni Settanta. «Vent’anni prima che il nostro pensiero venisse anche solo scoperto dall’Occidente noi ci incontravamo regolarmente, di solito almeno una volta alla settimana, per discutere di qualsiasi cosa, gettando le basi del nostro pensiero», dice al Post. Zupančič, che con i suoi 60 anni è della generazione successiva, cominciò a frequentare assiduamente i due negli anni Ottanta: oggi, a loro tre ci si riferisce spesso come “la trojka”.
L’unica struttura formale che esiste è la Società per la Psicanalisi Teorica, fondata alla fine degli anni Ottanta come coordinamento delle attività editoriali del gruppo, e di cui Žižek è tuttora presidente. Il lavoro accademico vero e proprio si svolge invece in sedi sparse: principalmente all’Università di Lubiana, ma anche presso il Centro di ricerca dell’Accademia slovena delle scienze e delle arti.

Alenka Zupančič (a sinistra) e Mladen Dolar (a destra) con lo psicanalista lacaniano inglese Darian Leader, a Lubiana (Kristina Bursać)
Non è strano: nella storia del pensiero occidentale, il concetto di “scuola filosofica” indica un gruppo di pensatori che condividono un metodo, delle influenze e un modo di guardare al mondo, non necessariamente un’istituzione fisica o una dottrina rigida. La Scuola di Francoforte, che riuniva negli anni Trenta e Quaranta pensatori come Theodor Adorno, Max Horkheimer e Herbert Marcuse, non si definì mai così: il nome venne coniato dall’esterno, e i suoi membri preferivano parlare di “teoria critica”. Lo stesso vale per il Circolo di Vienna, il gruppo di filosofi e scienziati attivo negli anni Venti e Trenta che rivoluzionò la filosofia della scienza, o per la Scuola di Birmingham, il centro di ricerca fondato nel 1964 che inventò i cultural studies come disciplina e che per primo prese sul serio la cultura pop come oggetto di analisi intellettuale.
Ad accomunare Žižek, Dolar e Zupančič, ma anche altri studiosi come Rastko Močnik, Miran Božovič ed Eva Bahovec, è il loro virtuosismo intellettuale e soprattutto un metodo: quello di interpretare la contemporaneità – l’attualità politica, ma anche la cultura pop, il cinema e le tendenze sociali – attraverso tre grandi tradizioni del pensiero europeo: la dialettica di Hegel, il marxismo e la psicanalisi di Lacan. Da Hegel prendono l’idea che le contraddizioni siano il motore della storia e che renderle visibili sia il compito principale degli intellettuali. Da Marx soprattutto l’idea che viviamo immersi in sistemi di credenze invisibili — l’ideologia — che dobbiamo imparare a smontare. Da Lacan, gli strumenti per capire come queste credenze siano visibili anche nei propri desideri e abitudini.
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Negli anni Ottanta, «Lubiana era davvero alla periferia rispetto ai grandi centri intellettuali dell’epoca, ma questo aveva i suoi vantaggi. Quello principale era che potevamo permetterci di pescare qui e là», spiega Dolar. Essendo la Jugoslavia un paese socialista, «il marxismo era una delle correnti filosofiche che conoscevamo meglio, ma il nostro era un marxismo piuttosto lontano da quello su cui si ragionava nell’Unione Sovietica. Era decisamente meno stalinista».
Al contrario di molti abitanti dell’Est Europa in quel periodo, poi, gli sloveni godevano di una relativa libertà di pensiero e movimento. «Nelle librerie di Lubiana trovavi Heidegger, Wittgenstein, tutti i francesi, la filosofia dialettica», dice Dolar. «Certo, erano tutti in lingua originale, ma quando hai una lingua madre così poco diffusa, sei comunque costretto a imparare le lingue straniere». Questo era a suo modo un vantaggio rispetto ai giovani pensatori dei paesi più grandi, che avevano una tradizione filosofica più ingombrante e codificata.
«I francesi non sapevano niente della Scuola di Francoforte, e avevano una prospettiva veramente limitata su Hegel, che invece noi riteniamo molto importante», racconta Dolar. I tedeschi, invece, sapevano pochissimo dello strutturalismo francese, il movimento intellettuale che sosteneva, in estrema sintesi, che i fenomeni culturali e sociali — il linguaggio, le relazioni familiari, la letteratura — non vanno capiti guardando i singoli elementi che li compongono, ma la struttura di relazioni e di opposizioni che li organizza. Jacques Lacan, uno degli autori più fondamentali per Žižek e i suoi colleghi, apparteneva a quella corrente.
Dolar e Žižek erano peraltro rimasti particolarmente affascinati dal Maggio francese e, appunto, dallo strutturalismo e dal post-strutturalismo: anche per questo, tra gli anni Settanta e Ottanta viaggiarono e studiarono spesso a Parigi, seguendo tra l’altro le lezioni di Michel Foucault e dello stesso Lacan. Non decisero mai, però, di lasciare definitivamente Lubiana.
«Verso la fine degli anni Ottanta la scena intellettuale a Lubiana era veramente entusiasmante, anche al di fuori degli ambienti prettamente universitari», racconta Zupančič. «Io studiavo filosofia, ma la maggior parte degli eventi davvero interessanti avvenivano fuori dall’accademia, e c’era davvero un quantitativo enorme di persone che partecipavano a presentazioni di libri, discussioni cinematografiche, conferenze. Era un ambiente molto vivo, e me ne innamorai immediatamente».
Al contrario di città come Parigi, dove il picco di attività filosofica innovativa era stato quarant’anni prima, «a Lubiana c’era anche la sensazione che non facesse che consolidarsi», aggiunge. «A Parigi, poi, la filosofia e la psicanalisi erano due campi completamente separati. Qui potevamo unirle insieme e mischiarle anche a riflessioni politiche, ed era una cosa unica nel suo genere».
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Tuttora, dice, la scena intellettuale di Lubiana è piuttosto vivace. A fine marzo, per esempio, lei e Dolar hanno organizzato un evento con il filosofo lacaniano inglese Darian Leader: la serata ha fatto il tutto esaurito, e quasi duecento persone di età ed estrazioni sociali diverse hanno seguito due ore di conversazione fitta che è partita dalla storia del furto della Gioconda dal Museo del Louvre ed è arrivata ai social network, passando per la storia del concetto di insonnia.

La folla all’evento con Darian Leader (Kristina Bursać)
«Spesso c’è chi accusa Žižek di aver cercato la fama per arricchirsi, o comunque per tornaconto personale», dice il sociologo Eliran Bar-El, autore del saggio How Slavoj Became Žižek: The Digital Making of a Public Intellectual. «Ma se vai a Lubiana e incontri le persone della sua vita, è un’accusa che non sta in piedi. Tutto quel che vedi è questo gruppo molto coeso di persone davvero appassionate, dedite a un serio lavoro di ricerca, che approfondiscono la stessa linea di pensiero da 30, 40 anni. È davvero qualcosa che non si vede molto spesso nel settore, e che rende la scuola di Lubiana una delle più importanti correnti di pensiero contemporanee».
Dolar e Zupančič sembrano sinceramente felici per la fama ottenuta dal loro amico, anche perché riconoscono che ha portato una rilevanza e un’attenzione al lavoro dell’intera Scuola che altrimenti difficilmente avrebbero raggiunto.
Negli anni l’hanno più volte seguito in tour per università come Princeton e Duke, e dicono di aver ormai perfezionato una dinamica che si riproduce appena sono su un palco insieme. «Hai presente quando sei in spiaggia con gli amici e fai quel gioco in cui l’unica regola è che vi passate la palla tra voi e nessuno deve far cadere la palla? È esattamente così. Teniamo la palla in aria», dice Zupančič. «È divertente perché non c’è nessuna competizione, nessuno sta cercando di dire una cosa più intelligente dell’altro: è uno sforzo collettivo».
Tutti e tre condividono l’idea che la filosofia non debba restare confinata all’università. «Vedere la filosofia come una conoscenza quasi esoterica è un tradimento della filosofia stessa», dice Zupančič. «Soprattutto se guardiamo a come è cominciata la disciplina, con Socrate che parlava in pubblica piazza». Anche per questo, entrambi sono grati del lavoro che Žižek è riuscito a fare negli ultimi trent’anni.
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È molto probabile che anche chi non si interessa di filosofia, ma ha passato un po’ di tempo sui social network o su YouTube negli ultimi quindici anni, abbia in mente il personaggio. Su internet sono altrettanto virali i video delle sue discussioni con altri intellettuali e quelli in cui mangia avidamente un hot dog per strada. Il più famoso di tutti è probabilmente quello del confronto che ebbe con il filosofo conservatore canadese Jordan Peterson, che si tenne nel 2019 di fronte a una folla di tremila persone. Definito da molti «il dibattito del secolo», secondo gran parte degli esperti fu vinto da Žižek.
Uno dei motivi per cui è così popolare, secondo Zupančič, è che per Žižek cultura pop e teoria non sono mai state cose separate: usare Kung Fu Panda per spiegare Hegel non è una concessione al pubblico, è parte del metodo. «Se vuoi analizzare i fenomeni più complessi della realtà, devi guardare alla cultura popolare», dice. «Non è che prima fai la teoria seria e poi ci aggiungi qualche barzelletta per alleggerire».
È un metodo che funziona, e che attira un pubblico anche molto giovane. «Non lo trovano tramite la scuola o l’università: lo scoprono sui social network, tramite clip e video di quest’uomo con un accento buffo e un’enorme energia, e che fa spesso riferimenti a prodotti culturali che loro conoscono, come un blockbuster appena uscito o una serie tv. Dà l’impressione di essere una persona molto autentica», spiega Bar-El, il sociologo. «Non sono tanti gli intellettuali che sono capaci di raggiungerli in maniera così organica». Oltre a moltissimi meme e video, esistono anche documentari, giornali accademici e addirittura libri di barzellette dedicati al suo lavoro.
La fama, comunque, ha i suoi costi, soprattutto quella online: specialmente negli ultimi anni, Žižek è stato oggetto di critiche accese. Non solo dalla destra, che lo ha sempre considerato un pericoloso marxista e lo accusa di essere un personaggio macchiettistico. Ma anche dalla sinistra: hanno provocato un acceso dibattito le sue posizioni critiche sulla cosiddetta ideologia “woke” e sugli approcci più progressisti alla questione dei diritti delle persone trans, compresi i trattamenti con i bloccanti della pubertà per i minorenni. Negli ultimi anni poi Žižek ha criticato quella sinistra radicale che ha mantenuto posizioni indulgenti verso la Russia di Vladimir Putin, e ha sostenuto in più occasioni la necessità di aiutare militarmente l’Ucraina.
Questo livello di esposizione ha conseguenze anche sul piano personale, dice Dolar. «È uno stile di vita molto stancante. Sul palco dà veramente il meglio di sé, e spesso finisce a produrre nuove idee e collegamenti lì, sul momento. Ma poi è davvero esausto».



