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  • Mercoledì 1 aprile 2026

Il lungo viaggio dell’Iraq per tornare ai Mondiali

Le 20 partite contro squadre asiatiche, e le tante ore di strada e di volo prima di giocare e vincere la 21esima

(Ali Makram Ghareeb/Anadolu via Getty Images)
(Ali Makram Ghareeb/Anadolu via Getty Images)
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Nella notte italiana tra il 31 marzo e l’1 aprile l’Iraq si è qualificato per i Mondiali maschili di calcio del 2026: parteciperà al torneo per la seconda volta nella sua storia, dopo l’edizione del 1986. Lo ha fatto dopo aver battuto 2-1 la Bolivia nello spareggio intercontinentale giocato a Guadalajara, in Messico. E già arrivarci, proprio dal punto di vista della logistica, è stato un risultato importante.

A causa della guerra in Iran, infatti, c’erano dubbi sul fatto che la squadra – in cui giocano diversi calciatori del campionato iraniano – sarebbe riuscita a lasciare il paese per raggiungere il Messico. L’8 marzo la Federazione calcistica irachena aveva chiesto alla FIFA, la Federazione del calcio mondiale, di rinviare la partita.

Come ha scritto Arab News, la FIFA aveva proposto all’Iraq un viaggio via terra dalla capitale Baghdad a Istanbul, in Turchia, che avrebbe richiesto venticinque ore. Le autorità irachene hanno poi studiato un percorso alternativo, e comunque complesso, per arrivare via terra fino ad Amman, in Giordania, e da lì prendere un volo privato per il Messico.

La nazionale dell’Iraq ha iniziato il suo viaggio verso l’ultima gara delle qualificazioni mondiali il 19 marzo, raggiungendo l’aeroporto internazionale di Amman dopo 15 ore. Da lì, dopo nove ore di attesa, ha preso un volo verso Lisbona e dopo un altro paio d’ore di scalo un altro volo ancora, transoceanico, verso Monterrey, in Messico.

Va detto che tutto il percorso di qualificazione ai Mondiali è stato lungo ed estenuante: con 21 partite disputate, compresa quella di martedì contro la Bolivia, l’Iraq è la squadra che ne ha giocate di più.

La prima risale al 16 novembre 2023, una vittoria per 5-1 contro l’Indonesia, nella prima gara di un girone che includeva anche le Filippine e il Vietnam. L’Iraq ha ottenuto sei vittorie su sei, accedendo a un nuovo girone a sei squadre, che si è svolto tra il settembre del 2024 e il giugno del 2025, e in cui è arrivato terzo dietro a Corea del Sud e Giordania.

Nella fase successiva delle qualificazioni asiatiche, a cui ha avuto accesso grazie al suo terzo posto nel girone precedente, l’Iraq è arrivato secondo dietro all’Arabia Saudita e davanti all’Indonesia. Nel novembre del 2025 ha poi vinto contro gli Emirati Arabi Uniti un primo spareggio, anche in quel caso asiatico e non ancora intercontinentale.

I festeggiamenti l’1 aprile a Baghdad, Iraq (Murtadha Al-Sudani/Anadolu via Getty Images)

In tutto questo, la squadra ha anche cambiato allenatore. Il 27 marzo 2025, due giorni dopo l’inaspettata sconfitta contro la Palestina, lo spagnolo Jesús Casas era stato esonerato e sostituito con l’australiano Graham Arnold.

Il calcio è di gran lunga lo sport più popolare in Iraq, e la politica locale ha deciso di investire molto nella qualificazione ai Mondiali, soprattutto per ragioni simboliche.

«A livello internazionale, la gente non sa nulla riguardo all’Iraq. Ne sentono il nome e pensano a Saddam Hussein o al terrorismo» ha detto a The Athletic Hassanane Balal, che conduce The Iraq Football Podcast: «Qualificarsi al Mondiale e mostrare un volto diverso, positivo, dell’Iraq, sarebbe qualcosa di enorme».

La storia politica dell’Iraq è stata molto turbolenta negli ultimi decenni. Tra il 1979 e il 2003, il paese è stato governato in modo autoritario da Saddam Hussein, che fece molto leva sul calcio per aumentare il proprio consenso. Durante il suo governo, nel 1986 l’Iraq raggiunse la prima qualificazione ai Mondiali, dove fu però eliminato al primo turno, perdendo contro Paraguay, Belgio e Messico. L’attaccante Ahmed Radhi segnò l’unico gol iracheno della storia dei Mondiali, nella sconfitta per 2-1 contro il Belgio, e nel 1988 fu poi premiato con il Pallone d’Oro asiatico.

Radhi giocava all’epoca per l’Al-Rasheed di Baghdad, la squadra del regime. Era stata fondata nel 1983 da Uday Hussein, il figlio di Saddam, che si era preso i migliori calciatori del paese arrivando anche, nel 1989, alla finale del corrispettivo asiatico della Champions League. L’anno successivo Saddam Hussein decise di sciogliere la squadra, che era continuamente oggetto di contestazioni proprio per i suoi legami con il governo.

Tuttavia, il rapporto tra il regime e il calcio non svanì: Uday Hussein rivestì le cariche di presidente del Comitato olimpico iracheno e della Federazione calcistica, con minacce e torture ai calciatori in caso di risultati da lui ritenuti deludenti.

Uday fu ucciso durante l’invasione statunitense del 2003, che mise fine al regime di Saddam. Da lì in avanti, però, l’Iraq si è ritrovato in una fase di instabilità che dura ancora, segnata in particolare dalla guerra civile iniziata nel 2013 dopo il ritiro delle truppe statunitensi e con l’ascesa dell’ISIS. Questa situazione ha bloccato i progressi del calcio iracheno, che nel 2007 aveva vinto a sorpresa la sua prima Coppa d’Asia.

A partire dal 2018, con l’indebolimento dell’ISIS, le autorità irachene hanno cercato di recuperare il terreno perso a livello sportivo. La persona scelta per rilanciare le ambizioni calcistiche del paese è stata Adnan Dirjal, ex difensore e detentore del record di presenze in Nazionale, nonché uno dei giocatori simbolo dell’Al-Rasheed. Nonostante sia stato a lungo ritenuto una figura molto legata al regime di Saddam, nel 2020 è stato nominato ministro dello Sport nel governo di Mustafa Al-Kadhimi, che era stato invece uno dei più importanti dissidenti politici iracheni. Un anno dopo, Dirjal è stato chiamato a guidare la Federazione calcistica locale.

Il suo progetto è stato ispirato fin da subito al modello spagnolo, come ha dimostrato la scelta di Casas per allenare la Nazionale. Ma sono anche stati stipulati accordi di collaborazione con la Liga, il campionato spagnolo, e con club come il Leganés e l’Espanyol, che ha aperto delle scuole calcio a Baghdad, Bassora e Mosul. Soprattutto, nel 2023, il campionato iracheno è diventato un torneo professionistico.

La Federazione, quindi, ha ampliato la rete di scouting della nazionale per cercare di convincere i giocatori figli della diaspora a rappresentare il paese. Tredici dei ventisei convocati da Arnold per lo spareggio contro la Bolivia sono nati o almeno cresciuti all’estero, prevalentemente in Europa. Il più noto è Zidane Iqbal, centrocampista ventiduenne dell’Utrecht, nei Paesi Bassi, nato nel Regno Unito e cresciuto nel settore giovanile del Manchester United.

Ma il giocatore simbolo è l’attaccante Aymen Hussein, trentenne originario della zona di Kirkuk, che nel 2014 fu assaltata dell’ISIS. Il padre di Hussein, un militare, era stato ucciso nel 2008 dal gruppo terroristico al Qaida, poi il fratello maggiore del giocatore è stato rapito e presumibilmente ucciso dall’ISIS. Il resto della famiglia ha dovuto lasciare la regione e rifugiarsi a Baghdad, dove Hussein ha iniziato a giocare con l’Al-Naft. In seguito ha giocato in Tunisia, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Marocco, ma dall’estate del 2025 è tornato in Iraq.

Il prossimo 16 giugno, l’Iraq debutterà nel Mondiale a Foxborough, vicino a Boston, contro la Norvegia, una delle squadre più attese del torneo. Il girone in cui è stato inserito è abbastanza proibitivo, sulla carta, data la presenza anche della Francia, vice campione del mondo, e del Senegal, vice campione (o campione: la questione è ancora incerta) d’Africa.