Il governo ha deciso di rimediare allo sgarbo a Confindustria

Ridandole i fondi per le misure di Transizione 5.0, che le aveva prima promesso e poi tolto senza preavviso, con un discreto pasticcio

Al centro il presidente di Confindustria Emanuele Orsini durante il l'incontro tra il governo e le associazioni delle imprese sulla questione di Transizione 5.0, l'1 Aprile 2026 a Roma (Roberto Monaldo / LaPresse)
Al centro il presidente di Confindustria Emanuele Orsini durante il l'incontro tra il governo e le associazioni delle imprese sulla questione di Transizione 5.0, l'1 Aprile 2026 a Roma (Roberto Monaldo / LaPresse)

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha annunciato che ha trovato nuovi fondi per finanziare le misure del programma Transizione 5.0, che comprende una serie di sgravi fiscali molto apprezzati dalle imprese e finiti qualche giorno fa al centro del primo grosso contrasto tra il governo di Giorgia Meloni e Confindustria. La polemica era iniziata sabato, dopo che il governo aveva deciso improvvisamente di tagliare gli sgravi già promessi lo scorso anno, dicendo che in questo momento servono soldi per finanziare le misure urgenti per contrastare gli effetti della guerra in Medio Oriente.

Confindustria, tra le più influenti associazioni delle imprese in Italia, si era molto risentita, e per la prima volta dall’insediamento del governo aveva fatto una serie di dichiarazioni molto piccate, in cui di fatto diceva che per le imprese è molto grave non potersi fidare di cosa dice e promette il governo, soprattutto su misure già approvate. Sono seguiti giorni molto tesi tra l’associazione e il governo, che però alla fine mercoledì ha convocato un incontro con i rappresentanti delle imprese. A questi ha detto di aver trovato di nuovo i fondi promessi e poi tolti, risolvendo così la questione: 1,3 miliardi di euro, che erano quelli già stanziati lo scorso anno dalla legge di bilancio e tagliati in parte nei giorni scorsi, più ulteriori 200 milioni.

A livello politico questo screzio è avvenuto in un momento di grave difficoltà per il governo, alle prese con le conseguenze della guerra in Medio Oriente e con la sconfitta al referendum sulla giustizia: perdere l’appoggio degli industriali per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarebbe stato un ulteriore problema. Nonostante si possa ora considerare una polemica archiviata, la vicenda però è emblematica di come il governo abbia gestito male tutto quello che riguarda le misure per le aziende, che in questi anni hanno sempre lamentato la sua scarsa visione in materia pur senza lasciarsi andare ad accuse e dichiarazioni più stizzite, anche in virtù dell’ottimo rapporto personale tra il presidente dell’associazione Emanuele Orsini e Meloni.

Ma nel pieno della crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente, che rischia di mettere davvero in difficoltà l’economia, probabilmente la tolleranza si era ridotta, anche perché gran parte dei problemi derivano soprattutto dall’inadeguatezza del ministro Urso, che intorno alle misure di Transizione 5.0 aveva già combinato in passato grossi pasticci.

Un incontro al ministero delle Imprese tra il governo e le associazioni delle imprese, lo scorso novembre: inquadrati in primo piano ci sono a sinistra il ministro Adolfo Urso e a destra il presidente di Confindustria Emanuele Orsini (Roberto Monaldo / LaPresse)

Senza entrare nei dettagli delle misure molto tecniche di Transizione 5.0, basta sapere che prevedono un credito di imposta per le imprese che promuovono investimenti in linea con gli obiettivi di transizione energetica. Il credito di imposta funzionava così: se un’azienda voleva comprare dei nuovi macchinari, e lo faceva certificando che coi nuovi strumenti avrebbe ridotto i consumi energetici da fonti fossili o le emissioni dannose per l’ambiente, otteneva uno sconto su alcune tasse, per compensare la spesa nella nuova attrezzatura. Molte aziende hanno potuto permettersi e programmare questi investimenti proprio perché sapevano che in qualche modo avrebbero ottenuto indietro dal governo quei soldi.

Sembra tutto piuttosto lineare, ma l’attuazione di Transizione 5.0 è stata un disastro. Il governo ci ha messo molto tempo a stabilire le procedure per le richieste, e quando lo ha fatto erano così cervellotiche che molte imprese avevano rinunciato a fare domanda. Poi le ha ricambiate in corsa per rendere tutto più agevole, ma proprio quando le imprese avevano iniziato a prendere dimestichezza con le nuove procedure il governo ha deciso a sorpresa di ridurre gli stanziamenti. Questo è successo lo scorso novembre, quando a quel punto a ridosso delle ultime scadenze si creò una corsa per accaparrarsi i pochi soldi che rimanevano.

Molte imprese alla fine rimasero fuori. Si creò molta confusione, che il governo tentò di risolvere promettendo di trovare le risorse per tutti. Invitò quindi le aziende a fare domanda lo stesso, tanto i soldi a un certo punto sarebbero arrivati. Alla fine mancavano nel complesso 1,65 miliardi di euro per quelle aziende che furono definite le «esodate» di Transizione 5.0: con l’ultima legge di bilancio ne ha stanziati 1,3, da utilizzare nel 2026.

Venerdì però il governo si era rimangiato la promessa: aveva stabilito che le aziende «esodate» avrebbero avuto come credito di imposta solo il 35 per cento di quello che aveva promesso loro, dunque “appena” 537 milioni di euro. A soli cinque giorni di distanza i fondi necessari sono stati di nuovo trovati, chiudendo così il secondo disguido in pochi mesi su Transizione 5.0. Non è chiaro da cosa li abbia tolti, visto che in origine il governo aveva proprio detto che le risorse sottratte sarebbero servite a finanziare le misure per contrastare la guerra in Medio Oriente, tra cui la problematica sospensione di parte delle accise sui carburanti. In una dichiarazione a margine dell’incontro il ministro per gli affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione Tommaso Foti ha detto che derivano «da un po’ di sacrifici» fatti altrove.

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