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  • Martedì 31 marzo 2026

Perché Trump ha permesso a una petroliera russa di arrivare a Cuba?

Nonostante il blocco imposto dagli stessi Stati Uniti: c'entra la crisi energetica nell'isola, ma anche la guerra in Medio Oriente

Persone al buio a L'Avana, Cuba, 21 marzo 2026 (AP Photo/Ramon Espinosa)
Persone al buio a L'Avana, Cuba, 21 marzo 2026 (AP Photo/Ramon Espinosa)
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Lunedì la petroliera russa Anatoly Kolodkin è arrivata a Cuba. È la prima a raggiungere l’isola dopo quasi tre mesi di blocco imposto dagli Stati Uniti, che avevano minacciato dazi contro qualsiasi paese avesse inviato carburante verso il territorio cubano. L’obiettivo esplicito del presidente statunitense Donald Trump è mettere in grossa difficoltà l’economia di Cuba e provocare la caduta del regime che la governa dal 1959. Quindi: perché Trump ha permesso alla petroliera di aggirare il blocco che lui stesso aveva imposto?

Ci sono varie possibili spiegazioni. La prima è che il governo statunitense voglia sì fare pressioni sull’economia cubana, ma non voglia farla collassare del tutto. L’obiettivo di Trump infatti non è quello di ritrovarsi uno stato fallito vicino al proprio territorio, ma di costringere Cuba ad aprirsi all’iniziativa economica privata. E bloccare del tutto l’arrivo di carburante sul lungo periodo potrebbe significare il collasso totale dell’economia nazionale.

Trump ha definito la sua decisione di far arrivare la petroliera un gesto umanitario. Ha detto: «Se un paese vuole inviare del petrolio a Cuba in questo momento, non ho alcun problema. Che si tratti della Russia o di qualsiasi altro paese». Lo stesso Trump ha però riconosciuto che l’arrivo di una petroliera non cambierà le cose a Cuba, che sta attraversando una grave crisi energetica (in aggiunta a una gravissima crisi sociale ed economica): consente solo di guadagnare qualche settimana prima che le riserve locali si esauriscano.

Secondo Trump «Cuba è finita»: «Hanno un regime pessimo. Hanno una leadership corrotta e pessima, e che riescano o meno a trovare una nave carica di petrolio, non farà alcuna differenza».

Sull’isola il carburante ormai è introvabile, ci sono blackout quotidiani che durano anche tutto il giorno. Alcuni aiuti umanitari sono rimasti fermi nei magazzini perché i camion non hanno gasolio per distribuirli, mentre le aziende agricole sono in crisi perché non possono usare trattori e altri macchinari. Alcune centrali elettriche sono state chiuse per mancanza di carburante, le università hanno rimandato a casa gli studenti e gli ospedali hanno rinviato tutti gli interventi chirurgici tranne quelli urgenti.

La decisione sulla petroliera Anatoly Kolodkin non è quindi da interpretare come un cambio di linea politica dell’amministrazione Trump nei confronti di Cuba, come ha ribadito anche Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca. E nemmeno come un gesto umanitario e basta. È piuttosto un compromesso per evitare conseguenze peggiori.

C’è una seconda spiegazione da tenere a mente, per capire la mossa statunitense: spiegazione che potrebbe essere anche complementare alla prima. Cioè che la guerra in corso in Medio Oriente, su cui Trump non sembra avere per nulla le idee chiare, abbia ritardato i piani dell’amministrazione americana verso Cuba.

Più volte nelle ultime settimane Trump ha detto che si sarebbe «occupato di Cuba» una volta finito di «occuparsi dell’Iran». La retorica aggressiva verso Cuba si era intensificata dopo la cattura di Nicolás Maduro, ex presidente del Venezuela, con cui Trump si era assicurato l’insediamento di una presidente più conciliante verso gli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda la gestione del petrolio venezuelano: Trump vorrebbe che anche a Cuba si insediasse un governo più amichevole verso gli Stati Uniti. L’impegno militare contro l’Iran potrebbe però avere complicato i suoi piani e averlo convinto a rimandare successive operazioni almeno fino a che continuerà la guerra in Medio Oriente.

Un’altra ipotesi che potrebbe spiegare l’arrivo della petroliera a Cuba ha a che fare con una controversia tra Cuba e Stati Uniti che riguarda l’ambasciata statunitense a L’Avana. Il 20 marzo il Washington Post aveva scritto che il regime cubano aveva rifiutato una richiesta dell’ambasciata di importare gasolio esclusivamente per i propri generatori, rendendo concreta la possibilità che il personale della missione diplomatica dovesse lasciare il paese.

Lunedì il Dipartimento di Stato americano ha detto di aver raggiunto un accordo con il governo cubano per la fornitura di carburante ai generatori dell’ambasciata: l’arrivo della petroliera russa e un possibile cambio di politica da parte del governo cubano sulle importazioni private di petrolio potrebbe rientrare in questo accordo.

– Leggi anche: A Cuba le persone sono esasperate, e protestano un po’ di più

Alcuni funzionari cubani avrebbero confermato al Wall Street Journal di essere disposti a concedere licenze a lungo termine per la gestione dei serbatoi di stoccaggio alle aziende statunitensi, consentendo loro di mantenere la proprietà del carburante, la supervisione delle vendite e la gestione dei pagamenti all’estero senza passare dalle banche cubane. Questo aprirebbe di fatto la strada a una parziale privatizzazione del mercato interno dei carburanti, decisione compatibile con gli obiettivi statunitensi.

Se i due governi daranno il via libera a un accordo di questo tipo la Vanguard Energy, un operatore commerciale nel settore petrolifero ed energetico, sarebbe pronta a portare a Cuba 200mila barili di carburante al mese. Vanguard Energy avrebbe anche già richiesto una licenza che le consentirebbe di rifornire le organizzazioni umanitarie e le ambasciate straniere all’Avana, che attualmente devono acquistare il carburante dal governo. Un’ulteriore licenza richiesta autorizzerebbe le esportazioni destinate al sistema ospedaliero pubblico, duramente colpito dalla crisi.