I commenti sui social possono costare caro

Un giornalista è stato condannato a pagare 33mila euro per non averli rimossi sotto un suo post: sul caso deve pronunciarsi la Cassazione

(Cecilia Fabiano/LaPresse)
(Cecilia Fabiano/LaPresse)

Il 10 aprile la Cassazione si pronuncerà sul caso del giornalista Fabio Butera, condannato in primo e secondo grado a pagare 33mila euro per i commenti fatti da altri sotto un suo post pubblicato su Facebook, un post che quelle stesse sentenze hanno giudicato non diffamatorio. Butera aveva criticato un articolo del Giornale di Vicenza su una vicenda che riguardava alcuni richiedenti asilo e che era stata strumentalizzata da molti politici, compreso il ministro e segretario della Lega Matteo Salvini.

Tutto era cominciato nel 2018. Secondo il Giornale di Vicenza il 6 agosto una ventina di richiedenti asilo ospitati nel centro culturale San Paolo di Vicenza, gestito dalla cooperativa Cosep, sarebbe andata alla questura della città per protestare e chiedere «Sky per potersi guardare il campionato di calcio», in aggiunta a pasti più vari, aria condizionata e «carte d’identità». Dopo essere stata diffusa sui social network, la notizia venne condivisa da vari politici e ripresa dai siti di alcuni giornali, tra cui il Corriere del Veneto, una pagina locale del Corriere della Sera, e dal Giornale.

La prima smentita la fece proprio Butera, che su Facebook raccontò di essersi insospettito leggendo l’articolo originale e di aver chiamato la questura della città e poi la prefettura: la questura non confermò alcuna protesta da parte dei richiedenti asilo e la prefettura confermò che le richieste arrivate tramite la cooperativa erano relative ai certificati di residenza.

Butera registrò le telefonate fatte alla questura e alla prefettura. Prima di scrivere pubblicamente sui propri social, inoltre, aveva anche contattato l’autore dell’articolo: quello gli aveva spiegato di aver appreso la notizia da una fonte confidenziale e di non aver avuto tempo di sentire direttamente le persone migranti coinvolte.

Dopo il post di Butera, in cui non veniva comunque fatto il nome del cronista coinvolto, sia il Corriere della Sera che il Fatto Quotidiano fecero le stesse verifiche arrivando alle medesime conclusioni di Butera. Nonostante le smentite e le richieste di rettifica, il Giornale di Vicenza non corresse l’articolo originale, ma ne pubblicò uno nuovo che sostanzialmente ripeteva le stesse cose del primo, sostenendo che fossero informazioni confermate dalla questura.

Mesi dopo, riprendendo quella storia, la questura di Vicenza diffuse una nota in cui affermava che tra le rivendicazioni dei richiedenti asilo c’era anche l’accesso a piattaforme televisive. Con questo nuovo documento il cronista del quotidiano vicentino querelò Butera.

Nell’aprile del 2023 il tribunale di Verona (il Giornale di Vicenza è parte del Gruppo Editoriale Athesis che ha sede, appunto, a Verona) stabilì con una sentenza che il post di Butera non era diffamatorio ma formalmente corretto perché risultato di una ricerca documentata.

Lo stesso tribunale però lo condannò a pagare 33mila euro, cioè il risarcimento più le spese legali, per non aver rimosso alcuni commenti scritti da terzi sotto il suo post: Butera disse di non averli letti, ma i giudici ritennero che il fatto di aver condiviso sulla propria bacheca, due giorni dopo, altri contenuti sulla stessa vicenda, costituisse una prova sufficiente dell’avvenuta lettura di tutti i commenti e della volontà di mantenerli. La Corte d’appello di Venezia confermò la sentenza di primo grado e Butera presentò ricorso in Cassazione. I giudici si pronunceranno il 10 aprile.

Nel frattempo Butera ha fatto notare che il Giornale di Vicenza non ha mai cancellato i commenti rimasti sotto il suo articolo originale, alcuni dei quali, a otto anni di distanza, «sono dello stesso tenore di quelli» che a lui «sono costati 33mila euro». Anche sotto il post dell’europarlamentare della Lega Mara Bizzotto, che riprendeva la notizia sui richiedenti asilo che pretendevano di avere Sky, sono tuttora presenti molti commenti dello stesso tenore di quelli contestati a Butera.

Butera sostiene poi di non aver mai letto quelle centinaia di commenti al suo post, precisando che nessuno gli ha mai chiesto di rimuoverli. E aggiunge: «Avrei dovuto controllare quello che succedeva nella mia pagina Facebook? Non mi risulta che alcuna norma imponga quest’obbligo. La legge infatti lo prevede solo per le testate giornalistiche». Secondo l’interpretazione di alcune sentenze della Cassazione, però, è sufficiente la prova della lettura per essere considerati responsabili. Cosa che lui comunque contesta: «Nessun elemento suggerisce che io abbia partecipato o interagito con quei commenti, ma nemmeno che io quei commenti li abbia letti: non c’è mai un mio intervento, un like di adesione».

Infine Butera si chiede come si sarebbe dovuto comportare con questi commenti fatti da altri, commenti che comunque non facevano mai il nome del cronista coinvolto, non contenevano minacce e non degeneravano in violenza personale: «Visto che in questi commenti non ci sono né messaggi violenti né minacce, in base a quale principio avrei dovuto censurare le libere valutazioni di terzi sotto un post di cui ero certo della rilevanza e della accuratezza?». E aggiunge: «Secondo i giudici, avrei dovuto preventivamente e genericamente dissociarmi da qualsiasi commento offensivo? Sarei stato in quel caso “protetto” dalla condanna? Infine, perché se questi commenti sono stati considerati diffamatori non si è proceduto a fare causa direttamente agli autori?».