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  • Domenica 29 marzo 2026

L’hockey su ghiaccio italiano ha un’occasione

Il successo delle Olimpiadi può essere sfruttato per far crescere uno sport ancora poco diffuso, partendo dalla città che ha ospitato le partite

di Michele Pelacci

Le giocatrici dell'Italia all'Arena Santa Giulia di Milano dopo la vittoria per 4-1 contro la Francia nella partita di esordio delle Olimpiadi (Andy Cheung/Getty Images)
Le giocatrici dell'Italia all'Arena Santa Giulia di Milano dopo la vittoria per 4-1 contro la Francia nella partita di esordio delle Olimpiadi (Andy Cheung/Getty Images)

A ormai un mese e mezzo di distanza, si può dire che le partite olimpiche di hockey su ghiaccio alle Olimpiadi di Milano Cortina sono state un successo. Non era scontato, visti i lavori terminati all’ultimo minuto all’Arena Santa Giulia. A livello internazionale l’hockey ha vissuto settimane di visibilità e attenzioni; il commissioner (una sorta di presidente) della NHL, Gary Bettman, ha parlato di «ondata di entusiasmo post-olimpico». Con le dovute proporzioni riguarda anche l’Italia, dove si è parlato di «febbre per l’hockey». Sono premesse da cui l’hockey italiano deve partire per crescere e ampliare i suoi orizzonti.

Al successo delle Olimpiadi hanno contribuito il ritorno dei giocatori della NHL (il campionato nordamericano e il più competitivo al mondo), che mancavano dall’edizione di Sochi 2014, e due finali combattute e spettacolari, entrambe vinte per 2 a 1 dagli Stati Uniti contro il Canada ai supplementari. Le nazionali italiane, poi, sono andate meglio del previsto, e queste buone prestazioni hanno contribuito a generare interesse.

La nazionale femminile ha vinto 2 partite, segnato 9 gol (in tutta la sua storia olimpica ne aveva fatto solo uno) e ha raggiunto i quarti di finale, dove non era mai arrivata ed è stata eliminata dagli Stati Uniti. Gli uomini, invece, pur non avendo vinto alcuna partita, hanno stupito per il modo di difendere caparbio e organizzato: il portiere Damian Clara, per esempio, ha parato 133 tiri in quattro partite ed è stato una delle rivelazioni del torneo.

Si è parlato di hockey a Milano Cortina 2026 anche per le maglie delle nazionali, diventate di gran moda. Soprattutto, l’Italia dell’hockey su ghiaccio ha potuto giocare tante partite davanti a migliaia di spettatori, godendo di ore di diretta su televisioni internazionali e pubbliche (come quasi mai accade) e coinvolgendo un pubblico che non segue abitualmente lo sport.

In Italia l’hockey su ghiaccio è praticato in poche regioni, in particolar modo in Trentino-Alto Adige e in Veneto, e in alcune altre città del nord, come Aosta o Varese. Compresi i settori giovanili, a livello competitivo ci giocano poco più di 5mila persone.

Le squadre maschili più forti, Bolzano e Val Pusteria, non giocano nel campionato italiano ma nell’ICE Hockey League, un campionato a cui partecipano le migliori squadre austriache e altre squadre non-austriache. Con oltre 3mila spettatori a partita, Bolzano e Val Pusteria sono le due squadre più seguite in Italia.

Merano, Asiago, Cortina e Selva di Val Gardena sono altre cittadine altoatesine o venete con squadre maschili forti: giocano nella Alps Hockey League, un campionato sovranazionale di livello un po’ più basso. Le uniche squadre del campionato italiano maschile (Italian Hockey League o IHL) a superare gli 800 spettatori a partita sono Varese, Feltre, Valpellice e Alleghe, numeri in crescita anche prima delle Olimpiadi. Nell’hockey femminile invece c’è solo un campionato, l’Italian Hockey League Women, a cui sono iscritte 7 squadre, tra cui le Eagles Bolzano che hanno vinto gli ultimi 5 Scudetti.

La maggior parte sono squadre “delle valli”, come le chiamano gli addetti ai lavori, molto tifate dalle persone del luogo ma con un limitato bacino di potenziali tifosi. «Abbiamo bisogno di mantenere la tradizione nelle valli e avere più sbocchi in centri cittadini importanti, dove i numeri possono aiutarci a far esplodere questo sport» dice al Post Giorgio De Bettin, assistente allenatore della nazionale italiana maschile di hockey.

La grande città con maggior tradizione è Milano. L’Hockey Club Milano vinse 15 campionati italiani tra anni Venti e anni Cinquanta, i Devils Milano hanno avuto una breve ma notevole storia negli anni Novanta legata a Silvio Berlusconi. L’ultima squadra a giocare (e vincere) nel massimo campionato italiano fu quella dei Vipers, poi rifondata come Milano Bears. Ancora oggi c’è una certa passione popolare.

Nonostante le Olimpiadi invernali, tuttavia, a Milano manca un impianto moderno e funzionante per molti mesi dell’anno. Le due arene impiegate per i tornei di hockey su ghiaccio a Milano Cortina 2026, ovvero quelle di Santa Giulia e Rho Fiera, non avranno impieghi sportivi in futuro.

La Federazione Italiana Sport del Ghiaccio (FISG, che gestisce l’hockey in Italia) sta cercando di «valorizzare l’entusiasmo generato dai Giochi Olimpici». Nel concreto, si parla di una nuova struttura temporanea nell’area di Rho Fiera, in cui potrebbe giocare una nuova squadra milanese di hockey di alto livello. La si potrebbe iscrivere in ICE Hockey League già per la stagione 2026-2027, ma i tempi stringono.

Giocatori dei Milano Vipers esultano per la vittoria nella prima partita della finale Scudetto del 2005 contro Cortina (Marco Lussoso/LaPresse)

Stadio a parte, creare una squadra di hockey non è un’impresa da poco. Servono circa 25 giocatori, a cui vanno aggiunti tre o quattro allenatori, due attrezzisti, almeno un medico, due fisioterapisti e altre figure dello staff. L’hockey è uno sport che necessita di infrastrutture costose: mantenere ghiacciate piste da hockey per molti mesi l’anno è difficile soprattutto per i comuni più piccoli. «C’è grande passione e le amministrazioni locali fanno i salti mortali per tenere gli stadi del ghiaccio aperti» dice De Bettin. Buona parte dei bambini e delle bambine che cominciano a pattinare, poi, lo fa perché gli stadi del ghiaccio sono vicini e accessibili, e in famiglia si tramanda la passione per l’hockey.

È uno sport praticato in maniera competitiva da pochi paesi nel mondo, circa 30, per prevedibili ragioni ambientali e climatiche. Ad alto livello è sempre più professionale, e sta aumentando la differenza tra chi lo pratica per lavoro e chi lo fa per passione. Se nella ICE Hockey League, per esempio, giocano solo professionisti, già nella Alps Hockey League la maggior parte dei giocatori ha anche un altro lavoro. Sono infine quasi tutti di fatto amatori, che si allenano la sera e al più percepiscono un esiguo rimborso spese, i giocatori dell’Italian Hockey League.

Secondo De Bettin, che ha alle spalle una lunga carriera da giocatore, allenatore e dirigente, una delle questioni riguarda lo sviluppo del talento. Ce ne sarebbero tanti, visto che «come tecnica individuale i giovani di oggi sono molto più forti di una volta», ma non è facile far diventare un ragazzo di talento un professionista di alto livello. Spiega De Bettin che «non abbiamo una struttura così professionale: dal punto di vista economico, tanti ragazzi sono costretti a decidere se continuare a studiare, andare a lavorare o continuare a giocare a hockey, ma con stipendi ridottissimi».

La due nazionali italiane hanno parecchi giocatori «di scuola hockeystica canadese», come la chiama De Bettin, ovvero giocatori nati e cresciuti a livello tecnico in Canada, che hanno il doppio passaporto e, dopo aver giocato 16 mesi consecutivi in Italia, possono giocare per l’Italia. Non sono invece molti i giocatori o le giocatrici che hanno fatto tutta la trafila giovanile qui. Lo stesso Damian Clara è nato a Brunico nel 2005, ha iniziato a giocare nelle giovanili del Val Pusteria ma a 14 anni si è trasferito a Salisburgo, in Austria, e poi in Svezia, dove tuttora gioca.

Altri giovani italiani si stanno facendo notare in giro: Tommy Purdeller ha vinto il premio di giovane dell’anno in ICE Hockey League e la 25enne trentina Nadia Mattivi giocherà in PWHL, la più importante lega femminile professionistica al mondo, che si svolge tra Stati Uniti e Canada.

Per migliorare il livello dei settori giovanili italiani, De Bettin e gli esperti colleghi Stefan Mair e Torgny Bendelin hanno avviato – col supporto della FISG – l’Italian Hockey Development Program (IHDP). Consiste soprattutto nel fornire linee guida e indicazioni tecniche agli allenatori dei settori giovanili. «Il futuro dell’hockey italiano è in mano ai formatori [dei giovani giocatori] di oggi» ha detto Stefan Mair, a lungo giocatore e allenatore.

La FISG, negli ultimi anni, ha aiutato i club in vari modi, per esempio installando telecamere “intelligenti” sui soffitti di decine di palazzetti del ghiaccio, per riprendere e monitorare tutte le partite. Un software chiamato Team Account rende più semplice estrapolare dati riguardo ai movimenti dei giocatori e del disco, per esempio, e osservare i video della partita affinché i giocatori possano capire cosa migliorare.

La messa in onda delle partite è un altro tema importante, secondo De Bettin. L’hockey segue dinamiche piuttosto uniche tra gli sport di squadra: i giocatori si muovono veloci sui pattini, il disco (grande più o meno quanto un mandarino) va anche a 150 km/h, le sostituzioni avvengono senza che il gioco si fermi. Seguire in televisione tutto ciò che accade, «se non ci sono telecamere giuste e operatori esperti, può risultare molto complesso», dice De Bettin.

Sono settimane importanti per l’hockey, a tutti i livelli. Stanno per cominciare le fasi finali della NHL, i Mondiali (l’Italia maschile deve evitare la retrocessione dal Mondiale di prima fascia, mentre quella femminile può vincere quello “di Serie B”, diciamo) e le partite decisive dei rispettivi campionati per le più forti squadre italiane.