Confindustria ora è molto arrabbiata col governo
E lo ha fatto presente in un incontro col ministro Giorgetti: c'entra una promessa che il governo si è rimangiato, addirittura due volte

Sabato durante un incontro organizzato dal think tank The European House Ambrosetti a Villa d’Este, a Cernobbio, sul lago di Como, c’è stato un notevole battibecco tra Confindustria, la più importante associazione italiana delle imprese, e il governo italiano, rappresentato dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Al centro della polemica c’è una decisione presa dal governo venerdì, quando il consiglio dei Ministri ha annunciato a sorpresa il sostanziale depotenziamento di una serie di incentivi fiscali molto apprezzati dalle aziende, quelli del cosiddetto programma Transizione 5.0.
Già lo scorso novembre questi incentivi erano stati oggetto di un discreto pasticcio da parte del governo, che aveva prima definanziato e poi dovuto riattivare queste misure. Dopo solo qualche mese, ci risiamo.
Senza entrare troppo nei dettagli delle misure molto tecniche di Transizione 5.0, basta sapere che prevedono un credito di imposta per le imprese che promuovono investimenti in linea con gli obiettivi di transizione energetica. Il credito di imposta funzionava così: se un’azienda voleva comprare dei nuovi macchinari, e lo faceva certificando che coi nuovi strumenti avrebbe ridotto i consumi energetici da fonti fossili o le emissioni dannose per l’ambiente, otteneva uno sconto su alcune tasse, per compensare la spesa nella nuova attrezzatura. Molte aziende hanno potuto permettersi e programmare questi investimenti proprio perché sapevano che in qualche modo avrebbero ottenuto indietro dal governo quei soldi.
Sembra tutto piuttosto lineare, ma l’attuazione di Transizione 5.0 è stata un disastro. Il governo ci ha messo molto tempo a stabilire le procedure per le richieste, e quando lo ha fatto erano così cervellotiche che molte imprese avevano rinunciato a fare domanda. Poi le ha ricambiate in corsa per rendere tutto più agevole, ma proprio quando le imprese avevano iniziato a prendere dimestichezza con queste nuove procedure il governo ha deciso a sorpresa di ridurre gli stanziamenti. Questo è successo lo scorso novembre, quando a quel punto a ridosso delle ultime scadenze si creò una corsa per accaparrarsi i pochi soldi che rimanevano.
Molte imprese alla fine rimasero fuori. Si creò molta confusione, che il governo tentò di risolvere promettendo di trovare le risorse per tutti. Invitò quindi le aziende a fare domanda lo stesso, tanto i soldi a un certo punto sarebbero arrivati. Alla fine mancavano nel complesso 1,65 miliardi di euro per quelle aziende che furono definite le «esodate» di Transizione 5.0: con l’ultima legge di bilancio ne ha stanziati 1,3, da utilizzare nel 2026.
Venerdì però il governo si è rimangiato la promessa: ha stabilito che le aziende «esodate» avranno come credito di imposta solo il 35 per cento di quello che aveva promesso loro, dunque “appena” 537 milioni di euro. Peraltro lo ha deciso in un giorno di sciopero di gran parte dei quotidiani nazionali, quindi evitando la risonanza che ci sarebbe stata in un giorno normale per una notizia così clamorosa.
Sabato all’incontro di The European House Ambrosetti, che organizza eventi solitamente molto partecipati e osservati dalle aziende e dalla politica, il vicepresidente di Confindustria per le politiche industriali e il made in Italy Marco Nocivelli ha evidenziato la questione in un discorso molto duro contro il governo.
Ha criticato soprattutto il fatto che la decisione di tagliare questi fondi avrà un effetto retroattivo, perché di fatto toglie risorse da una misura approvata tempo fa – e che evidentemente le aziende avevano fatto rientrare nei loro calcoli – peraltro in un momento in cui gli effetti della guerra in Medio Oriente rischiano di comprometterne i bilanci. Da ora in poi, sostiene Confindustria, sarà difficile fidarsi di quello che dice il governo: «Non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni», ha detto Nocivelli.
Sono dichiarazioni notevoli nel contesto di una relazione che finora era stata tutto sommato buona tra Confindustria e il governo, anche in virtù dell’ottimo rapporto personale tra il presidente dell’associazione Emanuele Orsini e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Lo stesso Orsini in serata ha detto che c’è «forte preoccupazione» per la decisione del governo di tagliare i fondi per Transizione 5.0.
Negli scorsi anni anche in occasione di inciampi e incomprensioni col governo Confindustria si era limitata a dichiarazioni molto più tiepide, pur lamentando in diverse occasioni la scarsità di misure davvero a sostegno delle imprese, degli investimenti e in generale della scarsa crescita economica. Ma nel pieno della crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente, che rischia di mettere davvero in difficoltà l’economia, probabilmente la tolleranza si è ridotta.
All’incontro era presente in collegamento anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha tentato con un certo imbarazzo di giustificare la decisione del governo. «Avevamo una traiettoria, dei programmi di un certo tipo. Poi è successo un fatto al di fuori delle nostre possibilità [la guerra in Medio Oriente], uno choc esterno paragonabile in termini prospettici a quello della crisi in Ucraina e che sostanzialmente induce a fare delle riflessioni rispetto a quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo aiutare e chi dobbiamo incentivare».
Giorgetti in sostanza ha fatto capire che quei soldi che erano stati promessi alle aziende ora servono per finanziare misure più urgenti, come la riduzione temporanea delle accise sui carburanti, le imposte di importo fisso che gravano su benzina e gasolio. Negli auspici del governo questo provvedimento, costato mezzo miliardo di euro, doveva servire a compensare i forti aumenti del prezzo dei carburanti ma nella realtà non è successo: è del resto ritenuta dagli economisti costosa, imperfetta e talvolta inefficace, e più che altro un modo per il governo per ottenere consenso su una storica battaglia di Meloni e del suo partito.
Ma per tentare di ottenere il favore degli automobilisti, ora il governo di Meloni rischia di aver perso quello delle imprese. Il governo ha detto di voler avviare nei prossimi giorni «un tavolo di confronto con le categorie produttive interessate», sostenendo di voler valutare insieme l’uso di «eventuali risorse aggiuntive che si rendano disponibili»: ha quindi velatamente promesso nuove risorse. Bisognerà vedere se le imprese ci crederanno ancora.
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