Sul nuovo sciopero dei giornalisti
Il Post rimane aggiornato nella seconda giornata di mobilitazione della categoria, ma pubblica il primo di una serie di articoli sul mancato rinnovo del contratto nazionale

Oggi, venerdì 27 marzo, c’è uno sciopero nazionale dei giornalisti in protesta contro il mancato rinnovo del contratto nazionale della categoria, fermo agli stipendi e alle condizioni anacronistiche del 2016. È il secondo sciopero in pochi mesi: il primo fu il 28 novembre dello scorso anno, quando i siti delle principali testate non furono aggiornati e le edizioni cartacee del giorno successivo non furono preparate. Mentre gli scioperi interni ai singoli giornali sono più frequenti, che si fermi l’intera categoria è eccezionale, e non succedeva da almeno dieci anni. La redazione del Post aderì collettivamente, non per protesta contro l’azienda ma in solidarietà con il resto della categoria, perché condivideva e condivide ancora le ragioni principali dello sciopero. Le cose da allora non sono cambiate e i motivi per scioperare rimangono.
La redazione del Post ha però preferito non interrompere nuovamente l’erogazione di quello che interpreta anche come un servizio pubblico, facendo le cose diversamente in questo secondo giorno di mobilitazione. Informando i suoi lettori e le sue lettrici sulle ragioni dietro alla rivendicazione sindacale dei giornalisti italiani, divulgando e spiegando il problema anche a chi non fa parte della categoria. Evidenziando anche i limiti e le contraddizioni delle posizioni di un sindacato che da tempo fatica a rappresentare le ragioni e le esigenze dell’intera categoria. Persino nel metodo, dato che anche in questa occasione ha scelto come data della mobilitazione lo stesso giorno di una serie di scioperi generali, rischiando così di confondere le richieste specifiche dei giornalisti e delle giornaliste.
Per oggi e le successive giornate di sciopero (la prossima è prevista il 16 aprile), il Post pubblicherà degli articoli per spiegare come mai i giornalisti e le giornaliste continuano a lavorare con un contratto scaduto da dieci anni. Una condizione che non comporta soltanto retribuzioni disallineate rispetto al costo della vita, ma anche un più generale scollamento da un settore che nel frattempo è profondamente cambiato.
Abbiamo già raccontato qui l’inconcludenza delle contrattazioni tra il sindacato dei giornalisti, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (FNSI), e gli editori, rappresentati dalla Federazione Italiana Editori Giornali (la FIEG, a cui il Post – per contesto – non aderisce).
Di questa inconcludenza non sono responsabili solo gli editori, pur riluttanti a concedere condizioni migliori e anzi prepotenti nel minacciare peggioramenti delle tutele, ma anche l’inadeguatezza del sindacato, che ha fatto passare molti anni prima di fare davvero sul serio nelle trattative per il rinnovo, anche per il timore di perdere alcuni dei privilegi anacronistici di cui la categoria dei giornalisti gode da decenni.
L’intento è raccontare il contesto in cui si sono svolte queste contrattazioni, in anni di profonda trasformazione per tutto il settore e anche di crisi per il modello di business tradizionale dei giornali italiani.
Ma anche individuare i problemi del contratto dei giornalisti, compreso il fatto che non tutela tutte le persone che fanno questo lavoro. Molti lavorano senza contratto e quindi restano fuori dalle redazioni, a contribuire al giornale per compensi inadeguati e senza tutele.
Tutta questa precarietà ha delle conseguenze sulla qualità dell’informazione, e di conseguenza sulla salute del dibattito pubblico e della democrazia.
Il primo articolo di questa serie si trova qui.
La redazione del Post



