Una giuria di Los Angeles ha stabilito che i social creano dipendenza
Ha condannato Google e Meta a risarcire una donna che aveva avuto problemi di ansia e depressione

Mercoledì una giuria popolare di Los Angeles ha condannato Meta e Google a risarcire con 3 milioni di dollari una donna che aveva accusato le due società per una dipendenza dai social network sviluppata durante l’infanzia, che aveva generato in lei ansia, depressione e problemi legati alla sua immagine e al suo corpo. Meta dovrà risarcire il 70 per cento dell’importo, Google il restante 30. I giurati hanno stabilito che Google e Meta dovranno pagare anche quelli che, nel sistema statunitense, vengono definiti “danni punitivi”: l’ammontare sarà stabilito in una seduta successiva.
È la prima volta che una giuria si esprime su un caso di questo tipo, ed è molto probabile che la decisione creerà un precedente: il processo è infatti simile a circa 2mila altri procedimenti attualmente in corso.
Il processo, durato 5 settimane, è stato molto seguito, anche perché l’accusa ha preso spunto dalle strategie accusatorie utilizzate negli anni Novanta contro le principali società produttrici di sigarette: anche loro furono accusate di non aver posto rimedio agli effetti negativi dei loro prodotti, pur essendone al corrente.
Le società di sigarette dovettero risarcire alcuni clienti per centinaia di miliardi di dollari e accettarono di modificare le pratiche di marketing per aumentare la protezione e la consapevolezza dei consumatori. A seguito di quei processi le norme sul consumo di prodotti a base di tabacco divennero più severe, e ci fu una diminuzione nel consumo.
A novembre la donna, identificata solo con le iniziali K.G.M., aveva raggiunto due accordi extragiudiziali con TikTok e Snap, l’azienda proprietaria di Snapchat, per chiudere controversie legate ad accuse simili senza arrivare a processo. I dettagli degli accordi non sono stati resi noti.

Alcuni sostenitori di K.G.M. fuori dal tribunale di Los Angeles (Jon Putman/Getty)
K.G.M., oggi ventenne, aveva iniziato a usare YouTube (di proprietà di Google) a 6 anni e Instagram (di proprietà di Meta) a 11. Nel caso da lei intentato, l’accusa sosteneva che alcune caratteristiche specifiche dei social network fossero state create per generare dipendenza, senza curarsi delle conseguenze per gli utenti. Tra queste c’erano la possibilità di scorrere all’infinito (azione nota come infinite scroll), la riproduzione automatica dei video e i suggerimenti di contenuti generati dagli algoritmi.
Erano stati citati come nocivi anche i filtri per modificare le foto, presenti soprattutto su Instagram e Snapchat. Per esempio quelli che permettono di modificare profondamente il volto di una persona, adeguandolo a un certo standard di bellezza, e che sono stati spesso accusati di acuire problemi psicologici legati al rapporto tra le persone e i propri corpi, causando problemi come ansia, depressione o dismorfofobia (ossia una preoccupazione eccessiva per difetti fisici, spesso minimi).
Come difesa, le aziende proprietarie delle piattaforme social avevano sostenuto che non esistessero prove scientifiche della dipendenza creata dai social network, e che quindi le cause non fossero sufficientemente solide. Avevano anche fatto riferimento a una norma federale negli Stati Uniti che li solleva dalla responsabilità sui contenuti che pubblicano gli utenti.
Martedì, in un procedimento separato, un tribunale del New Mexico, negli Stati Uniti, aveva condannato Meta a pagare una multa di 375 milioni di dollari (323 milioni di euro) per non aver avvertito correttamente gli utenti dei pericoli delle sue piattaforme (Facebook, Instagram e WhatsApp) e di non aver protetto i minorenni dai predatori sessuali.
– Leggi anche: Nel metaverso c’è aria di sbaracco



